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martedì 27 dicembre 2011

Dischi Del 2011









Come l'anno passato, mettiamo in pausa i dischi del mese e facciamo una top ten dei 10 migliori album del 2011 (con tanto di Zooey Deschanel natalizia, che volete di più?).
Scrollando I-Tunes, devo dire che non è che sia stata una bellissima annata; nell'oceano di piattume pop-dancereccio, pochi dischi memorabili, qualche buon lavoro, molte prove modeste (o al di sotto degli standard attesi, vedi Radiohead o Coldplay), al punto che mi risulta difficile scegliere il disco che più ho apprezzato quest'anno.
Infatti punto tutto su un album uscito nel 2010 ma che ho colpevolmente scoperto nel 2011, cioè quello dei Dead Man's Bones: il duo formato da Ryan Gosling e Zach Shields scala la vetta con un meraviglioso concept sulle storie di fantasmi, fatto di nenie spettrali, versi sospirati e ninnananne da paura, impreziosite da un coro di bambini. Si vocifera di un seguito, visto il successo, e francamente ci spero parecchio.

10-
Kasabian - Velociraptor!
9- Radiohead - The King Of Limbs
8- Foo Fighters - Wasting Light

7- The Vaccines - What Did You Expect From The Vaccines?
6-
Death Cab For Cutie - Codes And Keys
5- Fleet Foxes - Helplessness Blues
4- Wilco - The Whole Love
3- M83 - Hurry Up, We're Dreaming
2-
Anna Calvi - S/T

And the winner is... (ovvio)


1- Dead Man's Bones - S/T




Quanto agli italiani, come l'anno scorso, rapidissima top 5:

5- Jovanotti - Ora
4- Zen Circus - Nati Per Subire
3- Verdena - WOW
2-
Caparezza - Il Sogno Eretico


And the winner is...(meno ovvio, ma a mani basse)

1- I Cani - Il Sorprendente Album D'Esordio De I Cani




E dato che abbiamo aperto col binomio Zooey Deschanel-Natale, chiudiamo così:


sabato 26 novembre 2011

Dischi Del Mese: Novembre '11


Molti ascolti a scoppio ritardato in questo novembre. Troppi impegni, col tempo libero che si riduce al lumicino, e recuperi che vanno accumulandosi.
In barba alla mia notoria esterofilia, copertina del mese dedicata al presunto caso discografico italiano dell'anno, cioè quei Cani avvolti dal mistero (e dall'hype) ad un livello tale che a lungo ci si è chiesti se davvero dietro a tutto ci fosse una sola persona.


Help Stamp Out Loneliness - S/T: con colpevole ritardo, uno dei dischi più interessanti di questo 2011, fatto di ritmiche sbarazzine, melodie immediate infarcite di pop gelatinoso e fortemente debitore di echi wave-eighties, e impreziosito da una grazia vocale che rimanda ai bei tempi in cui Nico veleggiava sul tappeto sonoro dei Velvet Underground. Citare un brano sopra gli altri sembra ingeneroso ma Palma Violence e Cottonopolis + Promises sono ottimi manifesti programmatici. Straconsigliato. Voto 8

Coldplay - Mylo Xyloto: mi ricordano sempre più Jovanotti, per la loro lenta (ma inesorabile trasformazione in paladini del buonumore a priori; quello forzato ad ogni costo, stantìo e poco autentico, ma che acchiappa un po' tutti.
E io li preferivo quando erano più depressi in Parachutes o A Rush Of Blood To The Head. Intendiamoci, Viva La Vida.. non mi è dispiaciuto, ma questo suona troppo artificioso per una band che aveva basato quasi tutta la carriera su una struttura tanto scarna quanto efficace. Ora compaiono suoni electro in Every Teardrop Is A Waterfall, gli echi del passato non reggono il confronto (vedasi Charlie Brown) e, dulcis in fundo, spunta persino Rihanna, in un pezzo che è più un featuring dei Coldplay in una canzone electropop che non un brano di Chris Martin e soci. In un contesto di sostanziale piattezza, emerge il piglio più rock di Hurts Like Heaven e si fa ascoltare senza troppa voglia di skip anche Don't Let It Break Your Heart, ma è troppo poco. Voto 5-


I Cani - Il Sorprendente Album D'Esordio De I Cani: è il classico disco da amare o odiare, fatto di cinismo, disillusione, incoerenza, spocchia e squallore e dove testi torrenziali, intrisi di amara ironia e velata tristezza, vengono convertiti a fatica in una forma musicale sghemba, scarna e che se ne frega di piacere per forza. Mentre caterve di pseudoartisti provenienti da talent, gruppi senza nè arte nè parte riempiono palazzetti dello sport scrivendo canzoni d'amore fino alla nausea e vecchi (presunti) leoni continuano ad ammorbarci, almeno il disco de I Cani mette in moto qualche neurone in più, senza provocare necessariamente deiezioni. Poi, sò sempre gusti, eh. Voto 7,5

Deer Tick - Divine Providence: meh. Avevo apprezzato parecchio i dischi precedenti, trovandoli tanto genuini quanto trovo questo leggermente artefatto. Intendiamoci, le canzoni sono grosso modo tutte gradevoli e l'accoppiata The Bump-Funny Word è un ottimo biglietto da visita, si continua a respirare quella salubre miscela di rock-folk-blues, ma War Elephant era molto meglio. Voto 6+






domenica 30 ottobre 2011

Dischi Del Mese: Ottobre '11




Questo mese vince a mani basse la copertina escheriana dei Wilco, per un lavoro che ha tutti i connotati per finire nella top ten dei dischi dell'anno. Intanto, ritorni post-rotture, seconde prove e piccoli passi verso platee più vaste, con una piccola e doverosa parentesi sui Blink-182: l'adolescente con borchie e spille da balia che è in me li ha amati parecchio ai tempi del liceo. Prima di fare il boom su MTV, il trio di San Diego era uno dei gruppi punk più piacevoli e interessanti in circolazione. Poi arrivarono le major, 2 album al servizio di teenager infoiate e discografici mangiasoldi, i side-project e un ultimo disco (quello del 2001) veramente notevole per come lasciava intuire nuove possibilità di sperimentazione all'interno di un genere che sembra essersi giocato da tempo un po' tutte le carte a disposizione. Peccato che pochi mesi dopo l'uscita dell'album omonimo, Mark, Tom e Travis mettano in pausa la band, attirati da progetti personali che si riveleranno più o meno fallimentari.
Fino alla decisione di riunirsi e riprovarci.
Chiusa parentesi, vediamo che è uscito.


Wilco - The Whole Love: basterebbe la splendida Art Of Almost di cui sotto a giustificare l'acquisto del cd. Otto minuti sospesi tra un inizio electro-kraut, che farebbe schiattare di invidia gli ultimi Radiohead, e un furibondo e selvaggio assolo di chitarra di quel talento assoluto che è Nels Cline. Poi si torna su binari più convenzionali, ma non per questo banali o meno validi: Dawned On Me, Standing O e la title track suonano orecchiabili e beatlesiane, le tipiche venature folk riemergono inossidabili in Rising Red Lung e Black Moon e spetta ai deliziosi 12 minuti conclusivi di One Sunday Morning chiudere in bellezza un disco solido e di conferma, per una band che finora non ha sbagliato un colpo. Voto 8

Kasabian - Velociraptor!: sono dei furboni. E la mini-recensione potrebbe chiudersi qua: la realtà è che sanno soddisfare tutti i tipi di palati, dal dance rock usa e getta della title-track o di I Hear Voices, a tracce più ambiziose come Neon Noon o Switchblade Smiles che zittirebbero il più intransigente degli hipster. Probabilmente non faranno mai nulla di memorabile, ma non gliene frega niente a nessuno, loro in primis. Prendere o lasciare. Voto 6+


The Drums - Portamento: combinare gli Smiths alle sonorità surf non è un'impresa da poco, ma già col disco d'esordio i Drums avevano mostrato di saperci fare. Manca forse una hit come Let's Go Surfing e il suo fischiettìo maligno, o come We Tried (che al sottoscritto piaceva parecchio), ma la formula non è cambiata granchè e il lavoro è sempre pregevole. Money, What You Were e I Don't Know How To Love sono le punte di un disco che forse è più bello da ascoltare integralmente, che non per singola traccia. Se è un merito o meno, decidete voi. Voto 6,5


Clap Your Hands Say Yeah! - Hysterical: un po' di solarità che riempie il cuore. Gli ingredienti sono i soliti (la voce sgraziata e lamentosa di Alec Ounsworth, le melodie immediate addolcite da tastiere melliflue e chitarre in salsa shoegaze), il risultato è sempre buono, fresco e godibile, con gioielli come Into Your Alien Arms e la sua coda ambient o la verve in apertura di Same Mistake, passando per l'appiccicosa Ketamine And Ecstasy fino alla digressione stramba di Adam's Place. Promossi. Voto 7+


Blink 182 - Neighborhoods: ebbene com'è questo atteso ritorno? Tanto coraggioso quanto nostalgico nel non perseguire necessariamente la melodia immediata e il pezzo radio-friendly (tolto il singolo Up All Night) in favore di una miscellanea (spesso insapore) di ingredienti del recente passato; Snake Charmer riporta alla mente i mai troppo rimpianti Boxcar Racer, Heart's All Gone è un pezzo punk bello tirato e melodico il giusto, Wishing Well prosegue il tour dalle parti di Enema Of The State, ma il problema di fondo è che la voce di Tom (sempre più dominante rispetto a Mark) è diventata, se possibile, ancora più insopportabilmente nasale che in passato, tanto che in alcuni passaggi sembra di ascoltare in FFW. Tolto questo piccolo grande inconveniente (magari c'è a chi piace), tutto sommato mi aspettavo di peggio. Voto 6-




martedì 27 settembre 2011

Dischi Del Mese: Settembre '11



Copertina per il supergruppo del 2011, che già la sola presenza di Mick Jagger è sufficiente per definirlo tale. Aggiungeteci quella strafiga di Joss Stone e i giochi sono fatti, senza menzionare compositori con l'Oscar in tasca, illustri figli d'arte e chitarristi di band storiche. Ma al di là del folklore e del sapore di mega-combo, vediamo che altro è uscito in questo periodo.

Beirut - The Rip Tide: non posso farci nulla, non riesco a mandarli giù. Ne riconosco l'abilità a livello compositivo e la gradevolezza all'ascolto, ma mi scivolano addosso come la pioggia sull'impermeabile. L'intento è quello di fornire un adeguato commento musicale ad un paesaggio di fine estate, il risultato (almeno per me) è una botta di sonno, di quelle pesanti. Voto 5

Red Hot Chili Peppers - I'm With You: John Frusciante è uscito dal gruppo; al suo posto è entrato Josh Klinghoffer (discepolo e collaboratore dell'ingombrante predecessore), ma la sostanza non cambia granchè: i Red Hot, ormai, viaggiano col pilota automatico riproponendo la solita formula da almeno 10 anni, con la consueta miscela di funk e rock (la doppietta iniziale con Monarchy Of Roses e Factory Of Faith illude piacevolmente), e intercalando le classiche (e stavolta meno efficaci) ballads da accendini ai concerti. Il cambio di chitarrista poteva essere un'occasione per sperimentare, ma a loro non interessa. E' semplicemente un disco atto a rimpolpare il repertorio da proporre sul palco (lo si capisce già dal ruffianissimo singolo), inutile aspettarsi di più. Voto 6-

The Rapture - In The Grace Of Your Love: la ricetta è sempre la stessa, fin da quell'Echoes del 2003: una sapiente miscela di funk, dance e rock capace di farsi strada fino al padiglione acustico dell'ascoltatore, fin dal primo play. Partono sparati con Sail Away, Miss You e Come Back To Me per arrivare alla title track, punto di partenza di un leggera caduta di tono e di intensità; per fortuna, la corsa riprende con lo sfavillante singolo How Deep Is Your Love? per un disco ballabile e contagioso. Voto 6,5

Bon Iver - S/T: continuo a preferirgli Iron & Wine, per come tocchi meglio le corde sensibili quando è in vena di ballads solitarie e bucolico-malinconiche, e per come abbia il coraggio di sperimentare soluzioni diverse (e più movimentate, come nell'ultimo Kiss Each Other Clean). Resta, comunque, il buon livello compositivo dell'autore statunitense, e la consueta abilità nel pennellare paesaggi rurali su melodie tanto semplici quanto delicate. A me, continua a non calare granchè. Voto 6

Superheavy - S/T: ho sempre nutrito una certa diffidenza verso il concetto di 'supergruppo'. Che mi ricordi, le uniche cose che ho apprezzato catalogabili sotto questa categoria rispondono ai nomi di Audioslave (ma solo il primo album) e Them Crooked Vultures (dai quali era lecito aspettarsi di più). Intanto, il singolo che vedete qui sotto ha superato il milione di visualizzazioni su Youtube nell'arco di un paio di settimane, ma che ne è delle altre tracce? Una gara di 'celhopiùlungoio' troppo spesso giocata su un terreno pesantemente infarcito di reggae. Manco a dirlo, vince a mani basse quel gigione di Mick Jagger, ma, tolta Energy e il ritmo in levare di Common Ground, rimane molto, tantissimo fumo e poco, pochissimo arrosto. Voto 5,5







martedì 6 settembre 2011

SetteCanzoni


Sono già pentito di essermi autoimposto 7 opzioni anzichè le canoniche 10; è stata durissima ma, anche in questo caso, hanno prevalso pelledoca, brividi e occhi lucidi.





7- Bloc Party - So Here We Are



6- Neil Young - Like A Hurricane



5- Radiohead - Fake Plastic Trees



4-
Joy Division - Atmosphere



3- Franco Battiato - L'Animale



2- Death Cab For Cutie - Transatlanticism/Passenger Seat



1- Pink Floyd - Us And Them



Ho barato, lo so.


Prossima Puntata: SetteDylanDog

martedì 23 agosto 2011

SetteDischi




Il concerto di Battiato (splendido, prima o poi ci scriverò qualcosa su) è ormai alle spalle e non mi pare siano uscite cose grosse in ambito musicale, in questo assolato e rilassante agosto.
Quindi, direi che è il momento ideale per mettere in pausa i 'Dischi del Mese' e introdurre qualcosa di nuovo.
Che poi, in realtà, le top ten (in questo caso 7, non c'è un motivo valido sul perchè siano 7 e non 10..) sono una novità nei blog come lo sono i climatizzatori nelle macchine.
Ma una volta tanto, ci può stare vestire i panni del conformista.
E cominciamo dai dischi, và.
Però, intendiamoci subito, tutte le top 7 che seguiranno non vogliono essere scale di valutazione assolute: non sempre inserirò le cose che ritengo oggettivamente più belle, ma semplicemente ciò che più mi ha fatto vibrare le corde dell'anima, se mi passate l'espressione poetica.
Detto questo, se mai naufragassi in un'isola deserta, con botole sotterranee, mostri di fumo e periodici rifornimenti alimentari che piovono dal cielo, gradirei poter mettere sul giradischi questi 7 vinili, perchè di ascoltare Geronimo Jackson o Petula Clark ne avrei le palle piene già al secondo giorno di naufragio.


7- Bloc Party - Silent Alarm



6- Velvet Underground & Nico - S/T



5- Pink Floyd - The Dark Side Of The Moon



4- Bob Dylan - Highway 61 Revisited



3- The Clash - London Calling



2- Radiohead - OK Computer



1- Death Cab For Cutie - Transatlanticism



Senza dilungarmi troppo in spiegazioni/giustificazioni inutili, mancano molti gruppi che adoro (Rolling Stones, Police, Simon & Garfunkel, ma anche Sex Pistols, Nirvana, Beatles, Joy Division e sono solo i primi che mi vengono in mente..); mi sono basato sul valore affettivo/emotivo che ognuno di questi dischi porta con sè, essendo ciascuno legato a momenti diversi e "necessità" diverse (in termini di adeguati sottofondi musicali a determinati stati d'animo). Amo ognuno di questi dischi dalla prima all'ultima nota, dalla prima all'ultima traccia, fino a quando sopraggiunge il silenzio e la voglia di ascoltarlo daccapo è rimasta inalterata.
Forse stupirà la prima posizione di un gruppo scognito ai più, in mezzo a tanti mostri sacri, ma Transatlanticism (tutto il disco, non solo la favolosa canzone) è quanto di più vicino alla rappresentazione in musica del mio concetto di amore: malinconico, candido e sognatore, ma anche ruvido, caustico e fisico, allo stesso tempo.
Semplicemente perfetto.
Almeno per le mie corde.


Prossima puntata: SetteCanzoni.

domenica 14 agosto 2011

lunedì 25 luglio 2011

Dischi Del Mese: Luglio '11


E' piena estate, mi scoccia essere originale nella scelta di copertina e quindi vi beccate il gelato rosa dei Battles.


Miles Kane - Colour Of The Trap: esule dai Rascals e tenuto per mano dall'amico Alex Turner, anche Miles Kane si dà al disco solista, tirando fuori un album smaccatamente retrò, richiamando alla mente l'ottimo risultato prodotto dai Last Shadow Puppets. Convincono il rockabilly tenace in apertura di Better Left Invisible (vedere e sentire qui sotto), così come i cori beachboysiani di Come Closer e Quicksand, la jamesbondiana Counting Down The Days e il rock acido di Inhaler. Insomma, con una cura certosina della scaletta e un'estetica del suono molto anni '60, Kane dimostra quanto sia stato palpabile il suo contributo nella realizzazione di quel gioiellino che è stato The Age Of The Understatement. Un ottimo passatempo. Voto 6,5

Friendly Fires - Pala: pur non essendo un grande fan del genere, devo riconoscere di essermi divertito parecchio con la freschezza giocosa del disco d'esordio. Insomma, non spulciavo Google continuamente per news sulla data d'uscita (come ho fatto invece per i Death Cab For Cutie) ma ero curioso per il seguito. Ebbene, anche Pala prosegue sulla scia del pastiche solare e caramelloso del primo album avvicinandosi sempre più alla dance per prendere le distanze dall'indole punk che tanto aveva caratterizzato il disco omonimo. Running Away e True Love, così, diventano gli unici episodi di anarchia compositiva in un regime fatto di note puramente da dancefloor, con la title track a fare da intermezzo quasi dubstep, e a preparare il terreno per le ultime danze. Carino, ma il debutto era meglio. Voto 7--

The Pretty Reckless - Light Me Up: lo giuro. Io non sapevo chi fosse Taylor Momsen. Non ho mai visto neanche mezzo secondo di Gossip Girl. Solo dopo ho scoperto che era la gnocca di Paranoid Park e che ha un'insana passione per il rock (al punto da rendere problematiche le riprese del telefilm per i concomitanti impegni in tour della band); per cui, Taylor, congratulazioni: sei il mio innamoramento mensile.
Anche se hai fatto un disco che, quando va bene (Goin' Down, Factory Girl, Since You're Gone) ricorda Courtney Love ai tempi delle Hole (a voler essere buoni) e i Paramore (a voler essere cattivi) e quando va male, cioè quando si presta a evitabili ballads, si avvicina pericolosamente dalle parti di Avril Lavigne. C'è da dire che la Momsen ci crede, e, quando può, urla manco fosse la vedova Cobain o la desaparecida Brody Dalle dei Distillers; peccato che il sound, nel complesso, risulti troppo pulito: un approccio meno levigato avrebbe sicuramente giovato. Rimandata, ma la amo già. Voto 6--

The Horrors - Skying: che delusione. Abbandonano completamente l'estetica post-punk a là Joy Division in favore di un approccio più solare, rispetto al clima lugubre e tenebroso che avvolgeva il precedente (e splendido) Primary Colours. Il risultato è pessimo: dite addio agli influssi shoegaze targati Jesus And Mary Chain (fatta salva solo Endless Blue, che potrebbe tranquillamente figurare nella scaletta del disco precedente, senza sfigurare) e salutate i figli illegittimi di U2, Simple Minds, Duran Duran (ok, magari la voce è meno gioviale di quella di Simon Le Bon). Lode al coraggio per questo salto nel vuoto, ma io li preferivo più oscuri e darkeggianti Voto 5,5

Battles - Gloss Drop: un ottovolante di post e math rock sapientemente miscelati con grazia, ritmo ed energia. Le incursioni vocali si rivelano azzeccatissime (specie Aguayo in Ice Cream), ma i Battles dimostrano di non aver perso smalto anche nei pezzi solo strumentali: Inchworm è un frenetico saliscendi che si insinua sinuosamente nei padiglioni auricolari fin da subito, Africastle è un manifesto programmatico che dà piena mostra di tutti gli ingredienti che troverete dalla prima traccia a seguire, e la marcia quasi reggae di Sundome chiude un lavoro compatto e di precisione rigorosa. Voto 7+

Foo Fighters - Medium Rare: uscita in occasione del Record Store Day, questa raccolta di cover è un'ulteriore testimonianza dell'ottimo stato di salute di Dave Grohl e compagni, che dopo avere liberato la propria foga nell'ottimo Wasting Light, si dedicano, tra cazzeggio e sentito omaggio, a rivisitazioni riuscite e piacevoli pezzi più e meno noti di band che, evidentemente, sui Foos hanno lasciato il segno; dalla floydiana Have A Cigar, ai Ramones di Danny Says, passando per gli Who di Young Man Blues e la punkeggiante Bad Reputation dei Thin Lizzy (anche se è quella dove ho subito pensato "meglio l'originale") fino ad arrivare addirittura a Prince con una selvaggia rivisitazione di Darling Nikki. Sono cover, sì, ma ben fatte. Voto 6,5






lunedì 30 maggio 2011

Dischi Del Mese: Maggio '11




Nonostante, inizialmente, il mio gusto per l'orrido avesse avuto la meglio, dopo un provvidenziale ravvedimento sulla via di Damasco, a spuntarla per la copertina del mese è il nuovo dei Fleet Foxes, con buona pace dei Tv On The Radio, la cui cover è probabilmente una delle più brutte di sempre.


Tv On The Radio - Nine Types Of Light: ebbene ce l'hanno fatta. Prima o poi doveva capitare; voglio dire, quando in un gruppo ci sono almeno tre signore teste pensanti (David Sitek, Kyp Malone e Tunde Adepimbe o Adembimpe o Ambimblè, fate voi) è già un miracolo che non sia successo negli album precedenti. Anzi, è già un miracolo che i dischi finora partoriti siano riusciti più che bene, specie il sopracitato Dear Science. Ma stavolta non si scappa: hanno sbrodolato di brutto. La materia prima su cui lavorano è ottima, come sempre, ma la condiscono troppo, specie Sitek, arricchendola in fase di produzione quasi fino alla pacchianeria. E se è vero che alcuni momenti conservano il fulgore del passato (a me Repetition e Caffeinated Consciousness piacciono assaje, e la stessa Second Song iniziale non è affatto male), in altri si perde un po' di quella vis che caratterizzava il passato (Will Do è carina ma non è Wolf Like Me, per dire). In definitiva, il disco è discreto, ma per i loro standard è il più scarso. Voto 6


Glasvegas - Euphoric///Heartbreak: uno dei dischi peggiori di quest'anno. Senza tanti giri di parole, ridondante, fastidiosamente pomposo, privo di spunti melodici degni di nota e senza un briciolo di personalità. Non perdete tempo neanche a scaricarlo che non ne vale la pena. Magari provate il primo album che un paio di canzoni salvabili ci sono. Qua no. Voto 2

Fleet Foxes - Helplessness Blues: dopo aver sottolineato il gran gusto estetico di Pecknold e compagni in fatto di copertine, passiamo al disco. Helplessness Blues prosegue sulla falsariga del fortunato esordio con aggiunte psichedeliche che vanno a dilatare quel sound sognante ed elegiaco fatto di cori armoniosi e melodie calde. Sono il classico gruppo da tramonti estivi e falò sulla spiaggia e sono il miglior sottofondo possibile in tali occasioni; manca solo la canzone che ti entra subito in testa, com'era stata White Winter Hymnal del disco d'esordio, ma va bene uguale. Voto 7

Elbow - Build A Rocket Boys!: il gruppo di Guy Garvey si conferma su uno standard consolidato di gradevolezza e qualità, a distanza di 3 anni dall'ottimo The Seldom Seen Kid. L'inconfondibile voce del leader è sinuosa ed elegante fin dalle prime battute (dalla lunghissima The Birds al ritmo a battimano di With Love). Teneri gli episodi di Jesus Is A Richdale Girl e The Night Will Always Win cui fanno seguito alcune tracce un po' insipide, a dire il vero, per arrivare alla splendida conclusiva Dear Friends. Più che promossi, comunque. Voto 7-

Okkervil River - I Am Very Far: il problema del rock-folk di Decemberists, Okkervil River e compagnia bella è solo uno: cercare di non enfatizzare troppo la pomposità insita nel genere e, contestualmente, personalizzare lo stile, rendendolo unicamente riconoscibile. Detto questo, I Am Very Far è un disco molto di maniera e che tanto sa di compitino fatto col pilota automatico; loro possono permetterselo e tra qualche incursione pseudoelectro (non particolarmente riuscita) e un paio di insipidi tentativi anthemici, un paio di pezzi da conservare nell'I-pod si possono trovare in We Need A Myth e White Shadow Waltz. Voto 6-

Foo Fighters - Wasting Light:
da amare solo per il video che vedete qui sotto, Dave Grohl e compagni decidono di ritornare alle origini recuperando quell'atmosfera nirvaniana da cui sempre hanno cercato di sfuggire. Così, ritorna Butch Vig alla produzione (ha curato le registrazioni di Nevermind, mica cazzi), viene aggregato in pianta stabile Pat Smear (che era la seconda chitarra nei tour di Cobain e soci) e in un paio di pezzi spunta pure Kris Novoselic. Viene fuori il disco più tirato dei Foo Fighters, tra momenti riuscitissimi (la White Limo di cui sotto o l'apripista Bridge Burning) e altri un po' più fiacchi come Arlandria o il singolo Rope, che non mi entusiasma granchè al primo ascolto. La cosa buona di Wasting Light è la sua natura unitaria: per una volta, Grohl se ne frega di accontentare l'orecchio mainstream e non regala i soliti brani easy che una major può importi; tiene premuto l'acceleratore dalla prima all'ultima traccia per il disco più muscoloso e compatto dai tempi di The Colour And The Shape. Voto 7,5











lunedì 2 maggio 2011

Revisioni: Green Day



Quando avevo 12 anni, portavo i capelli corti, le orecchie a sventola e delle oscene camicie gialle di velluto (non chiedetemi perchè ricordo questo particolare). Ero il classico secchione sfigato che teneva il conto di quante volte aveva salutato col bacio la sua compagna più carina (che ovviamente nel frattempo pensava ai ragazzi più grandi).
Chiusa la parentesi nostalgica.
Il mio allora migliore amico, nonchè compagno di banco, nonchè ex compagno delle elementari, un giorno spuntò in classe con i jeans pieni di spille da balia, un paio di converse rosse e un bracciale borchiato. Cominciò a riempire i banchi di A contornate da un cerchio e di "PUNX NOT DEAD" e mi disse: "Ti devo fare una cassetta".
Già, i bei tempi delle musicassette. Di quando ne compravi una, tutto felice, da un marocchino, arrivavi a casa, la piazzavi speranzoso nello stereo, premevi PLAY e il nastro schizzava fino al tetto, con buona pace delle cinquemilalire tenacemente risparmiate durante la settimana.
A 12 anni (1998), grazie all'amico punk di cui sopra, ascolto per la prima volta Basket Case.
In realtà, scoprii molto dopo che il titolo era effettivamente quello: uno dei problemi delle musicassette fatte in casa era l'identificazione di autore e canzone. La mia fonte era quasi sempre inaffidabile (oltre ad essere una sega in inglese), quindi la storpiatura di un titolo o l'attribuzione di un brano a un gruppo piuttosto che ad un altro era la normalità
(per almeno 1 anno ho pensato che la band di Basket Case e di Smells Like Teen Spirits fosse la stessa).
A quel nastro, comunque, risale il mio amore per tutto ciò che è catalogabile come rock e in generale a qualsiasi nota io ascolti adesso.
Perchè, alle medie, quando raggiungi l'apice dell'influenzabilità, le cose sono 2: o finisci nel vortice della musica da discoteca o preghi affinchè appaia un santone che venga a dirti "ascolta questa canzone".
A quel punto sei salvo.
O sei talmente sfigato che l'amico santone ti passa un nastro con gli Articolo 31.
Io mi sono salvato, per fortuna.
Vi risparmio le modalità di rifornimento musicale ai tempi del liceo, anche perchè poi spuntò Internet a rendere tutto più facile, e quindi passo, stavolta sul serio, ai Green Day.
Cominciamo dalla fine, o quasi.
Cercando di essere più obiettivo possibile, cosa sono oggi Billie Joe Armstrong e compagni?
Tre macchiette.
American Idiot è stato un dono e una dannazione al tempo stesso. Voler applicare al punk l'idea di un concept-album fu lodevole, e quasi universalmente apprezzata (da critica e masse).
Il successo di vendite del 2004 non è neanche lontanamente paragonabile al boom di Dookie di 10 anni prima.
Nel '94 c'era solo MTV a decidere se un disco fosse un successo oppure un flop; oggi, chiaramente, questo discorso non vale. I media si sono potenziati, amplificati e capillarizzati, reificando la parola "worldwide" che fino a qualche tempo fa aveva lo stesso significato di "megagalattico".
Forti di quel successo, e reduci da 3 album meno fortunati in termini di vendite, i Green Day fiutano la preda e capiscono che l'unico modo per cavalcare l'onda è non deludere i/le fan 2.0 e proseguire su questa strada/china.
Imbottite i testi di un impegno politico all'acqua di rose, virate il look su uno stile più emo-friendly possibile, trasformate il punk in un rockettino da stadio, pulito e da radio, e avrete 21st Century Breakdown, punto più basso della loro discografia.
Non a caso, American Idiot è considerato una sorta di spartiacque per i fan: da una parte c'è chi ha amato le aggressive melodie degli anni '90 (e che concede una speranzosa ascoltata alle nuove produzioni, augurandosi un ritorno alle origini), e dall'altra le ormonose che si scoperebbero Billie Joe, qualsiasi cosa canti.
Ma vediamo i singoli album, và.


1039/Smoothed Out Slappy Hours: è una raccolta dei primi 3 EP pubblicati con la Lookout Records. Non c'è Tre Cool alla batteria ma John Kiftmeyer (al minimo sindacale), eppure si intravede la bontà della ricetta, in questo punk annacquato tra Ramones e Beatles. Going To Pasalacqua, I Was There e Disappearing Boy ne sono i migliori esempi. Voto 6,5

Kerplunk!: stavolta devo fanculizzare l'obiettività. No One Knows è una delle mie canzoni preferite in assoluto: magnifico giro di basso, testi perfetti, voce adolescenzialmente splendida. Se poi aggiungiamo che tutto il disco è su livelli eccellenti (è un saggio della classe pop dei Green Day) e mi risulta difficile scegliere un altro brano che emerga rispetto agli altri, capirete perchè, a mio parere, Kerplunk! se la giochi quasi alla pari con il disco di cui sotto, come migliore della discografia. Voto 8

Dookie: 36 minuti che vi sembreranno 36 secondi. Un disco perfetto, dalla prima all'ultima traccia, con la marcia in più di 3 singoli potenti, immediati e, nel loro piccolo, storici. I puristi s'incazzeranno, ma per me questo è uno dei dischi fondamentali degli anni '90. Potrei dire che Coming Clean è la perfetta canzone sotto il minuto e mezzo o che l'esplosione di F.O.D è puro orgasmo, ma sarebbe superfluo. Voto 9

Insomniac: quando non assecondavano le masse e le case discografiche, subito dopo il boom popolare di Dookie, i Green Day tirano fuori il loro disco più tirato e nichilista. Sale in cattedra il basso di Mike Dirnt che si prende la scena in più di un'occasione (da Stuck With Me a Panic Song, passando per 86) per un album che conserva la compattezza del predecessore ma se ne frega di piacere a tutti. Un paio di battute a vuoto concentrate nel finale, ma le prime 10 canzoni sono inattaccabili. Voto 7,5

Nimrod: un parto sofferto, dopo 3 anni di tour ininterrotto, per l'album più variegato della band. Toccano tanti generi, persino lo ska, alcune volte con successo (vedi King For A Day), altre con risultati trascurabili (ancora mi interrogo sull'utilità della strumentale Last Ride In). Il risultato è che le 18 tracce proposte conferiscono un senso di disordine generale, a fronte di singoli pezzi che funzionano, eccome, vedi Hitchin' A Ride, Time Of Your Life e Redundant. Avessero sfrondato qualcosa, Dookie avrebbe avuto un altro concorrente. Voto 7-

Warning!: altro frutto di lunga gestazione e, a mio parere, il loro album più sottovalutato. I ritmi punk si travestono di rockabilly con risultati ambivalenti: entusiasmano in Blood, Sex And Booze (altro brano che adoro), Waiting e Minority, ma suonano un po' anonimi in Church On Sunday, Deadbeat Holiday o Jackass. L'intenzione è lodevole e anche alcuni esperimenti (inusuali per i loro standard) come Misery o Macy's Day Parade non sono affatto male. Poteva essere una premessa interessante per il prosieguo, ma il pubblico li snobba e decidono di cambiare strada. Voto 7

American Idiot: come detto sopra, croce e delizia. Analizzate le ragioni del croce, passiamo alla delizia, perchè, innegabilmente la coniugazione del progetto di rock-opera a un genere veloce per definizione come il punk, poteva apparire quantomeno rischiosa. Eppure, i Green Day riescono nell'intento e, tolti alcuni inutili riempitivi (Extraordinary Girl e Are We The Waiting), American Idiot dosa con maestria la magniloquenza insita nei concept album (Jesus of Suburbia è un signor brano di 9 minuti) con i classici 4 accordi catchy della title-track o di Holiday. Nel mezzo, le ballads strappalacrime e acchiappapupe Boulevard Of Broken Dreams e Wake Me Up When September Ends (100 volte meglio quest'ultima) ed un paio di momenti punk-old style come Letterbomb o St. Jimmy che contribuiscono alla riuscita del disco. Voto 7,5

21st Century Breakdown: la cosa strana è che c'hanno messo 5 anni a realizzarlo. Uno si aspetta un cambiamento epocale e si ritrova con la bruttissima copia di American Idiot. Riproposto il concetto della rock-opera, mancano almeno 3 cose: le canzoni (un'accozzaglia di pezzi senza nè arte nè parte), le idee (perchè la rabbia anti-Bush, più o meno autentica, del 2004, qui non trova un destinatario preciso e sembra più palesemente un escamotage attira-teenager) e lo stile (perchè su 19 canzoni, gli echi punk del passato riecheggiano in massimo 2 brani, lasciando al resto quell'impronta di merdarock che piace tanto a quegli sfigati che nel 2011 utilizzano ancora MTV come proprio guru musicale). Voto 3

Sorvolando sui side projects di Mike Dirnt (le due demo dei Frustrators restano comunque un ottimo punk melodico con cui svagarsi) e di Billie Joe Armstrong (i Pinhead Gunpowder non mi hanno mai fatto nè caldo nè freddo), meritano, invece, una citazione a parte 2 lavori riconducibili al marchio Green Day, nati dalla voglia di cazzeggio e sperimentazione del trio di Berkeley.

The Network - Money Money 2020: 40 minuti scarsi molto cazzaroni ma piacevoli, nell'intento di un omaggio a quel gruppo geniale che risponde al nome di DEVO (uno di loro viene reclutato per l'occasione). E' un palese divertissement, fatto di sintetizzatori, tastiere e melodie superimmediate, ma che vale la pena ascoltare. In mezzo a tanto cazzeggio, tra parentesi, si trova una delle mie canzoni preferite dei Green Day, Roshambo. Voto 6,5

The Foxboro Hot Tubs - Stop, Drop And Roll: nati con lo stesso intento dei Network, cioè staccare momentaneamente la spina dai GD per provare a fare altro, i Foxboro ammiccano al rock'n'roll anni '60-70 avvicinandosi tantissimo agli esperimenti rockabilly di Warning. Pezzi come Mother Mary, Pedestrian o la title-track non avrebbero affatto sfigurato in nessun album del gruppo-madre, e anche questa fuga dai Green Day si rivela riuscita (e un po' più sensata dei Network). Voto 7

Non ho citato i 3 live rilasciati finora, sia per essere sicuro che almeno un paio di disperati/esasperati arrivassero a leggere queste righe, sia perchè non aggiungono nulla di nuovo sotto il sole. Per chiudere questo megaexcursus, non mi resta che affidarmi a una citazione tratta da un loro video, sperando che il prossimo album mi convinca a farmi amare (o quantomeno ascoltare senza dire "che merda") anche la seconda metà della loro carriera.


Nice guys finish last, but Green Day always finish first!




mercoledì 27 aprile 2011

Dischi Del Mese: Aprile '11



Era uno dei dischi più attesi dell'anno, per cui stavolta la copertina, in maniera abbastanza ovvia, se la beccano gli Strokes. Per quanto il giudizio sull'album, leggendo in giro, sia abbastanza controverso, su una cosa tutti sono d'accordo: che l'immagine della cover fa assolutamente schifo. Ma io me ne frego, il giallo per una volta non mi dà fastidio, la citazione a Escher non mi dispiace, e quindi amen.

The Strokes - Angles: partiamoci così; non siamo neanche lontanamente vicini ai livelli di Is This It. Dubito che li raggiungeranno nuovamente, ma, alla faccia di tutti i detrattori del globo che aspettavano beluini al varco, il disco funziona. Almeno, fino alla sesta traccia. Tolta You're So Right, che forse è uno dei pezzi più brutti mai scritti da Casablancas e compagni, Machu Picchu, Under Cover Of Darkness, Taken For A Fool e Two Kinds Of Happiness sono tutte potenziali singoli e ottime canzoni. Poi cominciano ad annoiare (salvo in minima parte solo Gratisfaction), perchè imbeccare 10 brani perfetti per immediatezza e qualità, ti può riuscire, magari, una volta, se sei fortunato. E loro hanno già dato con il primo album. Voto 6,5

The Pains Of Being Pure At Heart - Belong: reclutato per l'occasione lo stesso produttore di Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, i Puri Di Cuore seguono la stessa strada maestra del fortunato esordio, tra shoegaze, riff un pelo più corganiani del solito (per l'appunto) e melodie che più orecchiabili non si può (la title track o The Body, ad esempio). I Jesus And Mary Chain li adotterebbero seduta stante. Ottimo sottofondo per una giornata solare da cantare in macchina. Voto 7

The Vaccines - What Did You Expect From The Vaccines?: gli inglesi li stanno pompando come Bloc Party, Franz Ferdinand e Arctic Monkeys negli anni passati. Dal canto loro, se ne escono con un indie che cerca di strizzare quanti più occhi possibile; dagli Editors (almeno nel timbro vocale) ai Ramones passando per i Jesus di cui sopra. Si divertono e divertono (personalmente parecchio); se poi il pallone si sgonfia, amen. L'anno prossimo spunterà un altro vaccino. Voto 7,5

Lykke Li - Wounded Rhymes: conosciuta grazie a FIFA 10, questa svedesina sembra avere le carte in regola per dire la sua nell'ambito del pop al femminile. Intendiamoci, non bazzichiamo dalle parti di Lady Gaga. Qui, questa bionda (lei sì realmente figa) sa essere trascinante, seducente e contemporaneamente di gran classe (ascoltate Sadness Is A Blessing). Ho trovato la donna della mia vita (almeno per questo mese). Voto 7,5

Green Day - Awesome As Fuck: il fan storico che è in me soffre. In un futuro post in cui mi occuperò di tutta la loro discografia mi spiegherò meglio, ma resta il fatto che questo disco è una zozzeria per svariati motivi. In primis, l'orrida copertina (grigio e rosa, bellammerda), in secundis, a che scopo fare uscire un live a distanza così ravvicinata da Bullet In A Bible (con cui, tra l'altro condivide mezza scaletta)? Ma ovvio, spremere le tasche dei neo-emo-fan che sbavano per Billie Joe. Le uniche cose da prendere sono Burnout e Who Wrote Holden Caulfield, ovvero quando i Green Day erano i Green Day (e poi le fan con l'ormone impazzito urlano di meno durante questi 2 pezzi). Voto 4

The Kills - Blood Pressure: oscurati dall'ingombrante aura di Kate Moss, compagna del chitarrista Jamie Hince, i Kills sono sempre stati snobbati come molto fumo e poca sostanza (anche se Alison Mosshart ha dato ottima mostra di sè con i Dead Weather di Jack White). Ebbene, questo Blood Pressure non è malaccio; niente di nuovo sotto il sole, il solito indie-rock acido e sporcato ad arte. Probabilmente li dimenticherete 20 minuti dopo averli ascoltati, ma tra tanto fumo un paio di canzoni carine si trovano. Voto 5,5



venerdì 25 marzo 2011

Dischi Del Mese: Marzo '11




Tanti pezzi grossi escono tra marzo ed aprile (toccherà a Strokes, Tv On The Radio e Foo Fighters tra poco), ma la copertina se la becca la fluente chioma di Caparezza, un artista che non mi ha mai fatto impazzire ma che ha sfornato un disco veramente notevole.


Beady Eye - Different Gear, Still Speeding: la solita diatriba tra i fratelli Gallagher ha portato, questa volta, a una rottura definitiva (?); così, il più antipatico dei 2 ha potuto finalmente coronare il suo sogno: formare una cover band dei Beatles. Scherzi a parte, i Beady Eye rafforzano il sapore di deja vu che accompagnava ogni ascolto degli Oasis. Ovviamente, essendo buono l'originale, la copia, pur non raggiungendo quei livelli, partorisce un album piacevole da ascoltare (Four Letter Word e Bring The Light, per esempio) ma inevitabilmente derivativo. E' paradossale poi che il pezzo migliore sia quello di stampo più Oasis-iano, cioè la ballatona finale The Morning Son? Voto 6

R.E.M. - Collapse Into Now: bravi. Ogni volta che esce un loro disco, c'è una sensazione di magone e di aleggiante rassegnazione, quasi a dire "Eh, ma tanto non torneranno mai più ai fasti di Out Of Time". Loro se ne fregano e tirano fuori un lavoro fresco, solare e che riprende le buone cose intraviste in Accelerate. Il gasato duetto con Peaches in Alligator_Aviator_Autopilot_Antimatter è la collaborazione più riuscita, meglio di Eddie Vedder (inspiegabilmente nascosto in It Happened Today) e di Patti Smith (un po' troppo standard in Blue). Nel mezzo, il classico singolo dei R.E.M. tutto arpeggi folk, un paio di ballads (non troppo riuscite) e il minuto e 44 secondi di That Someone Is You che diverte. Sia noi che, verosimilmente, Stipe e compagni. Voto 7-

Radiohead - The King Of Limbs: a proposito di fregarsene delle convenzioni. Sbucato dal nulla, il nuovo album dei Radiohead è l'ennesimo esperimento di Thom Yorke e soci sulla struttura canzone. Partono nervosi, come una marcia irregolare, in Bloom e Morning Mr. Magpie per poi tornare sulle orme di In Rainbows con Little By Little. Con Feral (abbastanza insignificante, a dire il vero), inizia un viaggio a ritroso dalle parti di Kid A/Amnesiac, in un tappeto onirico che ha la sua punta di diamante nella struggente Codex. Pare che la Separator conclusiva sia il preludio a una seconda parte, sempre in uscita nel 2011. Alla fine delle 8 tracce, rimane, in effetti, la sensazione di un lavoro monco, di cui è difficile comprendere la direzione. Per fortuna, il livello è sempre altissimo e ci si può consolare così. Voto 7

The Joy Formidable - The Big Roar: una botta de vita. Iniziare un album con una canzone da quasi 8 minuti significa avere le palle; a prescindere dal fatto che The Everchanging Spectrum Of A Lie sia il pezzo migliore del disco. Anche perchè stiamo parlando di un lavoro compatto, senza grossi cali, splendidamente furioso, con un gusto epico alla Arcade Fire, sporadici echi ambient. Il tutto guidato dalla splendida voce di Ritzy Brian e da un comparto strumentale da maestri. Tra crescendo, deflagrazioni improvvise e parentesi eighties un disco tutto adrenalina ad alto rischio di dipendenza. Voto 8

Caparezza - Il Sogno Eretico: come detto in apertura, non mi è mai piaciuto tantissimo. Ma con Il Sogno Eretico mi voglio sbilanciare: credo sia il suo capolavoro. Più che un disco, un' audiotragicommedia: la messa in scena del nostro paese, tra ipocrisie, macchiette, marchette, vecchi vizi e nuovi vezzi, dove l'eresia è l'unica via di fuga all'omologazione imperante.
Armato del suo solito (e zappiano) umorismo, Caparezza trova il tempo per spoilerare almeno 20 film in Kevin Spacey (brano geniale!), rispolverare un ottimo Tony Hadley degli Spandau Ballet in Goodbye Malinconia e schiumare autentica rabbia in Non Siete Stato Voi. Perchè un grande merito di questo album è che, laddove la musica non è sufficientemente potente, ci pensano i testi a dare maggior nerbo al singolo pezzo. Ne viene fuori un'opera appassionata, appassionante e capace di strappare più di una risata. Amara, ma pur sempre risata. Voto 8,5


Subsonica - Eden: anche loro non mi hanno mai fatto impazzire, se non per qualche singolo. Ma a differenza di Caparezza, questo Eden non mi fa ricredere; molto dubstep, tanti pezzi dall'andamento troppo lento e rarefatto con Benzina Ogoshi che sembra essere l'unica scossa di vita (oltre ad avere un bel testo autoreferenziale). Scivolano addosso e sono meno danzerecci del solito. Voto 5




lunedì 21 febbraio 2011

Ti Chiamerei Sempre Amore Ma Ho Tele2


Questo mese lo ricorderò come un megaconcentrato di sfiga tra dipartita del cellulare e guasti continui alla linea ADSL, gentilmente offerta da Tele2 dimmerda.
Fatemi sfugà (alla napoletana) contro questa compagnia del cazzo: problemi sulla linea ogni 2-3 settimane, assistenza tecnica scandalosamente incapace, che non sa far altro che indirizzarti alla pagina di configurazione del router (come se da solo non sapessi farlo), come panacea a tutti i mali.
E quando funziona, non è che sia poi tanto meglio: 7 Mega con limitazione per il file sharing (vero che ormai lo fanno tutti), ma anche caricare un video da Youtube a volte può essere un'impresa.
In conclusione, "perchè pagare di più?"
Risposta: perchè il servizio delle altre compagnie (in realtà posso parlare solo di Telecom ma sono in procinto di passare a Vodafone) è 100 volte migliore; ergo i soldi spesi non sono buttati.
Detto questo, io quest'edizione di Sanremo praticamente non l'ho vista.
Giusto il tempo di ascoltare 5 canzoni circa, l'intervento-fiume (ma ce ne fossero) di Benigni, un paio di gag di Luca e Paolo e di constatare il rincoglionimento di Gianni Morandi come conduttore (ma lo perdono, perchè a Gianni voglio bene dal featuring con gli Elii in "Fossi Figo") e l'inutilità della Canalis in qualsiasi veste.
Sono contento per Vecchioni, ma, onestà per onestà, la canzone, a parte il bel testo, non era granchè.
L'unico sollievo è che non abbiano vinto Emma e i Modà o quell'immarcescibile rompipalle di Albano.
Mi piaciucchiava il duo Madonia-Battiato, anche se al di sotto dello standard abituale.
Aaaah, quanto mi mancava condividere le mie stupidate su questo blog.
Ok, ora posso tornare ad oscurarmi, maledette chiavette a connessione limitata.

martedì 25 gennaio 2011

Dischi Del Mese: Gennaio '11



"So this is the new year!" cantavano i Death Cab For Cutie (di cui è previsto il nuovo album, quest'anno) e vediamo come comincia questo 2011, musicalmente parlando.


The Decemberists - The King Is Dead: se digitate Decemberists alla voce "Immagini" su Google, non è da escludere che tra i risultati possa spuntare qualche dagherrotipo dei (bei) tempi in cui non c'era una reflex al servizio di ogni cazzone con ambizioni da fotografo. Superata questa digressione, com'è il nuovo disco della band di Colin Meloy? Carino, ma niente di che. Il folk-rock più duro e puro oggi strizza l'occhio allo Springsteen da stadio (e il risultato è gradevole sia in Don't Carry It All che in Down By The Water); c'è spazio per atmosfere più elegiache con i due Hymns, e per danze da saloon come All Arise. Chiude questo buon disco Dear Avery, classica ballad, solida e piacevole. Niente di memorabile, ma fa passare una buona ora di ascolto. Voto 7-


Gorillaz - The Fall: diciamoci la verità: Damon Albarn incute una certa reverenza. E, probabilmente, chiunque interromperebbe l'ascolto di questo disco già alla prima traccia, Phoner In Arizona, per quanto è tamarra. Ma siccome a Damon si vuole bene dai tempi di Parklife (e anche prima), stoicamente si resiste e si va avanti fino alla fine di questo album, interamente concepito con quella figata di oggetto del desiderio di ogni nerd che si rispetti che è l'I-Pad. Per uno che non è un grande fan dell'elettronica, questo lavoro ipersperimentale risulta (s)oggettivamente indigesto: è un divertissement che può trovare riscontro tra gli electro-fan e quelli che hanno accolto i Gorillaz come una benedizione. Tutti gli altri che sperano che la recente reunion dei Blur porti ad un nuovo album, perdonano, ascoltano e sorvolano. Voto NG


Iron & Wine - Kiss Each Other Clean: che bravo che è Samuel Beam. Non contento di essere un maestro del folk contemporaneo, e di aprire il disco sparando 3 gioielli pop in rapida sequenza (Tree By River è veramente una perla), piazza poi la sinuosa Monkeys Uptown che strizza l'occhio alla black music (si ripeterà poi in Big Burned Hand). E, pur non rinnegando le origini, vedasi Half Moon, l'uomo dietro la sigla Iron & Wine si mostra aperto a contaminazioni, distorsioni e divagazioni che rendono piacevole e originale l'ascolto (poderosi sono i 7 minuti di Your Fake Name Is Good Enough For Me o i 5.32 di Rabbit Will Run). Godless Brother In Love, invece, vi restituirà il Samuel Beam intimo, tenero e soave che avete sempre amato. Voto 8+


Verdena - Wow: 3 anni di buio e ritornano con un disco doppio: 27 canzoni per soddisfare l'ingordigia di quei fan che troppo a lungo hanno atteso. Ma ne è valsa la pena. I Verdena, ad oggi, sono tra le punte del rock italiano, insieme ad Afterhours, Teatro Degli Orrori e Baustelle (sì, confermo, i Baustelle). Il lato A di Wow parte bene con la beatlesiana Scegli Me, seguita dalla più selvaggia Loniterp (anagramma di Interpol, omaggio riuscito) e conduce con piglio, fascino e passione alle due parti di Sorriso In Spiaggia. Nel mezzo, Alberto Ferrari & co. piazzano il delirante singolo Razzi Arpia Inferno E Fiamme, la strumentale Adoratorio, l'altro omaggio Miglioramento (questa volta alla psichedelia in salsa MGMT), concedendosi vezzi doowap inattesi ne Il Nulla Di O, senza rinunciare alle deflagrazioni tipiche del gruppo bergamasco, come in Lui Gareggia.
Poi tocca al lato B, che si apre con la furia di Attonito e, non contento, piazza sperimentazioni folli come A Capello, strizzate d'occhio al pop come Canzone Ostinata e pezzoni come il trittico Badea Blues-Nuova Luce-Grattacielo. Cala un po' il finale, ma, dopo tanto silenzio, sono 27 folate di aria fresca per il rock made in Italy. Voto 8


White Lies - Ritual: mi tocca andare contro la stampa specializzata. E 'sticazzi, aggiungerei. Non mi hanno mai convinto; tra gli scimmiottatori dei Joy Division, si distinguono per esserlo nel modo più sfacciato possibile, quasi fastidioso. In questo disco ammiccano meno a ritmi da potenziale dancefloor e si fanno pure un po' ridondanti, rendendo pesantissime 10 canzoni per quasi un'ora di ascolto. Mah, troppa fuffa, secondo me. Voto 5-



My Chemical Romance - Danger Days/The True Lives Of The Fabulous Killjoys: cazzo, ce l'ho fatta. Sono riuscito ad arrivare all'ultima traccia! Moscio, irritante, senza guizzi, stupidamente tamarro in alcuni passaggi (dove echeggiano nientemeno che i Black Eyed Peas di I Gotta Feeling), dimenticabilissimo in tutti gli altri. E attenzione, nessun pregiudizio contro i responsabili morali della moda emo (che sembra stia coagulando, per fortuna); a me il disco con I'm Not Okay aveva divertito parecchio, e persino The Black Parade aveva qualcosa di salvabile. Ma questo è buono se avete qualche tavolo traballante e avete finito i libri di Moccia come supporto. Voto 2

lunedì 20 dicembre 2010

Dischi Del 2010



Niente Dischi Del Mese, stavolta, ma, dato che va di moda in questo periodo, una sana top ten dei migliori album di quest'anno.

E quindi...


10. Kanye West - My Beautiful Dark Twisted Fantasy
9. Sufjan Stevens - Age of Adz
8. Grinderman - Grinderman 2
7. The National - High Violet
6. Danger Mouse & Sparklehorse - Dark Night Of The Soul
5. Klaxons - Surfing The Void
4.
MGMT - Congratulations
3. Arcade Fire - The Suburbs
2.
Vampire Weekend - Contra
1.
Sufjan Stevens - All Delighted People

Note a margine:
Sufjan Stevens è un genio assoluto.

The Suburbs è un buon album, ma non da 9 come leggo un po' ovunque.
Devo ammettere che il disco di Kanye West è veramente ben fatto.
MGMT e Klaxons sono stati ingiustamente snobbati.
Nick Cave quasi quasi lo preferisco nei Grinderman.
RIP Mark Linkous AKA Sparklehorse

E giusto per non essere tacciato di esterofilia estrema, ecco una top five di dischi italiani del 2010

5. Malika Ayane - Grovigli
4.
Beatrice Antolini - BIOY
3.
The Niro - Best Wishes
2.
One Dimensional Man - The Box
1. Baustelle - I Mistici Dell'Occidente

(ok, su un paio di posizioni italiane ho barato spudoratamente ma vabbè..)


E buon Natale a tutti!

venerdì 26 novembre 2010

Dischi Del Mese: Novembre '10



Novembre di vacche magre, con poche uscite, qualche flop, qualche conferma ma nulla di sorprendente. Quindi, anche se non novembrino, ne approfitto per recensire uno dei dischi più belli, a mio parere, di questo 2010. Andiamo con ordine.

Danger Mouse & Sparklehorse - Dark Night Of The Soul: eccola la genialata di quest'anno. Una folle collaborazione tra uno dei produttori più in voga del momento (non un grandissimo onore se si pensa che è in compagnia di gentaglia come David Guetta, Timbaland o Bob Sinclar..) e un visionario Maestro del cinema come David Lynch. Da queste insane menti, nasce una specie di concept album fosco, notturno, da ascoltare in macchina, mentre le luci dei neon, tanto care al regista di Missoula, illuminano l'atmosfera. Le ospitate si sprecano (Vic Chesnutt, Flaming Lips, Iggy Pop), ma i momenti migliori vengono da Julian Casablancas che diverte e si diverte in Little Girl, a Gruff Rhys e Nina Persson che regalano gli unici intervalli leggeri per chiudere con lo stesso Lynch che in Star Eyes e nella conclusiva title track (un'inquietante nenia uscita da un grammofono anni '20) contribuisce alla resa del clima spettrale e oscuro di cui il disco si permea. Gioiello. Voto 8,5

Le Luci Della Centrale Elettrica - Per Ora Noi La Chiameremo Felicità: già il primo lavoro mi aveva lasciato freddino, a dispetto dei numerosi elogi (e del premio Tenco), per una certa monotonia di fondo; sì è vero, di Vasco Brondi tutto si può dire tranne che rispetti la struttura-canzone, ma se quest'anarchia compositiva diventa essa stessa struttura, ecco spiegata la sensazione di ripetitività. Ma la verità è che il punto forte dello one man band emiliano sono sempre stati i testi e anche in questo lavoro, in fondo, il materiale c'è. Il problema è che se non si è mai sentito un disco delle Luci, non si riesce a capire se questo album è antecedente o seguente alle Canzoni Da Spiagge Deturpate e il motivo è semplice: sono pressochè identici. Non che mi aspettassi un'orchestra alle sue spalle per questo secondo lavoro, ma un minimo di ricerca, o di innovazione, quello sì. Repetita iuvant, ok, ma lo stesso messaggio a cui Vasco presta così tanta importanza rischia di affievolirsi se non accompagnato da un sostegno musicale vario e allo stesso tempo adeguato. Sprazzi di classe si trovano in Anidride Carbonica e Le Petroliere, il resto è un piccolo grande deja vu. Voto 5

Beatrice Antolini - BIOY: il mio giudizio è influenzato dal fatto che per me Beatrice, oltre che brava, è anche bona. E parecchio anche. Il precedente "A Due" era un collage riuscitissimo dei generi più svariati, dal j-pop al cabaret-burlesque stile Dresden Dolls passando per il funky, con parentesi sinuosamente dilatate come Morbidalga. In BIOY, la Antolini si lascia contaminare da sonorità electro, estendendo lo spettro di generi cui attingere, senza dimenticare quell'andamento nervoso (come in We're Gonna Live) che spesso la contraddistingue. Riesce a far collidere eleganza e barocchismo senza scadere nel pacchiano e rafforza la sua candidatura ad un ruolo di primo piano nella scena alternativa italiana. Voto 7

Scott Pilgrim VS. The World OST: partendo dal film che è un capolavoro per nerds, ovviamente la colonna sonora non può essere da meno con Beck, Broken Social Scene e Metric che si prestano alla band battle del film oltre a vecchi cavalli di battaglia di Rolling Stones, Black Lips e T-Rex. Il gioiello è Ramona in versione acustica di messer Hansen. Soundtrack da amare solo se si è visto il film (che non si può non amare). Voto 7,5

Futureheads - The Chaos: Last.fm dixit "Il nome fu scelto in omaggio al disco dei Flaming Lips Hit to Dead in the Future Head". Bene, col gruppo di Wayne Coyne, i Futurheads non c'entrano un cazzo. Ma non è necessariamente un male, anzi. Sono parenti stretti (quasi a livelli di gemellaggio) con i Maximo Park e anche questo non è un male: ritornelli orecchiabili, piede che non può fare a meno di battere il ritmo a primo ascolto e 40 minuti di piacevole svago (The HeartBeat Song è la più immediata fra le immediate). Il problema di questo tipo di album è che i primi tempi li ascolti così tanto che poi, inevitabilmente, li porti alla nausea e finisci per non sentirli mai più. A meno che non ti chiami Vampire Weekend e fai, sì, musica-cazzeggio ma la fai Divinamente. Voto 6,5

Jon Spencer Blues Explosion - Dirty Shirt Rock'n'Roll: per chi non avesse mai avvicinato questa esplosione di punk'n'blues grezza, cafona e salutare, questa sorta di antologia è un ottimo viatico per approfondire. 22 pezzi tra hit, radio edit e rarità da prendere al volo se non si è mai avuta esperienza diretta con il vecchio Jon. Voto 7,5

lunedì 25 ottobre 2010

Dischi Del Mese: Ottobre '10




Sufjan Stevens - The Age Of Adz: devo confessare di averlo scoperto da poco, ascoltando quello che, a detta di molti addetti ai lavori, è uno dei migliori dischi degli anni '00, cioè Illinoise. Ed effettivamente, capolavoro lo è, "Illinoise"; un meraviglioso collage di folk, pop, cantautorato e molto altro rielaborati in una chiave quasi orchestrale che, tuttavia, riesce a stupire per l'immediatezza e la (apparente) semplicità. Ho poi proseguito con The BQE, disco strumentale, ma non per questo più astruso e A Sun Came, meno potente ma sulla stessa falsariga di Illinoise (cui entrambi i dischi citati sono cronologicamente precedenti). Il nuovo The Age Of Adz mi ha spiazzato, sono sincero. I riverberi folkeggianti e pop (qui inteso come popolari) hanno lasciato spazio ad un'elettronica sui generis, molto stilizzata, mai lineare, e comunque in grado di fornire un senso di dilatazione psichedelica (emblematica la traccia finale di 25 minuti, Impossible Soul) affascinante anche per chi di elettronica non è un grande fan (tipo me). Paradossalmente, in questo disco più che in altri, risalta ancora di più la tendenza di Stevens a prediligere una creazione organica, una visione d'insieme, piuttosto che il lavoro sul singolo pezzo. Tant'è vero che se per i precedenti album, si può parlare di gusto per il musical, qui penso non sia azzardato parlare di un lungo flusso di pensieri in note. Motivo per cui non ha molto senso limitarsi all'ascolto di uno o due brani, perchè non se ne coglierebbe la ragion d'essere complessiva. Perchè Sufjan Stevens non scrive canzoni, scrive opere. Voto 7,5

Belle And Sebastian - Write About Love: al 1996 risale il debutto di questo gruppo scozzese, pionieri dell'indie pop e ormai mostri sacri del genere. E quando suoni da 14 anni, fottendotene di quanti dischi vendi, vuol dire che sono altre le motivazioni a spingerti, piuttosto che il tintinnìo dei dindini. Così Write About Love propone 11 raffinate canzonette (non memorabili, a dire il vero), ma di sicuro al di sopra del livello medio propinato dalle radio, utili per svagarsi e contrastare l'insorgenza di un eventuale mood depressivo autunnale. Per cui, al primo temporale, buttatevi sulla title track se volete un sottofondo allegro che vi tiri su di morale, o se siete di quelli che cercano un commento sonoro in linea con le foglie che cadono e la pioggia che picchetta sui vetri andate sulla soffusa Little You, Ugly Jack, Prophet John (collabora Norah Jones). Voto 6

Kings Of Leon - Come Around Sundown: molti li guarderanno con un po' di puzza sotto il naso dopo il successo di Only By The Night e, sinceramente, anch'io temevo un tracollo artistico sull'altare sacrificale di un maggiore consenso di pubblico. Per fortuna, non è andata così: da bravi strafottenti, i KOL continuano imperterriti sulla loro strada (anche se l'evoluzione verso lo stadium rock è ormai quasi completa), alternando sinuose chitarre "à la Edge" a pezzi che trasudano Tennessee e southern rock da tutti i pori, rispolverando selvagge cavalcate come No Money o Mary che starebbero benissimo nello splendido Because The Times (che per il sottoscritto rimane il loro miglior disco), e riproponendo la solida magniloquenza da arena di Use Somebody in The Immortals o nella conclusiva Pickup Truck. Nel mezzo, piacevoli esperimenti come Mi Amigo, la solare Beach Side e il gradevole (ma innocuo) singolo Radioactive. Manca forse la hit ma resta un album con gli attributi. Pericolo scampato. Voto 6,5

Soundgarden - Telephantasm: ok, di stronzate Chris Cornell ne ha fatte. Gli album solisti facevano pena ed è difficile dire il contrario. Ma a me il primo album degli Audioslave era piaciuto parecchio (e Show Me How To Live resta uno dei video più belli di sempre, per me). In odore di reunion, questa raccolta ripropone in tutto il loro splendore i Soundgarden, quando la voce del buon Chris era selvaggia e furente. Da Black Hole Sun a Rusty Cage, passando per la potenza di Jesus Christ Pose (7 minuti live di rock con le palle quadrate) o di Superunknown. Chi li conosce solo per il video con la gente dagli occhi strani (e non sto parlando di Aerials dei System Of A Down), può cominciare ad approfondirli da qui. Voto 8

Fanfarlo - Reservoir: si può seguire la scia del successo di altri gruppi e riuscire a produrre un disco valido qualitativamente e comunque dotato di una forte identità? Nel caso dei Fanfarlo, la risposta è sì. Un sì bello grosso, anche.
E' vero, gli Arcade Fire spuntano da tutte le parti (e qualche volta anche i Sigur Ròs), la voce di Simon Balthazar vi darà 2000 deja vu diversi (io ci ho trovato analogie anche col cantante degli Editors, figuratevi..), ma l'album si lascia ascoltare con grande piacere. Eleganti, piacevoli e contaminati da una vena malinconica autunnale (paradigma ne è la splendida Luna). Ah, e consigliati anche da David Bowie. Serve altro? Voto 7