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martedì 27 dicembre 2011

Dischi Del 2011









Come l'anno passato, mettiamo in pausa i dischi del mese e facciamo una top ten dei 10 migliori album del 2011 (con tanto di Zooey Deschanel natalizia, che volete di più?).
Scrollando I-Tunes, devo dire che non è che sia stata una bellissima annata; nell'oceano di piattume pop-dancereccio, pochi dischi memorabili, qualche buon lavoro, molte prove modeste (o al di sotto degli standard attesi, vedi Radiohead o Coldplay), al punto che mi risulta difficile scegliere il disco che più ho apprezzato quest'anno.
Infatti punto tutto su un album uscito nel 2010 ma che ho colpevolmente scoperto nel 2011, cioè quello dei Dead Man's Bones: il duo formato da Ryan Gosling e Zach Shields scala la vetta con un meraviglioso concept sulle storie di fantasmi, fatto di nenie spettrali, versi sospirati e ninnananne da paura, impreziosite da un coro di bambini. Si vocifera di un seguito, visto il successo, e francamente ci spero parecchio.

10-
Kasabian - Velociraptor!
9- Radiohead - The King Of Limbs
8- Foo Fighters - Wasting Light

7- The Vaccines - What Did You Expect From The Vaccines?
6-
Death Cab For Cutie - Codes And Keys
5- Fleet Foxes - Helplessness Blues
4- Wilco - The Whole Love
3- M83 - Hurry Up, We're Dreaming
2-
Anna Calvi - S/T

And the winner is... (ovvio)


1- Dead Man's Bones - S/T




Quanto agli italiani, come l'anno scorso, rapidissima top 5:

5- Jovanotti - Ora
4- Zen Circus - Nati Per Subire
3- Verdena - WOW
2-
Caparezza - Il Sogno Eretico


And the winner is...(meno ovvio, ma a mani basse)

1- I Cani - Il Sorprendente Album D'Esordio De I Cani




E dato che abbiamo aperto col binomio Zooey Deschanel-Natale, chiudiamo così:


mercoledì 21 dicembre 2011

Dexter - Stagione 6



Andiamoci così, dato che non è che abbia tanta voglia di scrivere: adoro questa serie e ritengo il personaggio principale una delle invenzioni più interessanti degli ultimi anni di telefilm.
Ma questa stagione è un pacco mondiale.
Le premesse erano buone: un comprimario affascinante (Brother Sam), 2 killer promettenti e intriganti (almeno nelle prime puntate), storylines secondarie decenti e meno soporifere del solito e Michael C.Hall che è una certezza qualsiasi cosa faccia.
Peccato che finisca tutto in una giostra di deus ex machina, buchi di sceneggiatura pazzeschi e forzature clamorose per arrivare ad un finale pesantemente depotenziato (perchè avrebbe avuto tutt'altro effetto inserito nell'ultima scena della quinta stagione, anzichè adesso), con l'incognita di altre due stagioni sul groppone e il consistente rischio di mandare in vacca una serie che fino a quest'anno, tolte piccole sbavature, non aveva sbagliato un colpo.
Mah.
Spero in una degna conclusione, ma per come hanno messo le cose gli autori la vedo dura.



Voto 5,5

domenica 4 dicembre 2011

Popcorn: Habemus Papam



Credo di stimare Moretti più come intellettuale che come regista, ma quest'affermazione vale come il jolly a briscola, avendo visto solo La Stanza Del Figlio (interessante ma pesante come solo Giuliano Ferrara dopo cena sa esserlo) e, appunto, questo Habemus Papam.
Avendo letto le recensioni alla sua uscita, le prime impressioni della critica erano grossomodo distinguibili in due grandi categorie:

-giornalisti di sinistra:"Genio assoluto. Capolavoro."
-giornalisti di destra:"Il solito saccente. Noioso come non mai."

Cercando di essere un pizzico obiettivi, la verità, dice il proverbio, sta nel mezzo. Perchè è impossibile elidere dal Moretti-pensiero la sua formazione politica, ma è altrettanto impossibile ridurre il tutto a bandiere rosse e faccette nere.
Dove Paolo Sorrentino, con Il Divo, tratteggiava una figura complessa e pienamente a suo agio tra giochi di potere e manipolazioni, seppur con un pesante prezzo da pagare in termini di solitudine, Moretti (in maniera meno raffinata, va detto) incarna nel cardinale Melville di uno straordinario Michel Piccoli un uomo solo e spaventato, di fronte a un incarico talmente grande da essere pensato per un dio.
Dove Andreotti si mostra arguto e impassibile, il neo-Papa urla, scappa e, smarrito, vaga in cerca di umanità e riparo, in autobus, in un panificio, al bar, fino ad arrivare al teatro (sogno covato e frustrato in gioventù), sede di uno smascheramento tanto poetico quanto emblematico per una messa a nudo di una figura troppo spesso caricata in maniera esagerata di venature trascendentali.
Con un finale fortemente intriso di pessimismo e sconforto (sovraccaricato da una sottolineatura musicale magniloquente e tragica), Moretti confeziona un film riuscito a metà, dove l'impalcatura principale si caratterizza per solidità e spessore nelle vicissitudini del cardinale interpretato da Piccoli (grandioso), ma dove ad essere deficitario è il contorno, poco approfondito e sostanzialmente ridotto a mero pretesto comico nel ritrarre gli altri cardinali del Conclave come dei simpatici vecchietti paurosi, per una patata bollente che nessuno vuole toccare, e un po' nevrotici.
Ok, sono scene gradevoli e alcune battute sono veramente godibili, ma è una superficialità che stona con il nucleo tragico e disperato della vicenda, e che non si salva con le parole ultralaiche e pessimiste del personaggio di Moretti, depotenziate nel contesto giocoso orchestrato dal regista per questi intermezzi.
In conclusione, da vedere, ma mi aspettavo più coraggio.



Voto 6,5

sabato 26 novembre 2011

Dischi Del Mese: Novembre '11


Molti ascolti a scoppio ritardato in questo novembre. Troppi impegni, col tempo libero che si riduce al lumicino, e recuperi che vanno accumulandosi.
In barba alla mia notoria esterofilia, copertina del mese dedicata al presunto caso discografico italiano dell'anno, cioè quei Cani avvolti dal mistero (e dall'hype) ad un livello tale che a lungo ci si è chiesti se davvero dietro a tutto ci fosse una sola persona.


Help Stamp Out Loneliness - S/T: con colpevole ritardo, uno dei dischi più interessanti di questo 2011, fatto di ritmiche sbarazzine, melodie immediate infarcite di pop gelatinoso e fortemente debitore di echi wave-eighties, e impreziosito da una grazia vocale che rimanda ai bei tempi in cui Nico veleggiava sul tappeto sonoro dei Velvet Underground. Citare un brano sopra gli altri sembra ingeneroso ma Palma Violence e Cottonopolis + Promises sono ottimi manifesti programmatici. Straconsigliato. Voto 8

Coldplay - Mylo Xyloto: mi ricordano sempre più Jovanotti, per la loro lenta (ma inesorabile trasformazione in paladini del buonumore a priori; quello forzato ad ogni costo, stantìo e poco autentico, ma che acchiappa un po' tutti.
E io li preferivo quando erano più depressi in Parachutes o A Rush Of Blood To The Head. Intendiamoci, Viva La Vida.. non mi è dispiaciuto, ma questo suona troppo artificioso per una band che aveva basato quasi tutta la carriera su una struttura tanto scarna quanto efficace. Ora compaiono suoni electro in Every Teardrop Is A Waterfall, gli echi del passato non reggono il confronto (vedasi Charlie Brown) e, dulcis in fundo, spunta persino Rihanna, in un pezzo che è più un featuring dei Coldplay in una canzone electropop che non un brano di Chris Martin e soci. In un contesto di sostanziale piattezza, emerge il piglio più rock di Hurts Like Heaven e si fa ascoltare senza troppa voglia di skip anche Don't Let It Break Your Heart, ma è troppo poco. Voto 5-


I Cani - Il Sorprendente Album D'Esordio De I Cani: è il classico disco da amare o odiare, fatto di cinismo, disillusione, incoerenza, spocchia e squallore e dove testi torrenziali, intrisi di amara ironia e velata tristezza, vengono convertiti a fatica in una forma musicale sghemba, scarna e che se ne frega di piacere per forza. Mentre caterve di pseudoartisti provenienti da talent, gruppi senza nè arte nè parte riempiono palazzetti dello sport scrivendo canzoni d'amore fino alla nausea e vecchi (presunti) leoni continuano ad ammorbarci, almeno il disco de I Cani mette in moto qualche neurone in più, senza provocare necessariamente deiezioni. Poi, sò sempre gusti, eh. Voto 7,5

Deer Tick - Divine Providence: meh. Avevo apprezzato parecchio i dischi precedenti, trovandoli tanto genuini quanto trovo questo leggermente artefatto. Intendiamoci, le canzoni sono grosso modo tutte gradevoli e l'accoppiata The Bump-Funny Word è un ottimo biglietto da visita, si continua a respirare quella salubre miscela di rock-folk-blues, ma War Elephant era molto meglio. Voto 6+






venerdì 18 novembre 2011

Revisioni: Io e TROMA


“Il bello ha dei canoni precisi, il brutto, invece, lascia spazio all’immaginazione, perché può ispirare sia disgusto sia pietà. E ogni epoca ha le sue regole” (Umberto Eco)


Cominciare un post sui film della TROMA citando Umberto Eco è tanto ossimorico quanto essenziale.
Lloyd Kaufman (il facciadapirla a destra nella foto) è un regista e produttore cinematografico, portabandiera di quel bistrattato sottogenere di b-movies fatti di sesso, ultraviolenza, demenzialità e volgarità, unificati sotto l'egida della TROMA Entertainment.
Sono film volutamente stupidi, brutti e ridicoli (a volte, arrivare alla fine è veramente dura), dove i nudi integrali possono coinvolgere tanto strafighe con un fisico da pin-up quanto vecchi rattrappiti o grossi obesi; dove gli attori, quando non sono dei cani, sono caricature grottesche e stupide, e dove vomito, merda e sangue, spesso, si confondono in un'unica poltiglia melmosa.
Vegetariani, femminucce, gente con lo stomaco debole e che si aspetta una trama sensata e performance attoriali all'altezza, state alla larga.
Per tutti coloro di tempra forte, cresciuti a pane e b-z-movies, benvenuti nel regno del non-sense, della violenza gratuita, delle tette in primo piano e delle teste mozzate volanti.
La filmografia della coppia Kaufman-Herz è sconfinata, e io stesso non ho avuto la forza e la pazienza di andare oltre queste sei pellicole che, universalmente, sono ritenute le opere imprescindibili per chi volesse approfondire l'argomento TROMA.


The Toxic Avenger: il più grande successo commerciale, tanto da dar vita a giocattoli e cartoni animati. La storia è semplice: uno sfigato addetto alle pulizie di una palestra, per uno scherzo particolarmente bastardo, cade in un barile pieno di scorie nucleari, trasformandosi nel Vendicatore Tossico (per gli amici Toxie); diventerà un super-eroe sui generis con un dubbio senso della giustizia e una fidanzata non-vedente molto "dotata" di petto. Da vedere per il "valore storico" (non posso credere di averlo scritto), ma in futuro Kaufman e Herz faranno di meglio. Voto 6,5

The Toxic Avenger 2: estenuante, senza senso, particolarmente demenziale e poco divertente. Toxie va in Giappone e la trasferta diventa un pretesto per le solite gag fatte di violenza, gore e nudi integrali. Peccato che la noia regni sovrana e la narrazione (se così si può chiamare) sia lentissima e sconclusionata. Un'ora e 40 minuti buttati. Voto 3

The Toxic Avenger 3 - The Last Temptation Of Toxie: idem come sopra: inizialmente concepito col secondo capitolo come un unico mattone di oltre 3 ore, prosegue sulla scia del predecessore; la trovata di Toxie al servizio della Apocalypse Inc. non regge e non si salva neanche lo scontro finale con Satana, articolato su 5 livelli come un videogame. Meno peggio del secondo, ma sempre tempo sprecato. Voto 4

Tromeo & Juliet: James Gunn dà una mano alla sceneggiatura per una geniale trasposizione moderna (e in chiave TROMA, ovviamente) dell'opera shakespeariana: Lemmy Kilmister dei Motorhead fa il narratore (e già questa scelta basterebbe a rendere il film un capolavoro), i Capuleti e i Montecchi sono rivali nel settore dell'industria pornografica, frate Lorenzo è un pedofilo, il sangue e gli smembramenti scorrono in quantità e il finale è una delle cose più divertenti e politically uncorrect di sempre. Se la batte con Terror Firmer per la palma di miglior film TROMA. Voto 8

Terror Firmer: anche in questo caso, l'idea alla base è di per sè geniale: fare un film su come viene girata una pellicola della TROMA, in questo caso Toxic Avenger 4 (con tanto di trailer finale esilarante). Spuntano registi ciechi (Lloyd Kaufman fa semplicemente sganasciare), sceneggiatori improvvisati, incidenti letali e attori reclutati dalla troupe di tecnici, mentre sullo sfondo si aggira un serial killer in gonnella, che ha preso di mira i membri del cast. Cammeo di Lemmy a parte, Terror Firmer è il più bel film della coppia Kaufman-Herz: autoreferenziale, demenziale, selvaggio e violento, ma con stile. Voto 8+

The Toxic Avenger 4 -
Citizen Toxie: il migliore della saga di Melvin Junko. Sconfessati i 2 precedenti capitoli da una didascalia ad inizio film, l'espediente di base questa volta è l'esistenza di un universo parallelo da cui proviene la versione cattiva del vendicatore tossico, Noxie (esilarante, e grande merito al doppiatore italiano, una volta tanto). Si ride di gusto, gli eccessi rimangono ma sono sostenuti da una trama quantomeno accettabile e conditi dalla presenza di altri personaggi dei film TROMA come il sergente Kabukiman, Lemmy dei Motorhead e il mitologico Ron Jeremy (ma meritano una citazione a parte due supereroi come Masturbator e l'Uomo Delfino, GENIALI). Insomma, è il più divertente ed è quello che meno vi farà dubitare di aver perso del tempo a vederlo. Voto 7

lunedì 14 novembre 2011

Popcorn: Four Lions






Mentre in Italia si ride con I Soliti Idioti, con quell'uomo triste chiamato Massimo Boldi,e con l'ennesima puntata di Vacanze in Culonia, in Inghilterra sanno come conciliare grasse risate con stile, intelligenza, ferocia e un pizzico di incoscienza.
Perchè ci vuole anche una bella dose di coraggio per prendere in giro i terroristi islamici, di questi tempi.
E questo lavoro di Chris Morris ci va giù pesante, dipingendo i 5 jihadisti del film come degli inguaribili deficienti ottusamente determinati nel farsi saltare in aria durante una maratona a Londra.
Tuttavia, Four Lions ha il grande merito di muoversi con estrema cautela e circospezione in un campo minato quale è quello del terrorismo, tratteggiando Omar e i suoi "fratelli", ben al di là delle semplici macchiette idiote, e conferendo ad ognuno una personalità e un bizzarro senso dell'onore, che rendono la visione più credibile e fornendo anche inaspettati spunti di riflessione allo spettatore.
Considerazioni pseudopolitiche a parte, stiamo parlando di una delle commedie più esilaranti dell'anno, con gag che richiamano le buffonate non-sense dei Griffin di Seth McFarlane, impreziosite dall'irresistibile sarcasmo in salsa british e da un cast eccellente (con tanto di cammeo di Benedict Cumberbatch-Sherlock,
qui improponibile negoziatore Marlboro Man).
Per cui, la risposta è sì: si può ridere in maniera liberatoria e spensierata, senza per questo dover necessariamente spegnere i propri circuiti neuronali. Anzi, chi scrive è un fermo sostenitore della risata come miglior veicolo per spingere alla riflessione e a farsi qualche domanda in più sulla realtà circostante, senza scomodare Pirandello e la sua definizione di ironia e umorismo.
Oggi più che mai, far ridere è diventato quasi uno strumento di potere, ed è giusto sfruttarlo nel modo possibilmente più nobile e utile: tutti concetti che in Italia ci possiamo solo sognare, finchè al box-office continueranno a dominare puzzette, corna, omofobia e bunga bunga.
Ma voi ci pensate a un ipotetico remake italiano sulle BR o sui Nuclei Armati Rivoluzionari?
Nel nostro Paese?
Seriously?

Insomma, un raro film divertente e intelligente, da non farsi scappare. E se non ridete per immagini come questa, avete problemi.




Voto 8

domenica 30 ottobre 2011

Dischi Del Mese: Ottobre '11




Questo mese vince a mani basse la copertina escheriana dei Wilco, per un lavoro che ha tutti i connotati per finire nella top ten dei dischi dell'anno. Intanto, ritorni post-rotture, seconde prove e piccoli passi verso platee più vaste, con una piccola e doverosa parentesi sui Blink-182: l'adolescente con borchie e spille da balia che è in me li ha amati parecchio ai tempi del liceo. Prima di fare il boom su MTV, il trio di San Diego era uno dei gruppi punk più piacevoli e interessanti in circolazione. Poi arrivarono le major, 2 album al servizio di teenager infoiate e discografici mangiasoldi, i side-project e un ultimo disco (quello del 2001) veramente notevole per come lasciava intuire nuove possibilità di sperimentazione all'interno di un genere che sembra essersi giocato da tempo un po' tutte le carte a disposizione. Peccato che pochi mesi dopo l'uscita dell'album omonimo, Mark, Tom e Travis mettano in pausa la band, attirati da progetti personali che si riveleranno più o meno fallimentari.
Fino alla decisione di riunirsi e riprovarci.
Chiusa parentesi, vediamo che è uscito.


Wilco - The Whole Love: basterebbe la splendida Art Of Almost di cui sotto a giustificare l'acquisto del cd. Otto minuti sospesi tra un inizio electro-kraut, che farebbe schiattare di invidia gli ultimi Radiohead, e un furibondo e selvaggio assolo di chitarra di quel talento assoluto che è Nels Cline. Poi si torna su binari più convenzionali, ma non per questo banali o meno validi: Dawned On Me, Standing O e la title track suonano orecchiabili e beatlesiane, le tipiche venature folk riemergono inossidabili in Rising Red Lung e Black Moon e spetta ai deliziosi 12 minuti conclusivi di One Sunday Morning chiudere in bellezza un disco solido e di conferma, per una band che finora non ha sbagliato un colpo. Voto 8

Kasabian - Velociraptor!: sono dei furboni. E la mini-recensione potrebbe chiudersi qua: la realtà è che sanno soddisfare tutti i tipi di palati, dal dance rock usa e getta della title-track o di I Hear Voices, a tracce più ambiziose come Neon Noon o Switchblade Smiles che zittirebbero il più intransigente degli hipster. Probabilmente non faranno mai nulla di memorabile, ma non gliene frega niente a nessuno, loro in primis. Prendere o lasciare. Voto 6+


The Drums - Portamento: combinare gli Smiths alle sonorità surf non è un'impresa da poco, ma già col disco d'esordio i Drums avevano mostrato di saperci fare. Manca forse una hit come Let's Go Surfing e il suo fischiettìo maligno, o come We Tried (che al sottoscritto piaceva parecchio), ma la formula non è cambiata granchè e il lavoro è sempre pregevole. Money, What You Were e I Don't Know How To Love sono le punte di un disco che forse è più bello da ascoltare integralmente, che non per singola traccia. Se è un merito o meno, decidete voi. Voto 6,5


Clap Your Hands Say Yeah! - Hysterical: un po' di solarità che riempie il cuore. Gli ingredienti sono i soliti (la voce sgraziata e lamentosa di Alec Ounsworth, le melodie immediate addolcite da tastiere melliflue e chitarre in salsa shoegaze), il risultato è sempre buono, fresco e godibile, con gioielli come Into Your Alien Arms e la sua coda ambient o la verve in apertura di Same Mistake, passando per l'appiccicosa Ketamine And Ecstasy fino alla digressione stramba di Adam's Place. Promossi. Voto 7+


Blink 182 - Neighborhoods: ebbene com'è questo atteso ritorno? Tanto coraggioso quanto nostalgico nel non perseguire necessariamente la melodia immediata e il pezzo radio-friendly (tolto il singolo Up All Night) in favore di una miscellanea (spesso insapore) di ingredienti del recente passato; Snake Charmer riporta alla mente i mai troppo rimpianti Boxcar Racer, Heart's All Gone è un pezzo punk bello tirato e melodico il giusto, Wishing Well prosegue il tour dalle parti di Enema Of The State, ma il problema di fondo è che la voce di Tom (sempre più dominante rispetto a Mark) è diventata, se possibile, ancora più insopportabilmente nasale che in passato, tanto che in alcuni passaggi sembra di ascoltare in FFW. Tolto questo piccolo grande inconveniente (magari c'è a chi piace), tutto sommato mi aspettavo di peggio. Voto 6-




mercoledì 12 ottobre 2011

Popcorn: The Girlfriend Experience



Di Steven Soderbergh dicono tutti che è antipatico.
Tutti, persino il tuo vicino di casa che non ha mai visto un film al cinema, se non Vacanze di Natale '99.
Non appena ne pronunci il nome la prima reazione oscilla tra "Marò, che uomo odioso!", "Si sente figo perchè è amico di Clooney", e "Fa tutto il sofisticato ma sotto sotto è scarso"
Ora, io il povero Soderbergh non l'ho mai incontrato di persona; visto da lontano, non mi sembra proprio un fine umorista, ma magari mi sbaglio ed è il più bravo barzellettiere-cabarettista del mondo dopo l'Invincibile (cosa che, in realtà, lo farebbe rientrare a pieno titolo nella categoria 'antipatici', ma vabbè..).
Fatto sta che finora ho apprezzato abbastanza quei pochi suoi film che mi è capitato di vedere; dal criticatissimo remake di Solaris (che è sputtanato un po' ovunque, ma che ha un suo perchè, a mio parere) passando per Traffic e per il recentissimo Contagion, financo alle tre glamourosissime minchiate di Ocean's, credo di poter affermare con ragionevole fermezza di gradire quantomeno lo stile del regista di Atlanta.
Questo è probabilmente il suo film più scognito, dal basso del suo misero milione di dollari di budget complessivo, ma vederlo potrebbe portarvi a rivalutare il buon Steven.
Perchè The Girlfriend Experience è una delle cose più femministe che abbia mai visto; ed è ironico/geniale/paradossale considerato che è una escort a rappresentare l'enorme potere detenuto dal gentil sesso, al giorno d'oggi; così come è geniale/paradossale/straniante che le fattezze di questa self-made woman siano modellate sulle curve sensuali e vertiginose di Sasha Grey, probabilmente la più nota pornostar in circolazione (almeno fino a un paio di anni fa, vista la sua recente conversione al cinema d'autore).
Lungi dal dare valutazioni morali sull'esercizio del mestiere più antico del mondo, il film segue
con stile documentaristico la frenetica vita di Chelsea, escort di lusso a Manhattan, tra shopping compulsivo, clienti piagnoni, maschi alfa, depravati e nevrastenici terrorizzati dallo spettro della crisi finanziaria che incombe (elemento costantemente richiamato in scena).
L'ovvio ritratto impietoso che ne esce del genere maschile sembra per un attimo nobilitato dalla figura del fidanzato open-minded di Chelsea, salvo poi uniformarsi, anche quest'ultimo, al grigiore generale del maschio-medio.
A contraltare di un perpetuo massacro del testosterone, Sasha Grey è inaspettatamente brava, convincente e innegabilmente bella nel ritrarre la necessaria maschera di una donna determinata, furba e, ovviamente, abile nel manovrare gli uomini, pur celando a fatica una dimensione più intima e fragile nella sua umanità.
Non c'è una mitizzazione della protagonista, ma un chirurgico punto di vista freddo e neutrale (tipico del regista) mirato a fornire un'istantanea della società e della realtà del momento.
E se da un lato può sembrare tutt'altro che femminista ricondurre il fulcro del potere delle donne alla mercificazione del proprio corpo, dall'altro appare evidente (e sarebbe ipocrita negarlo) che è dalla debolezza dell'uomo che tutto ciò origina.
L'uomo fa schifo, e la donna ne approfitta, senza tante questioni morali su ciò che è giusto o sbagliato.
Non occorre neanche andare troppo lontano.


Voto 8

sabato 1 ottobre 2011

Popcorn: Drive



Il post su Nicolas Winding Refn mi permette di saltare i preamboli ed andare direttamente al sodo.
Ciò che rende Drive uno dei migliori film usciti nel 2011 è il suo essere così spaventosamente anacronistico da potersi permettere di sbattertelo in faccia per tutti i 90 minuti, convincendoti che sia giusto così.
Del resto, c'è dentro così tanta roba in questo debutto hollywoodiano del regista di Copenaghen che a tratti sembra incredibile che sia riuscito a collimare tutto bene: se il solitario e taciturno pilota, interpretato da un Ryan Gosling sempre più idolo, ricorda spesso e volentieri una sorta di Travis Bickle dei giorni nostri (con ovvi riferimenti al Driver di Walter Hill), la lenta e inesorabile discesa nell'abisso della violenza viene elaborata sotto un'estetica noir che, a mio avviso, deve moltissimo al David Lynch di Velluto Blu e Cuore Selvaggio (dai titoli di testa al contributo sonoro di Angelo Badalamenti); non contento, Refn piazza riferimenti vari al cinema action anni '80 di Michael Mann e riesce persino a strizzare l'occhio al poliziottesco italiano (vedasi l'ingerimento del proiettile direttamente da Roma A Mano Armata).
Embè, dove sta il genio, direte voi?
Nel fatto che l'elemento citazionista non è un mero esercizio di copia&incolla, quanto un progressivo stratificarsi di topoi e soluzioni narrative (con annessi clichè tipici del genere) sublimati in un stile totalmente personale.
Laddove un qualsiasi Fast And Furious ipertrofizza tutto ciò che è adrenalina, testosterone e "machitudine", facilitando l'empatia del pubblico con un protagonista un po' guascone e acchiappafighe, Drive rallenta fino a cristallizzare, assorda con un sottofondo musicale vacuo e gelido e ci porta a seguire le gesta di un antieroe taciturno e indecifrabile nelle sue intenzioni dall'inizio alla fine.
Così, una classica vicenda pulp (neanche tanto originale) diventa una terribile fiaba nera, selvaggia e violenta, con punte di lirismo inaspettate e immagini di inappuntabile eleganza formale (si prendano il finale nel parcheggio o la colluttazione in ascensore).
Se ciò non dovesse bastarvi, il cast è da urlo: a Gosling dedicheremo un post futuro, ma sarebbe ingeneroso non citare un grandioso Bryan Cranston, due caratteristi di sicuro affidamento come Albert Brooks e Ron Perlman, una brava Carey Mulligan e, dulcis in fundo, quella strafiga di Christine Hendricks, che non fa vedere neanche qua le tette, ma indubbiamente resta un belvedere.
Se non è il miglior film uscito quest'anno, poco ci manca.


Voto 8,5

martedì 27 settembre 2011

Dischi Del Mese: Settembre '11



Copertina per il supergruppo del 2011, che già la sola presenza di Mick Jagger è sufficiente per definirlo tale. Aggiungeteci quella strafiga di Joss Stone e i giochi sono fatti, senza menzionare compositori con l'Oscar in tasca, illustri figli d'arte e chitarristi di band storiche. Ma al di là del folklore e del sapore di mega-combo, vediamo che altro è uscito in questo periodo.

Beirut - The Rip Tide: non posso farci nulla, non riesco a mandarli giù. Ne riconosco l'abilità a livello compositivo e la gradevolezza all'ascolto, ma mi scivolano addosso come la pioggia sull'impermeabile. L'intento è quello di fornire un adeguato commento musicale ad un paesaggio di fine estate, il risultato (almeno per me) è una botta di sonno, di quelle pesanti. Voto 5

Red Hot Chili Peppers - I'm With You: John Frusciante è uscito dal gruppo; al suo posto è entrato Josh Klinghoffer (discepolo e collaboratore dell'ingombrante predecessore), ma la sostanza non cambia granchè: i Red Hot, ormai, viaggiano col pilota automatico riproponendo la solita formula da almeno 10 anni, con la consueta miscela di funk e rock (la doppietta iniziale con Monarchy Of Roses e Factory Of Faith illude piacevolmente), e intercalando le classiche (e stavolta meno efficaci) ballads da accendini ai concerti. Il cambio di chitarrista poteva essere un'occasione per sperimentare, ma a loro non interessa. E' semplicemente un disco atto a rimpolpare il repertorio da proporre sul palco (lo si capisce già dal ruffianissimo singolo), inutile aspettarsi di più. Voto 6-

The Rapture - In The Grace Of Your Love: la ricetta è sempre la stessa, fin da quell'Echoes del 2003: una sapiente miscela di funk, dance e rock capace di farsi strada fino al padiglione acustico dell'ascoltatore, fin dal primo play. Partono sparati con Sail Away, Miss You e Come Back To Me per arrivare alla title track, punto di partenza di un leggera caduta di tono e di intensità; per fortuna, la corsa riprende con lo sfavillante singolo How Deep Is Your Love? per un disco ballabile e contagioso. Voto 6,5

Bon Iver - S/T: continuo a preferirgli Iron & Wine, per come tocchi meglio le corde sensibili quando è in vena di ballads solitarie e bucolico-malinconiche, e per come abbia il coraggio di sperimentare soluzioni diverse (e più movimentate, come nell'ultimo Kiss Each Other Clean). Resta, comunque, il buon livello compositivo dell'autore statunitense, e la consueta abilità nel pennellare paesaggi rurali su melodie tanto semplici quanto delicate. A me, continua a non calare granchè. Voto 6

Superheavy - S/T: ho sempre nutrito una certa diffidenza verso il concetto di 'supergruppo'. Che mi ricordi, le uniche cose che ho apprezzato catalogabili sotto questa categoria rispondono ai nomi di Audioslave (ma solo il primo album) e Them Crooked Vultures (dai quali era lecito aspettarsi di più). Intanto, il singolo che vedete qui sotto ha superato il milione di visualizzazioni su Youtube nell'arco di un paio di settimane, ma che ne è delle altre tracce? Una gara di 'celhopiùlungoio' troppo spesso giocata su un terreno pesantemente infarcito di reggae. Manco a dirlo, vince a mani basse quel gigione di Mick Jagger, ma, tolta Energy e il ritmo in levare di Common Ground, rimane molto, tantissimo fumo e poco, pochissimo arrosto. Voto 5,5







sabato 17 settembre 2011

Revisioni: Park Chan-Wook


Senza troppi giri tortuosi o ragionamenti cervellotici, Park Chan-Wook è semplicemente uno dei migliori registi in circolazione. Probabilmente ignoto al grande pubblico, questo occhialuto coreano è uno di quei pochi film-maker per i quali non è azzardato utilizzare la dizione di 'autore', magari anche con la A maiuscola. Partendo dal primo capitolo della trilogia della vendetta e arrivando fino al vampiresco Thirst, è impossibile non notare la forza comunicativa di un regista che, disponendo in partenza di un talento visivo smisurato, ha piano piano affiancato all'aspetto estetico (sempre curatissimo) una solidità narrativa crescente e ammaliante, fatta di pugni allo stomaco e trovate quasi fiabesche, di violenza e sentimento, di grosse cadute di stile e di momenti di grandiosa eleganza formale.
In attesa di Stoker, prima opera occidentale in uscita entro il 2011, vedere (almeno) un film di Park Chan-Wook è un passaggio obbligato per ogni cinefilo che si rispetti. Poi si può decidere se amarlo o odiarlo.




Mr. Vendetta: è il primo capitolo della trilogia della vendetta, dove si intrecciano le vicende di Ryu, un sordomuto che decide di vendere un rene al mercato nero, così da poter pagare le cure alla sorella malata, e Park Dong-Jin, padre alla disperata ricerca della figlia rapita. Il dolore e la rabbia viaggiano parallelamente, come costanti di una tragedia umana che sembra trovare risoluzione solo nella vendetta, mostrata nella sua integrità, a differenza degli altri eventi narrati, raccontati attraverso piccoli (ma significativi) dettagli. E' il capitolo più debole, ma non per questo un brutto film. Voto 7

Old Boy: lo troverete in una top 7 dei miei film preferiti in assoluto. Girato con uno stile iperviolento e grottesco che spesse volte rimanda al manga omonimo da cui è tratto, mostra una genialità rara nel confondere lo spettatore ribaltando continuamente la prospettiva della vendetta e di chi è il vero vendicatore del film. Aggiungeteci due attori semplicemente grandiosi nei ruoli di Oh Dae-Su e Lee Woo-Jin e otterrete niente di più e niente di meno che uno dei più bei film degli anni zero e, a parere di chi scrive, un capolavoro assoluto. Voto 9

Three Extremes (episodio Cut): sempre incentrato sulla vendetta, questo mediometraggio inserito in Three Extremes (film consigliatissimo anche per gli altri 2 episodi, di Fruit Chan e di Takashi Miike), introduce un elemento di critica sociale, inedito finora per il regista, sia pure con risultati eccellenti. Quello che più risalta agli occhi è la sempre maggiore raffinatezza ed attenzione al dettaglio estetico. Park Chan-Wook, ormai, ha fatto dell'eleganza formale un mezzo espressivo funzionale alla narrazione, e non mero abbellimento dell'opera. Voto 7

Lady Vendetta: idem come sopra, fin dai preziosi titoli di testa, l'ultimo capitolo della trilogia della vendetta mostra di essere il più elegante e il più ricercato, stilisticamente parlando. Per chiudere il cerchio, una protagonista femminile: Geum-Ja, condannata a 13 anni di carcere per aver rapito ed ucciso un bambino, ci viene mostrata come una donna dolce e disponibile, capace di conquistare l'affetto e la simpatia di tutte le compagne di carcere. In realtà, dietro quella maschera di candore e bontà, si nasconde un preciso e fortissimo desiderio di vendetta nei confronti del vero autore del crimine per cui è stata condannata. Rispetto al passato, la furia della vendetta trova un argine nella dimensione affettiva, il sangue (sempre presente) scorre in misura minore che in passato, e l'elaborazione del sentimento di rivalsa perde la sua natura istintiva, subendo un'azione di freno e di sublimazione negli affetti verso chi abbiamo di più caro al mondo. Voto 8

I'm A Cyborg But That's Ok: chiuso il capitolo vendetta, il regista coreano cambia completamente registro con una favola ambientata in un ospedale psichiatrico; è qui che viene ricoverata la giovane Young-Goon, quando,
dopo aver appreso dalla nonna di essere un cyborg, decide di conficcarsi dei cavi elettrici nei polsi per ricaricarsi. L'arrivo della ragazza nell'ospedale porterà la conoscenza di altri personaggi stranissimi e l'ovvio stravolgimento di quel piccolo mondo che è un ricovero psichiatrico. Questa volta, Park Chan-Wook incanala il suo talento visivo per raccontare una tenera e romantica poesia, abbandonando la violenza e la rabbia del passato, in favore del candore e dell'ingenuità della protagonista e del giovane sociopatico Il-Sun. Il risultato è un film fuori dai canoni, ma difficile da non amare. Voto 7,5

Thirst: con la consueta classe, stavolta si parla di vampiri; e, nonostante sia un tema di gran moda oggi, Park Chan-Wook riesce ad essere originale, nel raccontare la lenta, progressiva e inesorabile trasformazione di un prete cattolico nel più classico dei succhiasangue. L'elemento nuovo però, è rappresentato dalla parallela storia d'amore intrecciata con una tanto giovane quanto sensuale ragazza. L'ambientazione orrorifica si incastra perfettamente con l'aspetto romantico, arrivando a sovrapporsi quando anche Tae-Ju diventa vampira. Da lì inizia un'escalation di violenza con Sang-Hyun sempre intento a frenare la sete della compagna, fino all'inevitabile risoluzione del conflitto. Probabilmente alcune lungaggini ne appesantiscono la visione, ma resta un (ennesimo) ottimo lavoro. Voto 7+

martedì 13 settembre 2011

Popcorn: Thor/Captain America

Con la stessa formula usata per Hobo With A Shotgun e Machete, e con l'approssimarsi di maggio 2012 e dell'uscita di Avengers, vediamo come sta procedendo il lento processo di avvicinamento al film di Joss Whedon.
Una precisazione: ho visto sia Thor che Captain America in 2D, ma, un po' ovunque, ho letto (specie per il secondo) di una sostanziale ininfluenza del 3D nel giudizio della pellicola.
Detto questo, partiamo col dio norreno.





Bello, bravo, bis.
Il film di Kenneth Branagh è uno dei migliori cinecomics degli ultimi anni (e quindi di sempre, visto che come genere è abbastanza recente), in barba a Iron Man 1 e 2 (scusa, Robert, non è colpa tua, ma di quel pippone di Jon Favreau) a Spider-Man 3 e ad altri illustri predecessori. Quello che sulla carta sembrava il personaggio più problematico da trasporre su celluloide si rivela un successo su (quasi) tutti i fronti.
L'intuizione più geniale è sicuramente la realizzazione di Asgard, molto devota alle illustrazioni di Re Kirby: chi ha giocato ad almeno un Final Fantasy avrà qualche deja-vu durante la visione, ma le scene ambientate nel palazzo di Odino (Anthony Hopkins piacione) sono a dir poco mozzafiato, così come efficace e intelligente è la scelta di un pantheon norreno multietnico, a partire da un Heimdall nero (Idris Elba rulez!) per passare a un Hogun asiatico (Tadanobu Asano, invecchiatissimo rispetto ai tempi di Ichi The Killer e Zatoichi).
La storia orchestrata da J.M. Straczynski è tanto lineare quanto solida e coerente, permettendo a Branagh di lavorare di fino nel modellare la psicologia dei 2 protagonisti del film: Thor e Loki.
A dispetto di quanto temuto, ho trovato Chris Hemsworth perfetto nella parte del dio del tuono: modellato fisicamente sulle sembianze della versione Ultimate, per quanto a volte abbia l'espressività di un leghista durante un comizio di Bossi (ma quella è una colpa imputabile alla Natura, mi sa), riesce ad essere sfrontato e arrogante quanto serve per portare a casa la pagnotta.
E poi, cazzo, è veramente una montagna.
Il Loki di Tom Hiddleston è la cosa migliore del film. L'attore inglese ha fatto bene i compiti a casa, e dona uno spessore ed una tridimensionalità fondamentali per la caratterizzazione del villain (che nei cinefumetti determina un buon 70% di riuscita del lavoro): il dualismo con il fratellastro è fatto di lacrime, bugie, tradimenti e mosse subdole, con i classici piani arzigogolati del Dio dell'Inganno, vincolati però, non tanto ad una banale sete di potere, quanto ad una necessità di attenzione e affetto (e Hiddleston è bravo a non farlo scivolare nel patetico).
Il resto del cast viaggia col pilota automatico e regala al pubblico quello che ormai si attende puntualmente in ogni pellicola di questo tipo: interesse amoroso con gusto per la battutina (Natalie Portman in ferie post-Cigno Nero), vecchio professore secchione e paterno (Skarsgard sr., per la prima volta in vita sua, quasi simpatico), e spalla comica rompipalle che ogni 2-3 fa riferimenti a Facebook, I-pod, Twitter e Google (tale Kat Dennings, totalmente scognita per me, fino ad ora).
C'è pure il tempo per una comparsata di Jeremy Renner-Occhio Di Falco, dello stesso Straczyinski e per l'immancabile cammeo di Stan Lee, più le citazioni disseminate per i fan del fumetto.
Difetti? Non me ne vengono in mente; forse potevano scegliere una più figa per interpretare Lady Sif, ma va bene uguale.
Branagh le azzecca tutte, dosando i momenti ironici senza scadere nel demenziale e dirigendo con maestria le spettacolari scene di combattimento.
Difficile chiedere di più, a fine titoli di coda (e classica scena nascosta) si è gasati e soddisfatti.


Voto 7,5





Il poster che vedete qui sopra è un fan-made.
Ma rimane la cosa migliore del film sul Primo Vendicatore.
Sì, perchè, a conti fatti, tutti quelli (mi ci metto anch'io) che avevano inarcato il sopracciglio alla notizia di Joe Johnston come regista della pellicola avevano ragione da vendere.
Si può sorvolare sul fatto che Cap sia interpretato dallo stesso attore che fa la Torcia Umana, perchè Chris Evans (che a me fa strasimpatia, intendiamoci) ha sì il fisico giusto, ma non il carisma e la presenza scenica necessari per trasmettere quell'aura di leggenda che normalmente accompagna Steve Rogers.
Non si può sorvolare sul fatto che una storia (peraltro con la quantità spropositata di fumetti a disposizione) ambientata nel 1945 non faccia un briciolo di riferimento alla Seconda Guerra Mondiale; poteva essere l'occasione per fare un filmone di guerra, come non se ne vedono da anni, e invece Johnston separa totalmente l'Hydra, il Teschio Rosso e tutto il contesto dal conflitto mondiale.
Maiodicobboh.
Si può accettare (e anzi è forse la parte più carina del film) un Capitan America versione mascotte-attrazione da circo, essendo l'unico momento della pellicola in cui viene resa un filino meglio l'ambientazione anni '40.
Non si può accettare (e qui la colpa è del doppiaggio italiano) di mantenere, con risultati ridicoli, la dizione di "Captain", quando, OVUNQUE (cartoni animati, fumetti, videogiochi etc.), il nome del personaggio è sempre stato italianizzato.
Ma al di là di puntigliosità e di scelte stilistiche più o meno discutibili, tutto sa di già visto fin dalla prima inquadratura e la pellicola, anche agli occhi di chi non ha mai letto una vignetta di Cap, scorre prevedibile come una puntata di Don Matteo o dei Cesaroni, e non bastano le citazioni e le strizzate d'occhio ai nerd fumettofili o Hugo Weaving-The Mask a salvare la situazione, purtroppo.
Insomma, l'impressione è che, più degli altri cinecomics Marvel, Captain America, nella sua mediocre linearità, sia stato pensato come lunga introduzione al film sui Vendicatori (trailer post-titoli di coda da bava alla bocca perenne).
Prendere o lasciare.


Voto 5


giovedì 1 settembre 2011

Revisioni: Nicolas Winding-Refn


Voi non ci crederete, ma il tenerone a destra della foto che abbraccia e sbaciucchia quell'idolo di Ryan Gosling (in un post futuro, espliciterò la portata di quest'affermazione) è semplicemente uno dei registi più violenti, intriganti e promettenti del panorama cinematografico contemporaneo.
In attesa di vedere quel Drive che all'ultimo festival di Cannes ha fatto sbavare un po' tutti, vi consiglio di tenere d'occhio questo coccoloso autore danese, perchè già la sua filmografia attuale mostra parecchi spunti validi, coniugati ad uno stile personalissimo e accattivante, nonostante siano evidenti le influenze tarantiniane e lynchane.
In attesa di progetti futuri come Only God Forgives e Logan's Run (sempre con Gosling protagonista), più un discorso in sospeso per un'eventuale pellicola su Wonder Woman, chi volesse approfondirne la conoscenza può buttarsi su questi film.

Pusher - L'inizio: è il primo capitolo di una trilogia criminale ambientata a Copenaghen. Macchina da presa in spalla, ritmo ipercinetico, violenza e una martellante colonna sonora che spazia dalla techno fino al punk e all'hard rock sono gli elementi di una cifra stilistica che qui viene presentata nella sua forma più grezza, per poi affinarsi nei capitoli successivi. Questo primo episodio ci porta a seguire le vicissitudini di Frank, piccolo spacciatore deciso ad alzare la cresta e racimolare qualche soldo ai danni del suo boss (Milo, protagonista del terzo film). In un susseguirsi di eventi avversi e voltafaccia, Refn mette al centro della storia un protagonista freddo e distaccato, inerte sul piano affettivo (emblematico l'incontro con la madre) ma risoluto nelle sue azioni, nonostante la sempre viva consapevolezza di vivere ed operare in un mondo sbagliato, ma che resta comunque l'unico mondo in cui sarebbe capace di vivere. Voto 7


Pusher II - Sangue Sulle Mie Mani: appena uscito di prigione, Tonny (amico di Frank, visto nel film precedente), è ansioso di mettersi a lavoro per il padre, un boss dedito allo spaccio di droga e al traffico di auto rubate, così da recuperarne la stima e, magari, una parvenza di affetto. Peccato che ogni tentativo risulti così fallimentare da trasformare l'iniziale sconforto in un vero e proprio disprezzo. Parallelamente, Tonny si trova a fronteggiare in prima persona una paternità,
tanto inattesa quanto salvifica, sebbene il bambino sia frutto di un rapporto occasionale con una sbandata mangiasoldi. E' forse il capitolo migliore della trilogia, per la maggiore levigatezza stilistica e per una sceneggiatura più raffinata nel sovrapporre (in modo mai banale) ad una semplice crime story tematiche più "alte" come il rapporto padre-figlio, il concetto di virilità (nel senso malavitoso del termine), sullo sfondo di una ineluttabilità del destino che è il vero leitmotiv dei 3 film: non si può cambiare la propria natura, al massimo la si può accettare e conviverci. Voto 8


Pusher III - L'Angelo Della Morte: il diabolico Milo del primo episodio, circa 10 anni dopo, è un ricordo appassito sotto i chili di troppo e la dipendenza da cocaina. Il tempo passa, il mercato cambia e il vecchio boss serbo, impegnato anche in una terapia di riabilitazione, deve stringere malvolentieri nuovi contatti se vuole sopravvivere nel giro. Qui, più che altrove, emerge la contraddizione intrinseca al mondo criminale dove la spinta a voler essere fautori del proprio destino viene soffocata dall'inevitabile sottomissione al boss più in alto. Milo è un fantasma, che prima reagisce con rabbia e poi comprende ed accetta la vita che si è scelto. In questo senso, il recupero del personaggio di Radovan è un'ulteriore testimonianza di quanto detto prima: si può cambiare pelle, assumendo una parvenza di onestà, ma non Natura. Voto 7,5


Bronson: ovvero il biopic secondo Refn. Michael Gordon Peterson ha una grande passione per Charles Bronson ma è anche uno dei criminali più violenti e folli della storia di Inghilterra. Entrato in carcere per una condanna di 7 anni, dopo una rapina ad un ufficio postale, attualmente risiede ancora in prigione, a seguito di una condotta fatta di omicidi, risse e pestaggi ripetuti. Il regista danese usa l'elemento biografico come pretesto per la messa in scena di un grottesco spettacolo sulla natura animalesca del personaggio. Come ci spiega un fenomenale Tom Hardy (un'interpretazione che promette più che bene, alla luce dei molti punti in comune con il Bane del terzo capitolo nolaniano di Batman), Peterson è sostanzialmente incapace di discernere il bene dal male, in quanto poggia l'intero suo vissuto su un principio tanto semplice quanto limitante: azione-reazione. Picchiare un uomo o un animale sono solo sfumature, viste con gli occhi di un uomo la cui unica necessità è quella di sfogare istinti che non è azzardato definire primordiali. Pertanto, l'unica rappresentazione possibile non può essere che grottesca.
Voto 8-


Valhalla Rising: l'opera più ambiziosa e difficile. I dialoghi si rarefano, per dare spazio alla natura, mentre One-Eye, guerriero muto e spietato, segue l'odissea di un gruppo di vichinghi verso una terra a metà tra il Paradiso e l'Inferno. E' il film meno convenzionale del regista danese e quello che, più degli altri, ne mette in mostra il talento; su tutte, la traversata dell'oceano, in un mare rosso sangue, è senza dubbio la scena di cui è più difficile negare la bellezza, anche solo da un punto di vista stilistico. Perchè, se concettualmente il film può essere attaccabile sotto diversi aspetti (ma, ripeto, a me è piaciuto), è innegabile che almeno visivamente sia un vero e proprio gioiello. Resta da capire se sotto la patina (bella spessa) di un talento visivo non indifferente, ci sia spazio per dei contenuti quantomeno all'altezza. Aspettiamo Drive e i film a seguire per un giudizio definitivo ma, a mio parere, c'è di che essere fiduciosi. Voto 8

giovedì 18 agosto 2011

Popcorn: Green Lantern



Un po' ovunque il povero Green Lantern è stato massacrato. Su Rotten Tomatoes arriva al 30% scarso, idem su Metacritic, dove i critici americani non ci sono andati leggeri, e gli italiani, per non essere da meno, si sono adeguati al trend stelle e strisce.
A me sembra, sinceramente, che questo film non sia molto diverso dal tanto osannato Iron Man (1 e 2): certo, c'è una sostanziale ed evidente differenza tra Robert Downey Jr. e Ryan Reynolds (che qualche espressione in più potrebbe degnarsi di impararla tra una session in palestra e uno sbiancamento dei denti); eppure, tanto lineari e fracassoni sono i due capitoli dedicati alla saga di Tony Stark esattamente come lineare e fracassone è questo Green Lantern.
Oltretutto, se è vero che Iron Man ha il suo punto di forza nell'attore, Lanterna Verde schiera dalla sua un regista vero (non un anonimo mestierante come Jon Favreau), e Martin Campbell fa il suo onesto e divertente lavoro confezionando un film, ok, prevedibile, ma godibile e scorrevole (per quanto qualche volta aleggi la sensazione di una certa fretta in cabina di montaggio), riducendo a 5 minuti scarsi le classiche (per non dire inevitabili) menate su "grandi poteri, grandi responsabilità e bla bla bla".
Il resto del cast non è malaccio con una Blake Lively vivace (e gnocca) nel ruolo del classico interesse amoroso dell'eroe (tra l'altro, sono gli unici momenti in cui Reynolds ha una parvenza di espressività...grazie figapower), un discreto Peter Sarsgard nei panni dello sfigato villain terrestre, un Mark Strong che ormai anche quando è buono sembra cattivo, e un Tim Robbins, per l'occasione, col pilota automatico.
Le tanto temute scene in CGI nel pianeta Oa sono meno peggio di quanto il trailer facesse presagire, anche se rimane comunque difficile entrare in empatia con personaggi palesemente "cartoon" come Kilowog, Tomar-Re e lo stesso villain, Parallax.
In definitiva, dura poco, non chiede molto, ha un paio di momenti divertenti e fa passare la serata.
Mica tutti i cinecomics possono essere come Il Cavaliere Oscuro, Watchmen o V Per Vendetta.



Voto 6-

giovedì 4 agosto 2011

Popcorn: Super


Partendo dal presupposto che per chi vi scrive James Gunn è un mezzo genio, Super è un'altra variazione sul tema del supereroe improvvisato che alberga in ognuno di noi, dopo il divertente Kick-Ass di Matthew Vaughn.
E se il limone non sembra essere spremuto del tutto, il merito è del regista-sceneggiatore che partorisce una commedia nera (stavolta non c'è una base fumettistica), capace di alternare con folle maestria battute di basso/bassissimo livello (e ovviamente esilaranti) a momenti più drammatici e riflessivi.
Si ride parecchio mentre il timido Frank (un ottimo Rainn Wilson) decide di indossare i panni di Crimson Bolt e riconquistare la moglie (Liv Tyler, sempre strafiga), finita nelle grinfie di un eccentrico boss della mala, interpretato da un sempre più gigione Kevin Bacon.
Armato di una sola chiave inglese e ispirandosi alle gesta dell'esilarante Holy Avenger televisivo (Nathan Fillion, sei un genio), redentore di ragazzini interessati al sadomaso e ai video su Youporn, Frank inizia la sua lotta senza quartiere e senza pietà contro criminali, spacciatori, pedofili e furbi nelle code al cinema.
Merita, inoltre, una menzione speciale la divertentissima e logorroica Ellen Page, nel ruolo di una svitata commessa in fumetteria che istruisce il protagonista per poi affiancarlo come aiutante, nei panni di Boltie.
Al netto di un cast affiatato e azzeccatissimo, Gunn si conferma un geniale bastardo per come ti conduca sul suo ottovolante fatto di umorismo slapstick e risate fragorose, per poi sferrarti un micidiale e inatteso pugno allo stomaco così forte da lasciarti senza fiato.
Non contento, chiosa il tutto con un finale splendidamente poetico, capace di insinuarsi nella testa e nel cuore.
Straconsigliato.



Voto 8

lunedì 25 luglio 2011

Dischi Del Mese: Luglio '11


E' piena estate, mi scoccia essere originale nella scelta di copertina e quindi vi beccate il gelato rosa dei Battles.


Miles Kane - Colour Of The Trap: esule dai Rascals e tenuto per mano dall'amico Alex Turner, anche Miles Kane si dà al disco solista, tirando fuori un album smaccatamente retrò, richiamando alla mente l'ottimo risultato prodotto dai Last Shadow Puppets. Convincono il rockabilly tenace in apertura di Better Left Invisible (vedere e sentire qui sotto), così come i cori beachboysiani di Come Closer e Quicksand, la jamesbondiana Counting Down The Days e il rock acido di Inhaler. Insomma, con una cura certosina della scaletta e un'estetica del suono molto anni '60, Kane dimostra quanto sia stato palpabile il suo contributo nella realizzazione di quel gioiellino che è stato The Age Of The Understatement. Un ottimo passatempo. Voto 6,5

Friendly Fires - Pala: pur non essendo un grande fan del genere, devo riconoscere di essermi divertito parecchio con la freschezza giocosa del disco d'esordio. Insomma, non spulciavo Google continuamente per news sulla data d'uscita (come ho fatto invece per i Death Cab For Cutie) ma ero curioso per il seguito. Ebbene, anche Pala prosegue sulla scia del pastiche solare e caramelloso del primo album avvicinandosi sempre più alla dance per prendere le distanze dall'indole punk che tanto aveva caratterizzato il disco omonimo. Running Away e True Love, così, diventano gli unici episodi di anarchia compositiva in un regime fatto di note puramente da dancefloor, con la title track a fare da intermezzo quasi dubstep, e a preparare il terreno per le ultime danze. Carino, ma il debutto era meglio. Voto 7--

The Pretty Reckless - Light Me Up: lo giuro. Io non sapevo chi fosse Taylor Momsen. Non ho mai visto neanche mezzo secondo di Gossip Girl. Solo dopo ho scoperto che era la gnocca di Paranoid Park e che ha un'insana passione per il rock (al punto da rendere problematiche le riprese del telefilm per i concomitanti impegni in tour della band); per cui, Taylor, congratulazioni: sei il mio innamoramento mensile.
Anche se hai fatto un disco che, quando va bene (Goin' Down, Factory Girl, Since You're Gone) ricorda Courtney Love ai tempi delle Hole (a voler essere buoni) e i Paramore (a voler essere cattivi) e quando va male, cioè quando si presta a evitabili ballads, si avvicina pericolosamente dalle parti di Avril Lavigne. C'è da dire che la Momsen ci crede, e, quando può, urla manco fosse la vedova Cobain o la desaparecida Brody Dalle dei Distillers; peccato che il sound, nel complesso, risulti troppo pulito: un approccio meno levigato avrebbe sicuramente giovato. Rimandata, ma la amo già. Voto 6--

The Horrors - Skying: che delusione. Abbandonano completamente l'estetica post-punk a là Joy Division in favore di un approccio più solare, rispetto al clima lugubre e tenebroso che avvolgeva il precedente (e splendido) Primary Colours. Il risultato è pessimo: dite addio agli influssi shoegaze targati Jesus And Mary Chain (fatta salva solo Endless Blue, che potrebbe tranquillamente figurare nella scaletta del disco precedente, senza sfigurare) e salutate i figli illegittimi di U2, Simple Minds, Duran Duran (ok, magari la voce è meno gioviale di quella di Simon Le Bon). Lode al coraggio per questo salto nel vuoto, ma io li preferivo più oscuri e darkeggianti Voto 5,5

Battles - Gloss Drop: un ottovolante di post e math rock sapientemente miscelati con grazia, ritmo ed energia. Le incursioni vocali si rivelano azzeccatissime (specie Aguayo in Ice Cream), ma i Battles dimostrano di non aver perso smalto anche nei pezzi solo strumentali: Inchworm è un frenetico saliscendi che si insinua sinuosamente nei padiglioni auricolari fin da subito, Africastle è un manifesto programmatico che dà piena mostra di tutti gli ingredienti che troverete dalla prima traccia a seguire, e la marcia quasi reggae di Sundome chiude un lavoro compatto e di precisione rigorosa. Voto 7+

Foo Fighters - Medium Rare: uscita in occasione del Record Store Day, questa raccolta di cover è un'ulteriore testimonianza dell'ottimo stato di salute di Dave Grohl e compagni, che dopo avere liberato la propria foga nell'ottimo Wasting Light, si dedicano, tra cazzeggio e sentito omaggio, a rivisitazioni riuscite e piacevoli pezzi più e meno noti di band che, evidentemente, sui Foos hanno lasciato il segno; dalla floydiana Have A Cigar, ai Ramones di Danny Says, passando per gli Who di Young Man Blues e la punkeggiante Bad Reputation dei Thin Lizzy (anche se è quella dove ho subito pensato "meglio l'originale") fino ad arrivare addirittura a Prince con una selvaggia rivisitazione di Darling Nikki. Sono cover, sì, ma ben fatte. Voto 6,5






lunedì 18 luglio 2011

Luther - Stagione 2



Curvo, seduto sul logoro divano di casa, mentre impugna una pistola e gioca alla roulette russa.
Così troviamo John Luther all'inizio della seconda stagione.
Sono passati alcuni mesi dal tragico epilogo della prima serie, e il poliziotto londinese interpretato da Idris Elba, dopo un lungo periodo punitivo fatto di duro e noioso "lavoro di scrivania", è tornato a pieno regime alla Sezione Omicidi.
E mentre la stupenda Alice Morgan (Ruth Wilson, ti amo) è detenuta in un manicomio criminale, fa capolino sulla scena la protagonista della nuova storyline principale, Jenny, necroporno attrice invischiata (con la complicità della madre) in torbidi affari di droga e mafia, e figlia di un ex-collega di Luther, suicidatosi dopo essere stato arrestato dal nostro caracollante eroe.
I quattro episodi articolati in 2 minifilm ci consegnano un poliziesco procedurale in stato di grazia, con degli assassini tanto efferati quanto inquietanti, a fronte di un ritmo e di una realizzazione tecnica ineccepibili.
Gli amanti del genere crime avranno di che essere soddisfatti, insomma.
Idris Elba, poi, è semplicemente monumentale nel costruire un personaggio ostinato e tenace, nonostante sembri sempre sul punto di essere schiacciato dai mille problemi che gli piovono addosso; non ci sono gli scatti d'ira della precedente stagione, ma si colgono i segni di una sorta di rassegnazione e accettazione della propria natura, così labilmente in bilico tra Bene e Male, illuminati da una possibilità di redenzione attraverso il salvataggio di Jenny.
Bisogna anche dire, però, che la storyline principale di questa stagione sbiadisce al confronto con la precedente, che toccava direttamente gli affetti del protagonista(del resto, era difficile fare meglio): l'intera costruzione della vicenda risulta troppo arzigogolata, la risoluzione finale molto semplicistica e l'interazione tra Luther e la giovane ragazza, per quanto ben riuscita, è lontana anni luce dall'elettricità vibrante che caratterizzava la liason con Alice, vero punto di forza dello show.
All'irresistibile psicopatica dai capelli rossi, vengono consegnati pochi minuti in questa stagione, comunque sufficienti a stregare nuovamente pubblico e protagonista. Rimane il rammarico per la perdita di uno dei principali elementi di fascino della serie, nella speranza che un'eventuale terza stagione (il finale puzza molto di chiusura, quindi la vedo buia) riporti in auge un personaggio veramente azzecato.
In conclusione, capolavoro la prima stagione (ne ho parlato qui), buon prodotto la seconda.





Voto 7+





venerdì 15 luglio 2011

Popcorn: Super 8


Se mai leggerai queste righe sperdute nell'etere internettiano,
grazie J.J. Abrams.
Grazie per aver realizzato un film che trasuda sci-fi anni '80 fin dalla prima inquadratura e che inevitabilmente fa leva sull'effetto nostalgia dei 20-30enni che sono cresciuti andando al cinema per vedere E.T., Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Star Wars, Indiana Jones, Ritorno Al Futuro, I Goonies eccetera eccetera.
Bambini protagonisti (e, tolta Elle Fanning, interpretati da perfetti sconosciuti), genitori fessi, militari cattivi, alieni che vogliono tornare a casa, c'è tutto quello che può desiderare ogni essere umano nato nel periodo '75-'85 (facciamo '86, così ci entro pure io): Super 8 è una bella storia di amicizia, passione (visto che il motore di tutte le cose è la smania per la cinepresa di uno dei protagonisti), e crescita (sia dei più piccoli che degli adulti, come insegna papà Spielberg), senza ovviamente dimenticare la fantascienza.
Il tutto con una naturale premessa: non è qui che va ricercata l'originalità, dato che l'obiettivo di Abrams è proprio quello di ricreare quell'atmosfera magica e quasi favolistica dei film sopracitati che hanno contribuito a formare l'immaginario di una generazione di cui lo stesso regista fa parte.
E l'omaggio riesce in pieno; la pellicola è un continuo deja-vu di elementi, trovate e sensazioni provate quando i nostri genitori ci hanno accompagnato al cinema per la prima volta nella nostra vita.
Tolto l'aspetto nostalgico, Super 8 diverte nel suo essere anacronistico, mostra i muscoli quando c'è da fare uso degli effetti speciali ed è di una precisione svizzera nel bilanciare minuziosamente le fasi più movimentate a quelle più sentimental-romantiche (anche se, forse, il finale è un po' troppo affrettato).
E se per un attimo la smettessi di ascoltare il cuore che sussurra all'orecchio "E' come quando eri bambino!", probabilmente mi accorgerei che, in fondo, questo film sarebbe passato quasi inosservato se fosse uscito effettivamente negli anni '80; e lo sa anche quel furbacchione di J.J. Abrams, che mira proprio al cuore e ai ricordi dei ragazzini di allora.
Per questi motivi, sono straconvinto che Super 8 non riscuoterà lo stesso successo tra i "kids" di oggi; perchè, negli anni zero (anzi dieci) si vuole vedere e toccare l'alieno con la massima nitidezza possibile (e magari farlo uscire dallo schermo), anzichè mostrarlo di sfuggita facendone solamente intuire la presenza; perchè il teenager attuale è più sgamato e non è disposto a credere che 5 bambini (perdipiù sprovvisti di bacchetta magica e cicatrice in fronte) possano riuscire laddove uno squadrone militare ha fallito; e poi, perchè in Twilight c'è Robert Pattinson, mentre qua non c'è un figone su cui sfogare le prime tempeste ormonali della propria vita.
Noi gggiovani di ieri, invece, rendiamo grazie per averci fatto tornare la voglia di rivedere il vecchio Spielberg e lasciamo i Michael Bay e i licantropi depilati alle generazioni che vengono...già...poveri loro.


Voto 6,5

sabato 9 luglio 2011

Play: Just Cause 2





L'isola di Panau è il classico minuscolo staterello, pieno di petrolio e governato da un dittatore tappo, con l'hobby per il riportino e una passione sfrenata per i bordelli.
Tanto oro nero e un simile stronzo, ovviamente, attirano le attenzioni di tutte le superpotenze mondiali, pronte a rovesciare il regime e accalappiarsi il bottino, ma, come Hollywood ci insegna, gli americani hanno sempre una marcia in più, potendo contare sull'agente Rico Rodriguez che, neanche 10 secondi di introduzione, e si lancia da un aereo a oltre 9 mila metri d'altezza, armato (udite! udite!) di una scorta infinita di paracadute e di un rampino che non sfigurerebbe nella cintura di Batman.
Così comincia Just Cause 2.
E l'impatto iniziale è notevole, va detto.
Panau, oltre ad essere spaventosamente grande, è un vero e proprio paradiso terrestre, per come alterna (in maniera quasi credibile) paesaggi tropicali da cartolina, a montagne innevate con tanto di rifugi e stazioni sciistiche. I centri urbani sono ben caratterizzati e comprendono piccoli villaggi di contadini e metropoli evidentemente ispirate a Hong Kong e ai suoi grattacieli. Le possibilità di spostamento sono molteplici, potendo contare su qualsiasi mezzo di locomozione (auto, moto, barche, elicotteri, jet..) e su un mercenario-tassista che risparmia lunghe (per non dire estenuanti) traversate alla ricerca del sito da cui attivare la missione successiva.
In Just Cause 2 tutto è orientato alla iperspettacolarizzazione, così, non stupisce lo stile di guida prettamente arcade del titolo, con collisioni ad alto tasso di esplosione e una gestione della fisica che spesso rende Rico Rodriguez una sorta di supereroe, in grado di saltare da un'auto in corsa ad un'altra senza problemi (e non dico nulla sul finale) e di uscire quasi indenne da cadute da almeno 10 metri d'altezza.
Il titolo Avalanche, però, è fortemente votato all'azione, incentrando sia le missioni principali che quelle secondarie sulla distruzione delle strutture governative. L'indicatore CAOS è quello che si deve tenere sempre d'occhio e questo la dice tutta sulla quantità di strutture date alle fiamme che vedrete deflagrare sullo schermo.
Infiltrarsi nelle basi nemiche, fare a pezzi i soldati e distruggere ogni serbatoio, ciminiera, gasometro, torre dell'acqua, torre-radio risulta particolarmente godurioso.


Almeno i primi tempi.
Perchè superato l'abbocco estetico, Just Cause 2 è un'iterazione quasi ossessiva di assalto-esplosione-fuga con sporadiche pause legate al viaggio (troppo lungo in molti casi) che vi separa dal punto di attivazione della missione successiva.
Insomma, la puzza di occasione mancata è abbastanza forte, oltretutto con il rimpianto di una realizzazione tecnica ineccepibile (anche la gestione delle sparatorie mi sembra ben riuscita e, quanto ad IA dei nemici, ho visto di molto peggio).
A fronte di una storia stiracchiata e piuttosto banale (e di un doppiaggio in italiano ai limiti dell'indecenza), il titolo Avalanche non mi fa rimpiangere i 19.90 euro spesi (non lo consiglierei se non costasse così poco) e si prende le sue buone 15-20 ore per essere completato (almeno per quel che concerne la trama principale), offrendo poi la possibilità di continuare a seminare panico e fiamme per tutta Panau.
Ma come, ancora!?

Voto 6,5

sabato 2 luglio 2011

Popcorn: Blue Valentine



Io non sono un grande fan dei film sull'Amore; penso di poter contare sulle dita di una mano le pellicole che mi hanno impressionato a riguardo.
E posso dire senza vergogna che mi fa paura la prospettiva di rivederli, tanta e tale è l'empatia che mi trovo a sviluppare quando la rappresentazione della grande A non è mai banale, ma sofferta (che ha tutt'altro significato di "strappalacrime") e realmente vissuta.
Già questo mi sembra un motivo sufficiente per consigliarvi questo Blue Valentine.
Non c'è niente di rivoluzionario nel lavoro di Derek Cianfrance quando alterna, con stile quasi documentaristico, le fasi dell'innamoramento tra Dean e Cindy allo sfaldamento del nucleo familiare costituito tanto faticosamente; eppure, è un film che trasuda autenticità, passioni, tensioni, gioie e dolori.
Vita vera, insomma.
Due persone completamente diverse (il bambinesco candore di Dean contro la disillusa confusione di Cindy), due realtà quasi antitetiche che vanno ad incastrarsi perfettamente con gli alti e bassi vissuti dalla coppia nella cronistoria alternata che il regista porta avanti fino alla fine, arrivando ad una climax che mostra la felicità di un matrimonio tanto umile quanto desiderato, immediatamente seguita dalla sagoma di un Dean stempiato e appesantito che
, distrutto, si allontana da quella famiglia che non aveva mai sognato, salvo poi accorgersi di desiderarla fortemente.
In un film del genere, è ovvio che il 70% (minimo) della riuscita dipenda dai 2 attori principali; e se almeno Michelle Williams ha ricevuto la consolazione della nomination per l'Oscar, rimane un mistero il motivo per cui un gigantesco Ryan Gosling (niente male per uno cresciuto a Disney Club e Young Hercules) sia stato bellamente ignorato dall'Academy.
Ma tant'è, The Millionaire ne ha vinti 8 di pelatini dorati...chissenefunken.
Rimane il piacere di godersi un duetto recitativo veramente convincente; tanto tenero nel descrivere il corteggiamento e i primi giorni felici, quanto nervoso e usurato dal tempo nelle fasi conclusive (il cui centro nevralgico è la tristissima notte nella "Future Room" di un motel).
E se tutto questo non vi basta, calo un altro pezzo da novanta e ci metto una meravigliosa colonna sonora curata dai grandiosi Grizzly Bear.
E se siete realmente incontentabili, non so proprio che farci.
Cazzi vostri, vi perdete un gran bel film.


Voto 8+


"I feel like men are more romantic than women. When we get married we marry, like, one girl, 'cause we're resistant the whole way until we meet one girl and we think I'd be an idiot if I didn't marry this girl she's so great. But it seems like girls get to a place where they just kinda pick the best option... 'Oh he's got a good job.' I mean they spend their whole life looking for Prince Charming and then they marry the guy who's got a good job and is gonna stick around."