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sabato 26 novembre 2011

Dischi Del Mese: Novembre '11


Molti ascolti a scoppio ritardato in questo novembre. Troppi impegni, col tempo libero che si riduce al lumicino, e recuperi che vanno accumulandosi.
In barba alla mia notoria esterofilia, copertina del mese dedicata al presunto caso discografico italiano dell'anno, cioè quei Cani avvolti dal mistero (e dall'hype) ad un livello tale che a lungo ci si è chiesti se davvero dietro a tutto ci fosse una sola persona.


Help Stamp Out Loneliness - S/T: con colpevole ritardo, uno dei dischi più interessanti di questo 2011, fatto di ritmiche sbarazzine, melodie immediate infarcite di pop gelatinoso e fortemente debitore di echi wave-eighties, e impreziosito da una grazia vocale che rimanda ai bei tempi in cui Nico veleggiava sul tappeto sonoro dei Velvet Underground. Citare un brano sopra gli altri sembra ingeneroso ma Palma Violence e Cottonopolis + Promises sono ottimi manifesti programmatici. Straconsigliato. Voto 8

Coldplay - Mylo Xyloto: mi ricordano sempre più Jovanotti, per la loro lenta (ma inesorabile trasformazione in paladini del buonumore a priori; quello forzato ad ogni costo, stantìo e poco autentico, ma che acchiappa un po' tutti.
E io li preferivo quando erano più depressi in Parachutes o A Rush Of Blood To The Head. Intendiamoci, Viva La Vida.. non mi è dispiaciuto, ma questo suona troppo artificioso per una band che aveva basato quasi tutta la carriera su una struttura tanto scarna quanto efficace. Ora compaiono suoni electro in Every Teardrop Is A Waterfall, gli echi del passato non reggono il confronto (vedasi Charlie Brown) e, dulcis in fundo, spunta persino Rihanna, in un pezzo che è più un featuring dei Coldplay in una canzone electropop che non un brano di Chris Martin e soci. In un contesto di sostanziale piattezza, emerge il piglio più rock di Hurts Like Heaven e si fa ascoltare senza troppa voglia di skip anche Don't Let It Break Your Heart, ma è troppo poco. Voto 5-


I Cani - Il Sorprendente Album D'Esordio De I Cani: è il classico disco da amare o odiare, fatto di cinismo, disillusione, incoerenza, spocchia e squallore e dove testi torrenziali, intrisi di amara ironia e velata tristezza, vengono convertiti a fatica in una forma musicale sghemba, scarna e che se ne frega di piacere per forza. Mentre caterve di pseudoartisti provenienti da talent, gruppi senza nè arte nè parte riempiono palazzetti dello sport scrivendo canzoni d'amore fino alla nausea e vecchi (presunti) leoni continuano ad ammorbarci, almeno il disco de I Cani mette in moto qualche neurone in più, senza provocare necessariamente deiezioni. Poi, sò sempre gusti, eh. Voto 7,5

Deer Tick - Divine Providence: meh. Avevo apprezzato parecchio i dischi precedenti, trovandoli tanto genuini quanto trovo questo leggermente artefatto. Intendiamoci, le canzoni sono grosso modo tutte gradevoli e l'accoppiata The Bump-Funny Word è un ottimo biglietto da visita, si continua a respirare quella salubre miscela di rock-folk-blues, ma War Elephant era molto meglio. Voto 6+






domenica 30 ottobre 2011

Dischi Del Mese: Ottobre '11




Questo mese vince a mani basse la copertina escheriana dei Wilco, per un lavoro che ha tutti i connotati per finire nella top ten dei dischi dell'anno. Intanto, ritorni post-rotture, seconde prove e piccoli passi verso platee più vaste, con una piccola e doverosa parentesi sui Blink-182: l'adolescente con borchie e spille da balia che è in me li ha amati parecchio ai tempi del liceo. Prima di fare il boom su MTV, il trio di San Diego era uno dei gruppi punk più piacevoli e interessanti in circolazione. Poi arrivarono le major, 2 album al servizio di teenager infoiate e discografici mangiasoldi, i side-project e un ultimo disco (quello del 2001) veramente notevole per come lasciava intuire nuove possibilità di sperimentazione all'interno di un genere che sembra essersi giocato da tempo un po' tutte le carte a disposizione. Peccato che pochi mesi dopo l'uscita dell'album omonimo, Mark, Tom e Travis mettano in pausa la band, attirati da progetti personali che si riveleranno più o meno fallimentari.
Fino alla decisione di riunirsi e riprovarci.
Chiusa parentesi, vediamo che è uscito.


Wilco - The Whole Love: basterebbe la splendida Art Of Almost di cui sotto a giustificare l'acquisto del cd. Otto minuti sospesi tra un inizio electro-kraut, che farebbe schiattare di invidia gli ultimi Radiohead, e un furibondo e selvaggio assolo di chitarra di quel talento assoluto che è Nels Cline. Poi si torna su binari più convenzionali, ma non per questo banali o meno validi: Dawned On Me, Standing O e la title track suonano orecchiabili e beatlesiane, le tipiche venature folk riemergono inossidabili in Rising Red Lung e Black Moon e spetta ai deliziosi 12 minuti conclusivi di One Sunday Morning chiudere in bellezza un disco solido e di conferma, per una band che finora non ha sbagliato un colpo. Voto 8

Kasabian - Velociraptor!: sono dei furboni. E la mini-recensione potrebbe chiudersi qua: la realtà è che sanno soddisfare tutti i tipi di palati, dal dance rock usa e getta della title-track o di I Hear Voices, a tracce più ambiziose come Neon Noon o Switchblade Smiles che zittirebbero il più intransigente degli hipster. Probabilmente non faranno mai nulla di memorabile, ma non gliene frega niente a nessuno, loro in primis. Prendere o lasciare. Voto 6+


The Drums - Portamento: combinare gli Smiths alle sonorità surf non è un'impresa da poco, ma già col disco d'esordio i Drums avevano mostrato di saperci fare. Manca forse una hit come Let's Go Surfing e il suo fischiettìo maligno, o come We Tried (che al sottoscritto piaceva parecchio), ma la formula non è cambiata granchè e il lavoro è sempre pregevole. Money, What You Were e I Don't Know How To Love sono le punte di un disco che forse è più bello da ascoltare integralmente, che non per singola traccia. Se è un merito o meno, decidete voi. Voto 6,5


Clap Your Hands Say Yeah! - Hysterical: un po' di solarità che riempie il cuore. Gli ingredienti sono i soliti (la voce sgraziata e lamentosa di Alec Ounsworth, le melodie immediate addolcite da tastiere melliflue e chitarre in salsa shoegaze), il risultato è sempre buono, fresco e godibile, con gioielli come Into Your Alien Arms e la sua coda ambient o la verve in apertura di Same Mistake, passando per l'appiccicosa Ketamine And Ecstasy fino alla digressione stramba di Adam's Place. Promossi. Voto 7+


Blink 182 - Neighborhoods: ebbene com'è questo atteso ritorno? Tanto coraggioso quanto nostalgico nel non perseguire necessariamente la melodia immediata e il pezzo radio-friendly (tolto il singolo Up All Night) in favore di una miscellanea (spesso insapore) di ingredienti del recente passato; Snake Charmer riporta alla mente i mai troppo rimpianti Boxcar Racer, Heart's All Gone è un pezzo punk bello tirato e melodico il giusto, Wishing Well prosegue il tour dalle parti di Enema Of The State, ma il problema di fondo è che la voce di Tom (sempre più dominante rispetto a Mark) è diventata, se possibile, ancora più insopportabilmente nasale che in passato, tanto che in alcuni passaggi sembra di ascoltare in FFW. Tolto questo piccolo grande inconveniente (magari c'è a chi piace), tutto sommato mi aspettavo di peggio. Voto 6-




martedì 27 settembre 2011

Dischi Del Mese: Settembre '11



Copertina per il supergruppo del 2011, che già la sola presenza di Mick Jagger è sufficiente per definirlo tale. Aggiungeteci quella strafiga di Joss Stone e i giochi sono fatti, senza menzionare compositori con l'Oscar in tasca, illustri figli d'arte e chitarristi di band storiche. Ma al di là del folklore e del sapore di mega-combo, vediamo che altro è uscito in questo periodo.

Beirut - The Rip Tide: non posso farci nulla, non riesco a mandarli giù. Ne riconosco l'abilità a livello compositivo e la gradevolezza all'ascolto, ma mi scivolano addosso come la pioggia sull'impermeabile. L'intento è quello di fornire un adeguato commento musicale ad un paesaggio di fine estate, il risultato (almeno per me) è una botta di sonno, di quelle pesanti. Voto 5

Red Hot Chili Peppers - I'm With You: John Frusciante è uscito dal gruppo; al suo posto è entrato Josh Klinghoffer (discepolo e collaboratore dell'ingombrante predecessore), ma la sostanza non cambia granchè: i Red Hot, ormai, viaggiano col pilota automatico riproponendo la solita formula da almeno 10 anni, con la consueta miscela di funk e rock (la doppietta iniziale con Monarchy Of Roses e Factory Of Faith illude piacevolmente), e intercalando le classiche (e stavolta meno efficaci) ballads da accendini ai concerti. Il cambio di chitarrista poteva essere un'occasione per sperimentare, ma a loro non interessa. E' semplicemente un disco atto a rimpolpare il repertorio da proporre sul palco (lo si capisce già dal ruffianissimo singolo), inutile aspettarsi di più. Voto 6-

The Rapture - In The Grace Of Your Love: la ricetta è sempre la stessa, fin da quell'Echoes del 2003: una sapiente miscela di funk, dance e rock capace di farsi strada fino al padiglione acustico dell'ascoltatore, fin dal primo play. Partono sparati con Sail Away, Miss You e Come Back To Me per arrivare alla title track, punto di partenza di un leggera caduta di tono e di intensità; per fortuna, la corsa riprende con lo sfavillante singolo How Deep Is Your Love? per un disco ballabile e contagioso. Voto 6,5

Bon Iver - S/T: continuo a preferirgli Iron & Wine, per come tocchi meglio le corde sensibili quando è in vena di ballads solitarie e bucolico-malinconiche, e per come abbia il coraggio di sperimentare soluzioni diverse (e più movimentate, come nell'ultimo Kiss Each Other Clean). Resta, comunque, il buon livello compositivo dell'autore statunitense, e la consueta abilità nel pennellare paesaggi rurali su melodie tanto semplici quanto delicate. A me, continua a non calare granchè. Voto 6

Superheavy - S/T: ho sempre nutrito una certa diffidenza verso il concetto di 'supergruppo'. Che mi ricordi, le uniche cose che ho apprezzato catalogabili sotto questa categoria rispondono ai nomi di Audioslave (ma solo il primo album) e Them Crooked Vultures (dai quali era lecito aspettarsi di più). Intanto, il singolo che vedete qui sotto ha superato il milione di visualizzazioni su Youtube nell'arco di un paio di settimane, ma che ne è delle altre tracce? Una gara di 'celhopiùlungoio' troppo spesso giocata su un terreno pesantemente infarcito di reggae. Manco a dirlo, vince a mani basse quel gigione di Mick Jagger, ma, tolta Energy e il ritmo in levare di Common Ground, rimane molto, tantissimo fumo e poco, pochissimo arrosto. Voto 5,5







mercoledì 29 giugno 2011

Dischi Del Mese: Giugno '11






Per dirimere la questione Death Cab-Arctic Monkeys (due gruppi che amo), la copertina del mese va all'insolita presenza di un attore in questa rubrica. Attore che tra l'altro adoro, essendo un fan della prima ora di House, e che col suo primo disco dà prova della poliedricità che nel corso della serie tv era possibile soltanto intuire.

Death Cab For Cutie - Codes And Keys: a Ben Gibbard voglio bene, partiamoci così. Non ha una gran voce ma un grande orecchio e lo ritengo uno dei più bravi nel fare musica pop senza sacrificare nulla in termini di spessore (e Transatlanticism è uno dei miei dischi preferiti in assoluto). Poi è pure sposato con Zooey Deschanel: insomma, è uno che ha capito tutto della vita. Fatta questa doverosa premessa, Codes And Keys è un altro buon disco, non ottimo per un paio di pezzi insignificanti (tipo Home Is A Fire o Underneath The Sycamore), ma con le classiche belle canzoni dei Death Cab For Cutie: dall'allegra marcia della title track passando per lo splendido singolo You're A Tourist (che trovate più sotto), dalla ritmata Doors Unlocked And Open alla melanconica Unobstructed Views fino alla tenerezza conclusiva di Stay Young, Go Dancing. Non è il loro capolavoro (perchè probabilmente hanno già dato col disco sopracitato) ma soddisfa pienamente i palati dell'ascoltatore aficionado proponendo una ricetta meno malinconica, più solare, ma efficace come sempre. Voto 7

Ben Harper - Give 'Till It's Gone: non sbaglia un colpo. Dopo essersi strafogato di rock'n'roll coi Relentless7 (vi consiglio il cd/dvd live al Montreal Jazz Festival, specie ora che è a prezzo stracciato), e aver cazzeggiato coi Fistful Mercy, il vecchio Ben tira fuori un altro ottimo disco fatto di soul (il primo splendido singolo), folk e perfino psichedelia (con la collaborazione di Ringo Starr alla batteria) , senza per questo dimenticare la nuova/vecchia passione per la graffiante chitarra elettrica che fa capolino in più episodi (da Clearly Severely a Rock'n'roll Is Free). Già dal titolo dell'album sembra evidente la voglia di risorgere, di reagire con solarità (Harper è da poco uscito dalla separazione con l'attrice Laura Dern), di non arrendersi e di amare fino all'ultimo momento disponibile. Rimane uno dei pochi a saper conciliare la quantità delle frequenti uscite con una qualità sempre eccellente. Voto 7-

Hugh Laurie - Let Them Talk: che il talento di Hugh Laurie fosse parecchio lo si era capito da tempo. Un antipasto del lato musicale di questo talento lo avevamo avuto con la Band From TV: una specie di supergruppo fatto da attori, provenienti da vari show televisivi, sotto la guida di Greg Grunberg di Heroes e dello stesso Laurie (senza dimenticare Jesse Spencer, insospettabile violinista di livello). Tante cover e qualche live divertente (su Youtube si trova tutto) per un esperimento carino e tutto sommato riuscito. Con questo Let Them Talk, invece, l'attore inglese si prende un po' più sul serio, in un full length fatto di grandi classici (St. James Infirmary su tutti) e rivisitazioni di tesori nascosti (ma niente di imperdibile); forse un po' troppe tracce ne appesantiscono l'ascolto, ma, sfrondati alcuni dimenticabili episodi (Baby Please Make A Change e Winin'Boy Blues, per citarne due), rimane un disco con una sua identità e un preciso valore, non il semplice capriccio di una star dello showbiz. Voto 6,5

Arctic Monkeys - Suck It And See: il precedente Humbug sembrava figlio illegittimo dei Queens Of The Stone Age, per quanto suonava stoner; Josh Homme in cabina di produzione aveva fatto sentire il suo peso confezionando un lavoro tanto affascinante quanto criptico e per certi versi astruso. Così, Turner e compagni tornano al produttore degli esordi cercando di coniugare il suono ruvido ma solare dei primi 2 lavori all'acida durezza impressa dal nuovo guru stoneriano. Il risultato è un disco molto più a fuoco del precedente, dove le sperimentazioni strutturali sono meno azzardate e l'attenzione per la melodia risulta più calibrata. Quindi, se da una parte Don't Sit Down 'Cause I've Moved Your Chair sa di Desert Sessions fin dal primo riff, dall'altra The Hellcat Spangled Shalalala e Reckless Serenade potrebbero benissimo trovare posto nella tracklist di Whatever People Say.. Nel mezzo, un paio di riusciti rallentamenti (la title track), un'aggressività quasi punk in Library Pictures e la solita, ma mai banale, chitarra tagliente come filo conduttore. Magari il prossimo sarà il disco perfetto. Voto 7

Danger Mouse & Daniele Luppi - Rome: registrato in quel Forum di Roma che negli anni '70 ha visto alternarsi gente come Morricone, Bacalov, Trovajoli, Piccioni, Ortolani e tanti altri, Rome è un elegantissimo concept omaggio ai maestri italiani della colonna sonora. Luppi e Danger Mouse mostrano un rispetto quasi religioso nei confronti del genere con cui si cimentano, reclutando musicisti che ai tempi facevano parte delle orchestre dei compositori sopracitati, ed avvalendosi persino del suono caldo e corposo degli strumenti dell'epoca. E se è vero che le guest star vocali (Norah Jones e Jack White) sono perfettamente calate nei panni e nelle atmosfere del disco, i brani strumentali non sono da meno (Roman Blue su tutti), aumentando il rimpianto per la fretta con cui passano i 35 minuti di ascolto complessivo dell'album. Voto 7+




mercoledì 27 aprile 2011

Dischi Del Mese: Aprile '11



Era uno dei dischi più attesi dell'anno, per cui stavolta la copertina, in maniera abbastanza ovvia, se la beccano gli Strokes. Per quanto il giudizio sull'album, leggendo in giro, sia abbastanza controverso, su una cosa tutti sono d'accordo: che l'immagine della cover fa assolutamente schifo. Ma io me ne frego, il giallo per una volta non mi dà fastidio, la citazione a Escher non mi dispiace, e quindi amen.

The Strokes - Angles: partiamoci così; non siamo neanche lontanamente vicini ai livelli di Is This It. Dubito che li raggiungeranno nuovamente, ma, alla faccia di tutti i detrattori del globo che aspettavano beluini al varco, il disco funziona. Almeno, fino alla sesta traccia. Tolta You're So Right, che forse è uno dei pezzi più brutti mai scritti da Casablancas e compagni, Machu Picchu, Under Cover Of Darkness, Taken For A Fool e Two Kinds Of Happiness sono tutte potenziali singoli e ottime canzoni. Poi cominciano ad annoiare (salvo in minima parte solo Gratisfaction), perchè imbeccare 10 brani perfetti per immediatezza e qualità, ti può riuscire, magari, una volta, se sei fortunato. E loro hanno già dato con il primo album. Voto 6,5

The Pains Of Being Pure At Heart - Belong: reclutato per l'occasione lo stesso produttore di Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, i Puri Di Cuore seguono la stessa strada maestra del fortunato esordio, tra shoegaze, riff un pelo più corganiani del solito (per l'appunto) e melodie che più orecchiabili non si può (la title track o The Body, ad esempio). I Jesus And Mary Chain li adotterebbero seduta stante. Ottimo sottofondo per una giornata solare da cantare in macchina. Voto 7

The Vaccines - What Did You Expect From The Vaccines?: gli inglesi li stanno pompando come Bloc Party, Franz Ferdinand e Arctic Monkeys negli anni passati. Dal canto loro, se ne escono con un indie che cerca di strizzare quanti più occhi possibile; dagli Editors (almeno nel timbro vocale) ai Ramones passando per i Jesus di cui sopra. Si divertono e divertono (personalmente parecchio); se poi il pallone si sgonfia, amen. L'anno prossimo spunterà un altro vaccino. Voto 7,5

Lykke Li - Wounded Rhymes: conosciuta grazie a FIFA 10, questa svedesina sembra avere le carte in regola per dire la sua nell'ambito del pop al femminile. Intendiamoci, non bazzichiamo dalle parti di Lady Gaga. Qui, questa bionda (lei sì realmente figa) sa essere trascinante, seducente e contemporaneamente di gran classe (ascoltate Sadness Is A Blessing). Ho trovato la donna della mia vita (almeno per questo mese). Voto 7,5

Green Day - Awesome As Fuck: il fan storico che è in me soffre. In un futuro post in cui mi occuperò di tutta la loro discografia mi spiegherò meglio, ma resta il fatto che questo disco è una zozzeria per svariati motivi. In primis, l'orrida copertina (grigio e rosa, bellammerda), in secundis, a che scopo fare uscire un live a distanza così ravvicinata da Bullet In A Bible (con cui, tra l'altro condivide mezza scaletta)? Ma ovvio, spremere le tasche dei neo-emo-fan che sbavano per Billie Joe. Le uniche cose da prendere sono Burnout e Who Wrote Holden Caulfield, ovvero quando i Green Day erano i Green Day (e poi le fan con l'ormone impazzito urlano di meno durante questi 2 pezzi). Voto 4

The Kills - Blood Pressure: oscurati dall'ingombrante aura di Kate Moss, compagna del chitarrista Jamie Hince, i Kills sono sempre stati snobbati come molto fumo e poca sostanza (anche se Alison Mosshart ha dato ottima mostra di sè con i Dead Weather di Jack White). Ebbene, questo Blood Pressure non è malaccio; niente di nuovo sotto il sole, il solito indie-rock acido e sporcato ad arte. Probabilmente li dimenticherete 20 minuti dopo averli ascoltati, ma tra tanto fumo un paio di canzoni carine si trovano. Voto 5,5



venerdì 25 marzo 2011

Dischi Del Mese: Marzo '11




Tanti pezzi grossi escono tra marzo ed aprile (toccherà a Strokes, Tv On The Radio e Foo Fighters tra poco), ma la copertina se la becca la fluente chioma di Caparezza, un artista che non mi ha mai fatto impazzire ma che ha sfornato un disco veramente notevole.


Beady Eye - Different Gear, Still Speeding: la solita diatriba tra i fratelli Gallagher ha portato, questa volta, a una rottura definitiva (?); così, il più antipatico dei 2 ha potuto finalmente coronare il suo sogno: formare una cover band dei Beatles. Scherzi a parte, i Beady Eye rafforzano il sapore di deja vu che accompagnava ogni ascolto degli Oasis. Ovviamente, essendo buono l'originale, la copia, pur non raggiungendo quei livelli, partorisce un album piacevole da ascoltare (Four Letter Word e Bring The Light, per esempio) ma inevitabilmente derivativo. E' paradossale poi che il pezzo migliore sia quello di stampo più Oasis-iano, cioè la ballatona finale The Morning Son? Voto 6

R.E.M. - Collapse Into Now: bravi. Ogni volta che esce un loro disco, c'è una sensazione di magone e di aleggiante rassegnazione, quasi a dire "Eh, ma tanto non torneranno mai più ai fasti di Out Of Time". Loro se ne fregano e tirano fuori un lavoro fresco, solare e che riprende le buone cose intraviste in Accelerate. Il gasato duetto con Peaches in Alligator_Aviator_Autopilot_Antimatter è la collaborazione più riuscita, meglio di Eddie Vedder (inspiegabilmente nascosto in It Happened Today) e di Patti Smith (un po' troppo standard in Blue). Nel mezzo, il classico singolo dei R.E.M. tutto arpeggi folk, un paio di ballads (non troppo riuscite) e il minuto e 44 secondi di That Someone Is You che diverte. Sia noi che, verosimilmente, Stipe e compagni. Voto 7-

Radiohead - The King Of Limbs: a proposito di fregarsene delle convenzioni. Sbucato dal nulla, il nuovo album dei Radiohead è l'ennesimo esperimento di Thom Yorke e soci sulla struttura canzone. Partono nervosi, come una marcia irregolare, in Bloom e Morning Mr. Magpie per poi tornare sulle orme di In Rainbows con Little By Little. Con Feral (abbastanza insignificante, a dire il vero), inizia un viaggio a ritroso dalle parti di Kid A/Amnesiac, in un tappeto onirico che ha la sua punta di diamante nella struggente Codex. Pare che la Separator conclusiva sia il preludio a una seconda parte, sempre in uscita nel 2011. Alla fine delle 8 tracce, rimane, in effetti, la sensazione di un lavoro monco, di cui è difficile comprendere la direzione. Per fortuna, il livello è sempre altissimo e ci si può consolare così. Voto 7

The Joy Formidable - The Big Roar: una botta de vita. Iniziare un album con una canzone da quasi 8 minuti significa avere le palle; a prescindere dal fatto che The Everchanging Spectrum Of A Lie sia il pezzo migliore del disco. Anche perchè stiamo parlando di un lavoro compatto, senza grossi cali, splendidamente furioso, con un gusto epico alla Arcade Fire, sporadici echi ambient. Il tutto guidato dalla splendida voce di Ritzy Brian e da un comparto strumentale da maestri. Tra crescendo, deflagrazioni improvvise e parentesi eighties un disco tutto adrenalina ad alto rischio di dipendenza. Voto 8

Caparezza - Il Sogno Eretico: come detto in apertura, non mi è mai piaciuto tantissimo. Ma con Il Sogno Eretico mi voglio sbilanciare: credo sia il suo capolavoro. Più che un disco, un' audiotragicommedia: la messa in scena del nostro paese, tra ipocrisie, macchiette, marchette, vecchi vizi e nuovi vezzi, dove l'eresia è l'unica via di fuga all'omologazione imperante.
Armato del suo solito (e zappiano) umorismo, Caparezza trova il tempo per spoilerare almeno 20 film in Kevin Spacey (brano geniale!), rispolverare un ottimo Tony Hadley degli Spandau Ballet in Goodbye Malinconia e schiumare autentica rabbia in Non Siete Stato Voi. Perchè un grande merito di questo album è che, laddove la musica non è sufficientemente potente, ci pensano i testi a dare maggior nerbo al singolo pezzo. Ne viene fuori un'opera appassionata, appassionante e capace di strappare più di una risata. Amara, ma pur sempre risata. Voto 8,5


Subsonica - Eden: anche loro non mi hanno mai fatto impazzire, se non per qualche singolo. Ma a differenza di Caparezza, questo Eden non mi fa ricredere; molto dubstep, tanti pezzi dall'andamento troppo lento e rarefatto con Benzina Ogoshi che sembra essere l'unica scossa di vita (oltre ad avere un bel testo autoreferenziale). Scivolano addosso e sono meno danzerecci del solito. Voto 5




mercoledì 23 febbraio 2011

Dischi Del Mese: Febbraio '11




Sarà l'aria di San Valentino, ma le recensioni di questo mese vanno sul femminil-romantico, in attesa di marzo con le iperattese uscite di Strokes (e già il singolo-assaggio promette più che bene), Radiohead e R.E.M.
E quindi, pervasi dai cuoricini e dalle frasi da Baci Perugina, e ammaliati (almeno io, di sicuro) dalla foto di Anna Calvi, qui sopra, vediamo un po' che roba è uscita questo mese.


PJ Harvey - Let England Shake: prendendo alla lettera il titolo del disco, Polly Jean la vuole proprio scuotere l'Inghilterra e piazza un terzetto d'apertura tosto e diretto ("The Last Living Rose" è proprio bella); poi si dilata, si rilassa, tra ballads ed echi folkeggianti classici. Un esercizio di stile piacevole e per nulla trito e ridondante. Voglio dire, è sempre PJ Harvey, mica cazzi. Voto 7+

Jovanotti - Ora: c'è poco da fare, è uno dei pochi artisti pop italiani a mettere d'accordo i critici snob e i fan adoranti. Il progetto è ambizioso: 25 pezzi dove prevale l'intento danzereccio, senza dimenticare il power pop, che tanta fortuna gli ha portato con gli ultimi 2 dischi, e i momenti più intimisti da pseudochansonnier (che personalmente odio, perchè è dove si avverte di più un retrogusto di smielata retorica da 4 soldi). Ma con il brano che dà il titolo al disco, "Il più grande spettacolo..", e qualche altro pezzo carino, Lorenzo porta a casa un altro buon disco pop, allegro e rilassante. Nessuna pretesa, solo semplice divertimento. E se proprio vi sta sul cazzo la sua S di pezza, andatevene da Vasco e ascoltatevi "Eh già", primo singolo dell'album in uscita...quello sì che stimola l'evacuazione. Voto 6,5

Anna Calvi - S/T: è mezza italiana, ha una voce pazzesca, canta in inglese e non è Elisa. Sulla scia di Florence & The Machine, l'ugola è sinuosa e raffinata, con un gusto particolare per la teatralità, sorretta da brani che le rendono degna giustizia ("Suzanne and I", ascoltate per credere), alternando ritmi più sostenuti ad atmosfere più sognanti e soffuse, alla David Lynch; il risultato è ottimo in entrambi i casi, la speranza è che non si faccia abbagliare come Florence dal successo, lanciandosi in collaborazioni di dubbio gusto con 'sti cazzo di rapper. Voto 7,5

Mogwai - Hardcore Will Never Die But You Will: partendo dalla premessa che il titolo è geniale, è difficile recensire un disco di post-rock. Al pari dei Godspeed You Black Emperor e degli Explosions In The Sky, molto dell'apprezzamento dei loro lavori dipende dallo stato d'animo dell'ascoltatore; così quest'ultimo dei Mogwai mi è un po' scivolato addosso, salvo un paio di momenti in "Death Rays" e in "San Pedro", ma forse è colpa mia. A me piace la pizza, tantissimo, ma magari oggi non ne avevo molta voglia. Voto 6

James Blake - S/T: bisogna affrontare i propri demoni e, a dispetto dell'antipatia per l'elettronica, provarci. Chiaramente non mi si può chiedere obiettività, dato che è assodato che io e questo genere non andiamo granchè d'accordo. Purtuttavia, e in barba al quasi unanime consenso dei critici di tutto il mondo, per me, questo disco è una lagna. Dove finiscono i dilatatissimi sperimentalismi di mixer e suoni caramellosi, iniziano lunghi e strazianti lamenti sull'ammmore. Salvo "Unluck", ingannevole antipasto, "Limit To Your Love", pur preferendo la versione originale di Feist, e la conclusiva "Measurements", ma ripeto, non sono attendibile. Voto 5,5

martedì 25 gennaio 2011

Dischi Del Mese: Gennaio '11



"So this is the new year!" cantavano i Death Cab For Cutie (di cui è previsto il nuovo album, quest'anno) e vediamo come comincia questo 2011, musicalmente parlando.


The Decemberists - The King Is Dead: se digitate Decemberists alla voce "Immagini" su Google, non è da escludere che tra i risultati possa spuntare qualche dagherrotipo dei (bei) tempi in cui non c'era una reflex al servizio di ogni cazzone con ambizioni da fotografo. Superata questa digressione, com'è il nuovo disco della band di Colin Meloy? Carino, ma niente di che. Il folk-rock più duro e puro oggi strizza l'occhio allo Springsteen da stadio (e il risultato è gradevole sia in Don't Carry It All che in Down By The Water); c'è spazio per atmosfere più elegiache con i due Hymns, e per danze da saloon come All Arise. Chiude questo buon disco Dear Avery, classica ballad, solida e piacevole. Niente di memorabile, ma fa passare una buona ora di ascolto. Voto 7-


Gorillaz - The Fall: diciamoci la verità: Damon Albarn incute una certa reverenza. E, probabilmente, chiunque interromperebbe l'ascolto di questo disco già alla prima traccia, Phoner In Arizona, per quanto è tamarra. Ma siccome a Damon si vuole bene dai tempi di Parklife (e anche prima), stoicamente si resiste e si va avanti fino alla fine di questo album, interamente concepito con quella figata di oggetto del desiderio di ogni nerd che si rispetti che è l'I-Pad. Per uno che non è un grande fan dell'elettronica, questo lavoro ipersperimentale risulta (s)oggettivamente indigesto: è un divertissement che può trovare riscontro tra gli electro-fan e quelli che hanno accolto i Gorillaz come una benedizione. Tutti gli altri che sperano che la recente reunion dei Blur porti ad un nuovo album, perdonano, ascoltano e sorvolano. Voto NG


Iron & Wine - Kiss Each Other Clean: che bravo che è Samuel Beam. Non contento di essere un maestro del folk contemporaneo, e di aprire il disco sparando 3 gioielli pop in rapida sequenza (Tree By River è veramente una perla), piazza poi la sinuosa Monkeys Uptown che strizza l'occhio alla black music (si ripeterà poi in Big Burned Hand). E, pur non rinnegando le origini, vedasi Half Moon, l'uomo dietro la sigla Iron & Wine si mostra aperto a contaminazioni, distorsioni e divagazioni che rendono piacevole e originale l'ascolto (poderosi sono i 7 minuti di Your Fake Name Is Good Enough For Me o i 5.32 di Rabbit Will Run). Godless Brother In Love, invece, vi restituirà il Samuel Beam intimo, tenero e soave che avete sempre amato. Voto 8+


Verdena - Wow: 3 anni di buio e ritornano con un disco doppio: 27 canzoni per soddisfare l'ingordigia di quei fan che troppo a lungo hanno atteso. Ma ne è valsa la pena. I Verdena, ad oggi, sono tra le punte del rock italiano, insieme ad Afterhours, Teatro Degli Orrori e Baustelle (sì, confermo, i Baustelle). Il lato A di Wow parte bene con la beatlesiana Scegli Me, seguita dalla più selvaggia Loniterp (anagramma di Interpol, omaggio riuscito) e conduce con piglio, fascino e passione alle due parti di Sorriso In Spiaggia. Nel mezzo, Alberto Ferrari & co. piazzano il delirante singolo Razzi Arpia Inferno E Fiamme, la strumentale Adoratorio, l'altro omaggio Miglioramento (questa volta alla psichedelia in salsa MGMT), concedendosi vezzi doowap inattesi ne Il Nulla Di O, senza rinunciare alle deflagrazioni tipiche del gruppo bergamasco, come in Lui Gareggia.
Poi tocca al lato B, che si apre con la furia di Attonito e, non contento, piazza sperimentazioni folli come A Capello, strizzate d'occhio al pop come Canzone Ostinata e pezzoni come il trittico Badea Blues-Nuova Luce-Grattacielo. Cala un po' il finale, ma, dopo tanto silenzio, sono 27 folate di aria fresca per il rock made in Italy. Voto 8


White Lies - Ritual: mi tocca andare contro la stampa specializzata. E 'sticazzi, aggiungerei. Non mi hanno mai convinto; tra gli scimmiottatori dei Joy Division, si distinguono per esserlo nel modo più sfacciato possibile, quasi fastidioso. In questo disco ammiccano meno a ritmi da potenziale dancefloor e si fanno pure un po' ridondanti, rendendo pesantissime 10 canzoni per quasi un'ora di ascolto. Mah, troppa fuffa, secondo me. Voto 5-



My Chemical Romance - Danger Days/The True Lives Of The Fabulous Killjoys: cazzo, ce l'ho fatta. Sono riuscito ad arrivare all'ultima traccia! Moscio, irritante, senza guizzi, stupidamente tamarro in alcuni passaggi (dove echeggiano nientemeno che i Black Eyed Peas di I Gotta Feeling), dimenticabilissimo in tutti gli altri. E attenzione, nessun pregiudizio contro i responsabili morali della moda emo (che sembra stia coagulando, per fortuna); a me il disco con I'm Not Okay aveva divertito parecchio, e persino The Black Parade aveva qualcosa di salvabile. Ma questo è buono se avete qualche tavolo traballante e avete finito i libri di Moccia come supporto. Voto 2

venerdì 26 novembre 2010

Dischi Del Mese: Novembre '10



Novembre di vacche magre, con poche uscite, qualche flop, qualche conferma ma nulla di sorprendente. Quindi, anche se non novembrino, ne approfitto per recensire uno dei dischi più belli, a mio parere, di questo 2010. Andiamo con ordine.

Danger Mouse & Sparklehorse - Dark Night Of The Soul: eccola la genialata di quest'anno. Una folle collaborazione tra uno dei produttori più in voga del momento (non un grandissimo onore se si pensa che è in compagnia di gentaglia come David Guetta, Timbaland o Bob Sinclar..) e un visionario Maestro del cinema come David Lynch. Da queste insane menti, nasce una specie di concept album fosco, notturno, da ascoltare in macchina, mentre le luci dei neon, tanto care al regista di Missoula, illuminano l'atmosfera. Le ospitate si sprecano (Vic Chesnutt, Flaming Lips, Iggy Pop), ma i momenti migliori vengono da Julian Casablancas che diverte e si diverte in Little Girl, a Gruff Rhys e Nina Persson che regalano gli unici intervalli leggeri per chiudere con lo stesso Lynch che in Star Eyes e nella conclusiva title track (un'inquietante nenia uscita da un grammofono anni '20) contribuisce alla resa del clima spettrale e oscuro di cui il disco si permea. Gioiello. Voto 8,5

Le Luci Della Centrale Elettrica - Per Ora Noi La Chiameremo Felicità: già il primo lavoro mi aveva lasciato freddino, a dispetto dei numerosi elogi (e del premio Tenco), per una certa monotonia di fondo; sì è vero, di Vasco Brondi tutto si può dire tranne che rispetti la struttura-canzone, ma se quest'anarchia compositiva diventa essa stessa struttura, ecco spiegata la sensazione di ripetitività. Ma la verità è che il punto forte dello one man band emiliano sono sempre stati i testi e anche in questo lavoro, in fondo, il materiale c'è. Il problema è che se non si è mai sentito un disco delle Luci, non si riesce a capire se questo album è antecedente o seguente alle Canzoni Da Spiagge Deturpate e il motivo è semplice: sono pressochè identici. Non che mi aspettassi un'orchestra alle sue spalle per questo secondo lavoro, ma un minimo di ricerca, o di innovazione, quello sì. Repetita iuvant, ok, ma lo stesso messaggio a cui Vasco presta così tanta importanza rischia di affievolirsi se non accompagnato da un sostegno musicale vario e allo stesso tempo adeguato. Sprazzi di classe si trovano in Anidride Carbonica e Le Petroliere, il resto è un piccolo grande deja vu. Voto 5

Beatrice Antolini - BIOY: il mio giudizio è influenzato dal fatto che per me Beatrice, oltre che brava, è anche bona. E parecchio anche. Il precedente "A Due" era un collage riuscitissimo dei generi più svariati, dal j-pop al cabaret-burlesque stile Dresden Dolls passando per il funky, con parentesi sinuosamente dilatate come Morbidalga. In BIOY, la Antolini si lascia contaminare da sonorità electro, estendendo lo spettro di generi cui attingere, senza dimenticare quell'andamento nervoso (come in We're Gonna Live) che spesso la contraddistingue. Riesce a far collidere eleganza e barocchismo senza scadere nel pacchiano e rafforza la sua candidatura ad un ruolo di primo piano nella scena alternativa italiana. Voto 7

Scott Pilgrim VS. The World OST: partendo dal film che è un capolavoro per nerds, ovviamente la colonna sonora non può essere da meno con Beck, Broken Social Scene e Metric che si prestano alla band battle del film oltre a vecchi cavalli di battaglia di Rolling Stones, Black Lips e T-Rex. Il gioiello è Ramona in versione acustica di messer Hansen. Soundtrack da amare solo se si è visto il film (che non si può non amare). Voto 7,5

Futureheads - The Chaos: Last.fm dixit "Il nome fu scelto in omaggio al disco dei Flaming Lips Hit to Dead in the Future Head". Bene, col gruppo di Wayne Coyne, i Futurheads non c'entrano un cazzo. Ma non è necessariamente un male, anzi. Sono parenti stretti (quasi a livelli di gemellaggio) con i Maximo Park e anche questo non è un male: ritornelli orecchiabili, piede che non può fare a meno di battere il ritmo a primo ascolto e 40 minuti di piacevole svago (The HeartBeat Song è la più immediata fra le immediate). Il problema di questo tipo di album è che i primi tempi li ascolti così tanto che poi, inevitabilmente, li porti alla nausea e finisci per non sentirli mai più. A meno che non ti chiami Vampire Weekend e fai, sì, musica-cazzeggio ma la fai Divinamente. Voto 6,5

Jon Spencer Blues Explosion - Dirty Shirt Rock'n'Roll: per chi non avesse mai avvicinato questa esplosione di punk'n'blues grezza, cafona e salutare, questa sorta di antologia è un ottimo viatico per approfondire. 22 pezzi tra hit, radio edit e rarità da prendere al volo se non si è mai avuta esperienza diretta con il vecchio Jon. Voto 7,5

lunedì 25 ottobre 2010

Dischi Del Mese: Ottobre '10




Sufjan Stevens - The Age Of Adz: devo confessare di averlo scoperto da poco, ascoltando quello che, a detta di molti addetti ai lavori, è uno dei migliori dischi degli anni '00, cioè Illinoise. Ed effettivamente, capolavoro lo è, "Illinoise"; un meraviglioso collage di folk, pop, cantautorato e molto altro rielaborati in una chiave quasi orchestrale che, tuttavia, riesce a stupire per l'immediatezza e la (apparente) semplicità. Ho poi proseguito con The BQE, disco strumentale, ma non per questo più astruso e A Sun Came, meno potente ma sulla stessa falsariga di Illinoise (cui entrambi i dischi citati sono cronologicamente precedenti). Il nuovo The Age Of Adz mi ha spiazzato, sono sincero. I riverberi folkeggianti e pop (qui inteso come popolari) hanno lasciato spazio ad un'elettronica sui generis, molto stilizzata, mai lineare, e comunque in grado di fornire un senso di dilatazione psichedelica (emblematica la traccia finale di 25 minuti, Impossible Soul) affascinante anche per chi di elettronica non è un grande fan (tipo me). Paradossalmente, in questo disco più che in altri, risalta ancora di più la tendenza di Stevens a prediligere una creazione organica, una visione d'insieme, piuttosto che il lavoro sul singolo pezzo. Tant'è vero che se per i precedenti album, si può parlare di gusto per il musical, qui penso non sia azzardato parlare di un lungo flusso di pensieri in note. Motivo per cui non ha molto senso limitarsi all'ascolto di uno o due brani, perchè non se ne coglierebbe la ragion d'essere complessiva. Perchè Sufjan Stevens non scrive canzoni, scrive opere. Voto 7,5

Belle And Sebastian - Write About Love: al 1996 risale il debutto di questo gruppo scozzese, pionieri dell'indie pop e ormai mostri sacri del genere. E quando suoni da 14 anni, fottendotene di quanti dischi vendi, vuol dire che sono altre le motivazioni a spingerti, piuttosto che il tintinnìo dei dindini. Così Write About Love propone 11 raffinate canzonette (non memorabili, a dire il vero), ma di sicuro al di sopra del livello medio propinato dalle radio, utili per svagarsi e contrastare l'insorgenza di un eventuale mood depressivo autunnale. Per cui, al primo temporale, buttatevi sulla title track se volete un sottofondo allegro che vi tiri su di morale, o se siete di quelli che cercano un commento sonoro in linea con le foglie che cadono e la pioggia che picchetta sui vetri andate sulla soffusa Little You, Ugly Jack, Prophet John (collabora Norah Jones). Voto 6

Kings Of Leon - Come Around Sundown: molti li guarderanno con un po' di puzza sotto il naso dopo il successo di Only By The Night e, sinceramente, anch'io temevo un tracollo artistico sull'altare sacrificale di un maggiore consenso di pubblico. Per fortuna, non è andata così: da bravi strafottenti, i KOL continuano imperterriti sulla loro strada (anche se l'evoluzione verso lo stadium rock è ormai quasi completa), alternando sinuose chitarre "à la Edge" a pezzi che trasudano Tennessee e southern rock da tutti i pori, rispolverando selvagge cavalcate come No Money o Mary che starebbero benissimo nello splendido Because The Times (che per il sottoscritto rimane il loro miglior disco), e riproponendo la solida magniloquenza da arena di Use Somebody in The Immortals o nella conclusiva Pickup Truck. Nel mezzo, piacevoli esperimenti come Mi Amigo, la solare Beach Side e il gradevole (ma innocuo) singolo Radioactive. Manca forse la hit ma resta un album con gli attributi. Pericolo scampato. Voto 6,5

Soundgarden - Telephantasm: ok, di stronzate Chris Cornell ne ha fatte. Gli album solisti facevano pena ed è difficile dire il contrario. Ma a me il primo album degli Audioslave era piaciuto parecchio (e Show Me How To Live resta uno dei video più belli di sempre, per me). In odore di reunion, questa raccolta ripropone in tutto il loro splendore i Soundgarden, quando la voce del buon Chris era selvaggia e furente. Da Black Hole Sun a Rusty Cage, passando per la potenza di Jesus Christ Pose (7 minuti live di rock con le palle quadrate) o di Superunknown. Chi li conosce solo per il video con la gente dagli occhi strani (e non sto parlando di Aerials dei System Of A Down), può cominciare ad approfondirli da qui. Voto 8

Fanfarlo - Reservoir: si può seguire la scia del successo di altri gruppi e riuscire a produrre un disco valido qualitativamente e comunque dotato di una forte identità? Nel caso dei Fanfarlo, la risposta è sì. Un sì bello grosso, anche.
E' vero, gli Arcade Fire spuntano da tutte le parti (e qualche volta anche i Sigur Ròs), la voce di Simon Balthazar vi darà 2000 deja vu diversi (io ci ho trovato analogie anche col cantante degli Editors, figuratevi..), ma l'album si lascia ascoltare con grande piacere. Eleganti, piacevoli e contaminati da una vena malinconica autunnale (paradigma ne è la splendida Luna). Ah, e consigliati anche da David Bowie. Serve altro? Voto 7

mercoledì 29 settembre 2010

Dischi Del Mese: Settembre '10



E inauguriamo una nuova rubrica, questa volta a indirizzo musicale, sui dischi più o meno interessanti che ho ascoltato mese per mese. Mi piacerebbe essere meno sintetico e spendere più di 5-6 righe ad album, ma il tempo è quello che è e, in fondo, questo blog è pur sempre un hobby. E quindi cominciamo:



Grinderman - Grinderman 2
: cara dolce, calda, vecchia voce di Nick Cave. Quando lo senti cantare, automaticamente, te lo vedi col suo bel vestito (magari gessato questa volta), 3 anelli per mano, Rayban specchiati e capelli tirati all'indietro. Per chi scrive, il progetto Grinderman è per certi versi più esaltante dei Bad Seeds (pur essendo, di fatto, le stesse persone a suonare); sarà per la natura più spiccatamente rock'n'roll (basta ascoltare Mickey Mouse and The Goodbye Man per avere un'idea), per le chitarre bastardamente distorte, per quel basso sulfureo che si insinua tra i mefistofelici ululati di Cave e i continui crescendo della batteria, per lo spettacolare video del nuovo singolo Heathen Child, o semplicemente perchè da No Pussy Blues del precedente lavoro, non riesco a smettere di adorarli. Voto 7,5

Klaxons - Surfing The Void
: prendete gli MGMT, aumentatene la velocità e mescolate con gli ultimi liberatori minuti di Careful With That Axe, Eugene; otterrete un album figlio dello stream of consciousness di un tossico che si è appena fatto la sua dose. Delirio propiziato dal singolo Echoes (adoro i video nel deserto), perpetrato nervosamente dalla title track, modellato dalla splendida Valley Of The Calm Trees e suggellato da Cypherspeed in chiusura. Se non si è capito, è stato un colpo di fulmine a primo ascolto (cosa rara). Consigliatissimo. Voto 8

Interpol - S/T: devo premetterlo, non sono mai andato matto per loro (salvo gemme come Pioneers To The Falls, Evil, Obstacle 1 e qualcos'altro); forse è per questo che il nuovo degli Interpol mi è un po' scivolato addosso, anche perchè trovo lo stesso difetto (e cioè l'eccessiva omogeneità tra le canzoni) che, di fondo, ho un po' riscontrato negli altri lavori, con la differenza che qui non c'è una traccia che emerga un minimo rispetto alle altre. C'è qualche guizzo in Always Malaise (The Man I Am), nell'incedere di Barricade o nella finale The Undoing ma è un po' poco su 10 pezzi. Voto 5

Weezer - Hurley: meriterebbero 10 solo per la geniale copertina (di cui sopra) , ma, al gruppo di Rivers Cuomo, un'ascoltata non la si nega mai. Disimpegnati, cazzari, senza grosse pretese di sperimentazione o di portare chissà quale messaggio, sono i soliti 45 minuti circa che scorrono piacevolmente tra canzoni catchy (su tutte Ruling Me, il primo singolo Memories e Where's My Sex?) e altre più anonime, soprattutto quando provano a rallentare. C'è anche una cover copia-carbone di Viva La Vida dei Coldplay registrata in presa diretta, ma non lascia granchè il segno. Si chiude con Represent dagli strani (per non dire tamarri) effetti vocali da disco anni '90, a chiosa di uno stile che è sempre lo stesso dai tempi del Blue Album del 1994. Basta non avere troppe pretese e ci si svaga per un po'. Voto 6

Brandon Flowers - Flamingo: gli altri Killers si prendono una pausa e il buon Brandon decide di farselo da solo, il disco, imprimendogli un'impronta più personale (già dal titolo, Flamingo è la strada dove è nato), pur lasciando inalterate le caratteristiche che hanno fatto la fortuna del gruppo che esordì con lo splendido Hot Fuss. C'è l'eleganza barocca in Welcome To Faboulous Las Vegas, il gusto per i synth in Jilted Lovers And Broken Hearts, la maestosità solenne del singolo Crossfire o di On The Floor (con tanto di cori gospel), e le fascinazioni pop anni '80 di Jacksonville. C'è un problema, mancano di mordente. Probabilmente, sarebbero stati degli ottimi b-sides del gruppo originale, ma niente di più. Forse non è un caso che abbia trovato più gradevoli il piano spensierato di Was It Something I Said? e il country di The Clock Was Tickin'. Insomma, mi è piaciuto di più quando si è allontanato dai Killers e ha fatto il Brandon Flowers. Voto 5,5

Deerhunter - Halcyon Digest: insipienza è la parola magica. Non un brutto disco, intendiamoci, ma un po' anonimo. Già l'opening non è particolarmente predisponente (sono uno strenuo sostenitore di un primo brano sparato e Earthquake, a dispetto del titolo, è tutto il contrario); proseguono anonimi con Don't Cry, per poi surfare su Revival. Da qui, inizia una strana e, a mio modo di vedere, disorganica alternanza di pezzi più eterei e raffinati con canzonette più leggere e disimpegnate, passando da un brano a forte impronta interpoliana come Desire Lines alla sognante Helicopter (pezzo migliore), continuando con l'allegra Coronado. Chiude He Would Have Laughed rarefatta e nebulosa. Ma la nebbia dura poco. Sparisce e chi se la ricorda più? Voto 6-

Hans Zimmer - Inception OST: dopo il post precedente, non mi soffermo più di tanto. Di certo, se il voto che ho dato al film è così alto, è merito anche di una colonna sonora maestosa, roboante, eterea ed intima allo stesso tempo. La traccia finale Time è da pelle d'oca. Voto 9