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domenica 4 dicembre 2011

Popcorn: Habemus Papam



Credo di stimare Moretti più come intellettuale che come regista, ma quest'affermazione vale come il jolly a briscola, avendo visto solo La Stanza Del Figlio (interessante ma pesante come solo Giuliano Ferrara dopo cena sa esserlo) e, appunto, questo Habemus Papam.
Avendo letto le recensioni alla sua uscita, le prime impressioni della critica erano grossomodo distinguibili in due grandi categorie:

-giornalisti di sinistra:"Genio assoluto. Capolavoro."
-giornalisti di destra:"Il solito saccente. Noioso come non mai."

Cercando di essere un pizzico obiettivi, la verità, dice il proverbio, sta nel mezzo. Perchè è impossibile elidere dal Moretti-pensiero la sua formazione politica, ma è altrettanto impossibile ridurre il tutto a bandiere rosse e faccette nere.
Dove Paolo Sorrentino, con Il Divo, tratteggiava una figura complessa e pienamente a suo agio tra giochi di potere e manipolazioni, seppur con un pesante prezzo da pagare in termini di solitudine, Moretti (in maniera meno raffinata, va detto) incarna nel cardinale Melville di uno straordinario Michel Piccoli un uomo solo e spaventato, di fronte a un incarico talmente grande da essere pensato per un dio.
Dove Andreotti si mostra arguto e impassibile, il neo-Papa urla, scappa e, smarrito, vaga in cerca di umanità e riparo, in autobus, in un panificio, al bar, fino ad arrivare al teatro (sogno covato e frustrato in gioventù), sede di uno smascheramento tanto poetico quanto emblematico per una messa a nudo di una figura troppo spesso caricata in maniera esagerata di venature trascendentali.
Con un finale fortemente intriso di pessimismo e sconforto (sovraccaricato da una sottolineatura musicale magniloquente e tragica), Moretti confeziona un film riuscito a metà, dove l'impalcatura principale si caratterizza per solidità e spessore nelle vicissitudini del cardinale interpretato da Piccoli (grandioso), ma dove ad essere deficitario è il contorno, poco approfondito e sostanzialmente ridotto a mero pretesto comico nel ritrarre gli altri cardinali del Conclave come dei simpatici vecchietti paurosi, per una patata bollente che nessuno vuole toccare, e un po' nevrotici.
Ok, sono scene gradevoli e alcune battute sono veramente godibili, ma è una superficialità che stona con il nucleo tragico e disperato della vicenda, e che non si salva con le parole ultralaiche e pessimiste del personaggio di Moretti, depotenziate nel contesto giocoso orchestrato dal regista per questi intermezzi.
In conclusione, da vedere, ma mi aspettavo più coraggio.



Voto 6,5

giovedì 24 novembre 2011

SetteFilm




Cristo quant'è difficile sceglierne sette..vabbè, conto di rifarmi in futuro con top 7 specifiche per genere. Diosanto, non c'è neanche uno Star Wars, un film di Polanski, Leone, Tarantino o Lynch...odio queste classifiche.

7- 8 e 1/2




6- Old Boy



5- Il Padrino



4- Arancia Meccanica



3- Il Settimo Sigillo


2- Shining



1- Blade Runner


Mi piacerebbe dissertare a lungo su come Blade Runner sia IL film perfetto (e su come gli altri 6, a mio parere, ci vadano molto vicino), ma diventerei stucchevole, noioso e prolisso. Amen.


Prossima Puntata: SetteFigheAstrali

venerdì 18 novembre 2011

Revisioni: Io e TROMA


“Il bello ha dei canoni precisi, il brutto, invece, lascia spazio all’immaginazione, perché può ispirare sia disgusto sia pietà. E ogni epoca ha le sue regole” (Umberto Eco)


Cominciare un post sui film della TROMA citando Umberto Eco è tanto ossimorico quanto essenziale.
Lloyd Kaufman (il facciadapirla a destra nella foto) è un regista e produttore cinematografico, portabandiera di quel bistrattato sottogenere di b-movies fatti di sesso, ultraviolenza, demenzialità e volgarità, unificati sotto l'egida della TROMA Entertainment.
Sono film volutamente stupidi, brutti e ridicoli (a volte, arrivare alla fine è veramente dura), dove i nudi integrali possono coinvolgere tanto strafighe con un fisico da pin-up quanto vecchi rattrappiti o grossi obesi; dove gli attori, quando non sono dei cani, sono caricature grottesche e stupide, e dove vomito, merda e sangue, spesso, si confondono in un'unica poltiglia melmosa.
Vegetariani, femminucce, gente con lo stomaco debole e che si aspetta una trama sensata e performance attoriali all'altezza, state alla larga.
Per tutti coloro di tempra forte, cresciuti a pane e b-z-movies, benvenuti nel regno del non-sense, della violenza gratuita, delle tette in primo piano e delle teste mozzate volanti.
La filmografia della coppia Kaufman-Herz è sconfinata, e io stesso non ho avuto la forza e la pazienza di andare oltre queste sei pellicole che, universalmente, sono ritenute le opere imprescindibili per chi volesse approfondire l'argomento TROMA.


The Toxic Avenger: il più grande successo commerciale, tanto da dar vita a giocattoli e cartoni animati. La storia è semplice: uno sfigato addetto alle pulizie di una palestra, per uno scherzo particolarmente bastardo, cade in un barile pieno di scorie nucleari, trasformandosi nel Vendicatore Tossico (per gli amici Toxie); diventerà un super-eroe sui generis con un dubbio senso della giustizia e una fidanzata non-vedente molto "dotata" di petto. Da vedere per il "valore storico" (non posso credere di averlo scritto), ma in futuro Kaufman e Herz faranno di meglio. Voto 6,5

The Toxic Avenger 2: estenuante, senza senso, particolarmente demenziale e poco divertente. Toxie va in Giappone e la trasferta diventa un pretesto per le solite gag fatte di violenza, gore e nudi integrali. Peccato che la noia regni sovrana e la narrazione (se così si può chiamare) sia lentissima e sconclusionata. Un'ora e 40 minuti buttati. Voto 3

The Toxic Avenger 3 - The Last Temptation Of Toxie: idem come sopra: inizialmente concepito col secondo capitolo come un unico mattone di oltre 3 ore, prosegue sulla scia del predecessore; la trovata di Toxie al servizio della Apocalypse Inc. non regge e non si salva neanche lo scontro finale con Satana, articolato su 5 livelli come un videogame. Meno peggio del secondo, ma sempre tempo sprecato. Voto 4

Tromeo & Juliet: James Gunn dà una mano alla sceneggiatura per una geniale trasposizione moderna (e in chiave TROMA, ovviamente) dell'opera shakespeariana: Lemmy Kilmister dei Motorhead fa il narratore (e già questa scelta basterebbe a rendere il film un capolavoro), i Capuleti e i Montecchi sono rivali nel settore dell'industria pornografica, frate Lorenzo è un pedofilo, il sangue e gli smembramenti scorrono in quantità e il finale è una delle cose più divertenti e politically uncorrect di sempre. Se la batte con Terror Firmer per la palma di miglior film TROMA. Voto 8

Terror Firmer: anche in questo caso, l'idea alla base è di per sè geniale: fare un film su come viene girata una pellicola della TROMA, in questo caso Toxic Avenger 4 (con tanto di trailer finale esilarante). Spuntano registi ciechi (Lloyd Kaufman fa semplicemente sganasciare), sceneggiatori improvvisati, incidenti letali e attori reclutati dalla troupe di tecnici, mentre sullo sfondo si aggira un serial killer in gonnella, che ha preso di mira i membri del cast. Cammeo di Lemmy a parte, Terror Firmer è il più bel film della coppia Kaufman-Herz: autoreferenziale, demenziale, selvaggio e violento, ma con stile. Voto 8+

The Toxic Avenger 4 -
Citizen Toxie: il migliore della saga di Melvin Junko. Sconfessati i 2 precedenti capitoli da una didascalia ad inizio film, l'espediente di base questa volta è l'esistenza di un universo parallelo da cui proviene la versione cattiva del vendicatore tossico, Noxie (esilarante, e grande merito al doppiatore italiano, una volta tanto). Si ride di gusto, gli eccessi rimangono ma sono sostenuti da una trama quantomeno accettabile e conditi dalla presenza di altri personaggi dei film TROMA come il sergente Kabukiman, Lemmy dei Motorhead e il mitologico Ron Jeremy (ma meritano una citazione a parte due supereroi come Masturbator e l'Uomo Delfino, GENIALI). Insomma, è il più divertente ed è quello che meno vi farà dubitare di aver perso del tempo a vederlo. Voto 7

lunedì 14 novembre 2011

Popcorn: Four Lions






Mentre in Italia si ride con I Soliti Idioti, con quell'uomo triste chiamato Massimo Boldi,e con l'ennesima puntata di Vacanze in Culonia, in Inghilterra sanno come conciliare grasse risate con stile, intelligenza, ferocia e un pizzico di incoscienza.
Perchè ci vuole anche una bella dose di coraggio per prendere in giro i terroristi islamici, di questi tempi.
E questo lavoro di Chris Morris ci va giù pesante, dipingendo i 5 jihadisti del film come degli inguaribili deficienti ottusamente determinati nel farsi saltare in aria durante una maratona a Londra.
Tuttavia, Four Lions ha il grande merito di muoversi con estrema cautela e circospezione in un campo minato quale è quello del terrorismo, tratteggiando Omar e i suoi "fratelli", ben al di là delle semplici macchiette idiote, e conferendo ad ognuno una personalità e un bizzarro senso dell'onore, che rendono la visione più credibile e fornendo anche inaspettati spunti di riflessione allo spettatore.
Considerazioni pseudopolitiche a parte, stiamo parlando di una delle commedie più esilaranti dell'anno, con gag che richiamano le buffonate non-sense dei Griffin di Seth McFarlane, impreziosite dall'irresistibile sarcasmo in salsa british e da un cast eccellente (con tanto di cammeo di Benedict Cumberbatch-Sherlock,
qui improponibile negoziatore Marlboro Man).
Per cui, la risposta è sì: si può ridere in maniera liberatoria e spensierata, senza per questo dover necessariamente spegnere i propri circuiti neuronali. Anzi, chi scrive è un fermo sostenitore della risata come miglior veicolo per spingere alla riflessione e a farsi qualche domanda in più sulla realtà circostante, senza scomodare Pirandello e la sua definizione di ironia e umorismo.
Oggi più che mai, far ridere è diventato quasi uno strumento di potere, ed è giusto sfruttarlo nel modo possibilmente più nobile e utile: tutti concetti che in Italia ci possiamo solo sognare, finchè al box-office continueranno a dominare puzzette, corna, omofobia e bunga bunga.
Ma voi ci pensate a un ipotetico remake italiano sulle BR o sui Nuclei Armati Rivoluzionari?
Nel nostro Paese?
Seriously?

Insomma, un raro film divertente e intelligente, da non farsi scappare. E se non ridete per immagini come questa, avete problemi.




Voto 8

mercoledì 12 ottobre 2011

Popcorn: The Girlfriend Experience



Di Steven Soderbergh dicono tutti che è antipatico.
Tutti, persino il tuo vicino di casa che non ha mai visto un film al cinema, se non Vacanze di Natale '99.
Non appena ne pronunci il nome la prima reazione oscilla tra "Marò, che uomo odioso!", "Si sente figo perchè è amico di Clooney", e "Fa tutto il sofisticato ma sotto sotto è scarso"
Ora, io il povero Soderbergh non l'ho mai incontrato di persona; visto da lontano, non mi sembra proprio un fine umorista, ma magari mi sbaglio ed è il più bravo barzellettiere-cabarettista del mondo dopo l'Invincibile (cosa che, in realtà, lo farebbe rientrare a pieno titolo nella categoria 'antipatici', ma vabbè..).
Fatto sta che finora ho apprezzato abbastanza quei pochi suoi film che mi è capitato di vedere; dal criticatissimo remake di Solaris (che è sputtanato un po' ovunque, ma che ha un suo perchè, a mio parere) passando per Traffic e per il recentissimo Contagion, financo alle tre glamourosissime minchiate di Ocean's, credo di poter affermare con ragionevole fermezza di gradire quantomeno lo stile del regista di Atlanta.
Questo è probabilmente il suo film più scognito, dal basso del suo misero milione di dollari di budget complessivo, ma vederlo potrebbe portarvi a rivalutare il buon Steven.
Perchè The Girlfriend Experience è una delle cose più femministe che abbia mai visto; ed è ironico/geniale/paradossale considerato che è una escort a rappresentare l'enorme potere detenuto dal gentil sesso, al giorno d'oggi; così come è geniale/paradossale/straniante che le fattezze di questa self-made woman siano modellate sulle curve sensuali e vertiginose di Sasha Grey, probabilmente la più nota pornostar in circolazione (almeno fino a un paio di anni fa, vista la sua recente conversione al cinema d'autore).
Lungi dal dare valutazioni morali sull'esercizio del mestiere più antico del mondo, il film segue
con stile documentaristico la frenetica vita di Chelsea, escort di lusso a Manhattan, tra shopping compulsivo, clienti piagnoni, maschi alfa, depravati e nevrastenici terrorizzati dallo spettro della crisi finanziaria che incombe (elemento costantemente richiamato in scena).
L'ovvio ritratto impietoso che ne esce del genere maschile sembra per un attimo nobilitato dalla figura del fidanzato open-minded di Chelsea, salvo poi uniformarsi, anche quest'ultimo, al grigiore generale del maschio-medio.
A contraltare di un perpetuo massacro del testosterone, Sasha Grey è inaspettatamente brava, convincente e innegabilmente bella nel ritrarre la necessaria maschera di una donna determinata, furba e, ovviamente, abile nel manovrare gli uomini, pur celando a fatica una dimensione più intima e fragile nella sua umanità.
Non c'è una mitizzazione della protagonista, ma un chirurgico punto di vista freddo e neutrale (tipico del regista) mirato a fornire un'istantanea della società e della realtà del momento.
E se da un lato può sembrare tutt'altro che femminista ricondurre il fulcro del potere delle donne alla mercificazione del proprio corpo, dall'altro appare evidente (e sarebbe ipocrita negarlo) che è dalla debolezza dell'uomo che tutto ciò origina.
L'uomo fa schifo, e la donna ne approfitta, senza tante questioni morali su ciò che è giusto o sbagliato.
Non occorre neanche andare troppo lontano.


Voto 8

sabato 1 ottobre 2011

Popcorn: Drive



Il post su Nicolas Winding Refn mi permette di saltare i preamboli ed andare direttamente al sodo.
Ciò che rende Drive uno dei migliori film usciti nel 2011 è il suo essere così spaventosamente anacronistico da potersi permettere di sbattertelo in faccia per tutti i 90 minuti, convincendoti che sia giusto così.
Del resto, c'è dentro così tanta roba in questo debutto hollywoodiano del regista di Copenaghen che a tratti sembra incredibile che sia riuscito a collimare tutto bene: se il solitario e taciturno pilota, interpretato da un Ryan Gosling sempre più idolo, ricorda spesso e volentieri una sorta di Travis Bickle dei giorni nostri (con ovvi riferimenti al Driver di Walter Hill), la lenta e inesorabile discesa nell'abisso della violenza viene elaborata sotto un'estetica noir che, a mio avviso, deve moltissimo al David Lynch di Velluto Blu e Cuore Selvaggio (dai titoli di testa al contributo sonoro di Angelo Badalamenti); non contento, Refn piazza riferimenti vari al cinema action anni '80 di Michael Mann e riesce persino a strizzare l'occhio al poliziottesco italiano (vedasi l'ingerimento del proiettile direttamente da Roma A Mano Armata).
Embè, dove sta il genio, direte voi?
Nel fatto che l'elemento citazionista non è un mero esercizio di copia&incolla, quanto un progressivo stratificarsi di topoi e soluzioni narrative (con annessi clichè tipici del genere) sublimati in un stile totalmente personale.
Laddove un qualsiasi Fast And Furious ipertrofizza tutto ciò che è adrenalina, testosterone e "machitudine", facilitando l'empatia del pubblico con un protagonista un po' guascone e acchiappafighe, Drive rallenta fino a cristallizzare, assorda con un sottofondo musicale vacuo e gelido e ci porta a seguire le gesta di un antieroe taciturno e indecifrabile nelle sue intenzioni dall'inizio alla fine.
Così, una classica vicenda pulp (neanche tanto originale) diventa una terribile fiaba nera, selvaggia e violenta, con punte di lirismo inaspettate e immagini di inappuntabile eleganza formale (si prendano il finale nel parcheggio o la colluttazione in ascensore).
Se ciò non dovesse bastarvi, il cast è da urlo: a Gosling dedicheremo un post futuro, ma sarebbe ingeneroso non citare un grandioso Bryan Cranston, due caratteristi di sicuro affidamento come Albert Brooks e Ron Perlman, una brava Carey Mulligan e, dulcis in fundo, quella strafiga di Christine Hendricks, che non fa vedere neanche qua le tette, ma indubbiamente resta un belvedere.
Se non è il miglior film uscito quest'anno, poco ci manca.


Voto 8,5

sabato 17 settembre 2011

Revisioni: Park Chan-Wook


Senza troppi giri tortuosi o ragionamenti cervellotici, Park Chan-Wook è semplicemente uno dei migliori registi in circolazione. Probabilmente ignoto al grande pubblico, questo occhialuto coreano è uno di quei pochi film-maker per i quali non è azzardato utilizzare la dizione di 'autore', magari anche con la A maiuscola. Partendo dal primo capitolo della trilogia della vendetta e arrivando fino al vampiresco Thirst, è impossibile non notare la forza comunicativa di un regista che, disponendo in partenza di un talento visivo smisurato, ha piano piano affiancato all'aspetto estetico (sempre curatissimo) una solidità narrativa crescente e ammaliante, fatta di pugni allo stomaco e trovate quasi fiabesche, di violenza e sentimento, di grosse cadute di stile e di momenti di grandiosa eleganza formale.
In attesa di Stoker, prima opera occidentale in uscita entro il 2011, vedere (almeno) un film di Park Chan-Wook è un passaggio obbligato per ogni cinefilo che si rispetti. Poi si può decidere se amarlo o odiarlo.




Mr. Vendetta: è il primo capitolo della trilogia della vendetta, dove si intrecciano le vicende di Ryu, un sordomuto che decide di vendere un rene al mercato nero, così da poter pagare le cure alla sorella malata, e Park Dong-Jin, padre alla disperata ricerca della figlia rapita. Il dolore e la rabbia viaggiano parallelamente, come costanti di una tragedia umana che sembra trovare risoluzione solo nella vendetta, mostrata nella sua integrità, a differenza degli altri eventi narrati, raccontati attraverso piccoli (ma significativi) dettagli. E' il capitolo più debole, ma non per questo un brutto film. Voto 7

Old Boy: lo troverete in una top 7 dei miei film preferiti in assoluto. Girato con uno stile iperviolento e grottesco che spesse volte rimanda al manga omonimo da cui è tratto, mostra una genialità rara nel confondere lo spettatore ribaltando continuamente la prospettiva della vendetta e di chi è il vero vendicatore del film. Aggiungeteci due attori semplicemente grandiosi nei ruoli di Oh Dae-Su e Lee Woo-Jin e otterrete niente di più e niente di meno che uno dei più bei film degli anni zero e, a parere di chi scrive, un capolavoro assoluto. Voto 9

Three Extremes (episodio Cut): sempre incentrato sulla vendetta, questo mediometraggio inserito in Three Extremes (film consigliatissimo anche per gli altri 2 episodi, di Fruit Chan e di Takashi Miike), introduce un elemento di critica sociale, inedito finora per il regista, sia pure con risultati eccellenti. Quello che più risalta agli occhi è la sempre maggiore raffinatezza ed attenzione al dettaglio estetico. Park Chan-Wook, ormai, ha fatto dell'eleganza formale un mezzo espressivo funzionale alla narrazione, e non mero abbellimento dell'opera. Voto 7

Lady Vendetta: idem come sopra, fin dai preziosi titoli di testa, l'ultimo capitolo della trilogia della vendetta mostra di essere il più elegante e il più ricercato, stilisticamente parlando. Per chiudere il cerchio, una protagonista femminile: Geum-Ja, condannata a 13 anni di carcere per aver rapito ed ucciso un bambino, ci viene mostrata come una donna dolce e disponibile, capace di conquistare l'affetto e la simpatia di tutte le compagne di carcere. In realtà, dietro quella maschera di candore e bontà, si nasconde un preciso e fortissimo desiderio di vendetta nei confronti del vero autore del crimine per cui è stata condannata. Rispetto al passato, la furia della vendetta trova un argine nella dimensione affettiva, il sangue (sempre presente) scorre in misura minore che in passato, e l'elaborazione del sentimento di rivalsa perde la sua natura istintiva, subendo un'azione di freno e di sublimazione negli affetti verso chi abbiamo di più caro al mondo. Voto 8

I'm A Cyborg But That's Ok: chiuso il capitolo vendetta, il regista coreano cambia completamente registro con una favola ambientata in un ospedale psichiatrico; è qui che viene ricoverata la giovane Young-Goon, quando,
dopo aver appreso dalla nonna di essere un cyborg, decide di conficcarsi dei cavi elettrici nei polsi per ricaricarsi. L'arrivo della ragazza nell'ospedale porterà la conoscenza di altri personaggi stranissimi e l'ovvio stravolgimento di quel piccolo mondo che è un ricovero psichiatrico. Questa volta, Park Chan-Wook incanala il suo talento visivo per raccontare una tenera e romantica poesia, abbandonando la violenza e la rabbia del passato, in favore del candore e dell'ingenuità della protagonista e del giovane sociopatico Il-Sun. Il risultato è un film fuori dai canoni, ma difficile da non amare. Voto 7,5

Thirst: con la consueta classe, stavolta si parla di vampiri; e, nonostante sia un tema di gran moda oggi, Park Chan-Wook riesce ad essere originale, nel raccontare la lenta, progressiva e inesorabile trasformazione di un prete cattolico nel più classico dei succhiasangue. L'elemento nuovo però, è rappresentato dalla parallela storia d'amore intrecciata con una tanto giovane quanto sensuale ragazza. L'ambientazione orrorifica si incastra perfettamente con l'aspetto romantico, arrivando a sovrapporsi quando anche Tae-Ju diventa vampira. Da lì inizia un'escalation di violenza con Sang-Hyun sempre intento a frenare la sete della compagna, fino all'inevitabile risoluzione del conflitto. Probabilmente alcune lungaggini ne appesantiscono la visione, ma resta un (ennesimo) ottimo lavoro. Voto 7+

martedì 13 settembre 2011

Popcorn: Thor/Captain America

Con la stessa formula usata per Hobo With A Shotgun e Machete, e con l'approssimarsi di maggio 2012 e dell'uscita di Avengers, vediamo come sta procedendo il lento processo di avvicinamento al film di Joss Whedon.
Una precisazione: ho visto sia Thor che Captain America in 2D, ma, un po' ovunque, ho letto (specie per il secondo) di una sostanziale ininfluenza del 3D nel giudizio della pellicola.
Detto questo, partiamo col dio norreno.





Bello, bravo, bis.
Il film di Kenneth Branagh è uno dei migliori cinecomics degli ultimi anni (e quindi di sempre, visto che come genere è abbastanza recente), in barba a Iron Man 1 e 2 (scusa, Robert, non è colpa tua, ma di quel pippone di Jon Favreau) a Spider-Man 3 e ad altri illustri predecessori. Quello che sulla carta sembrava il personaggio più problematico da trasporre su celluloide si rivela un successo su (quasi) tutti i fronti.
L'intuizione più geniale è sicuramente la realizzazione di Asgard, molto devota alle illustrazioni di Re Kirby: chi ha giocato ad almeno un Final Fantasy avrà qualche deja-vu durante la visione, ma le scene ambientate nel palazzo di Odino (Anthony Hopkins piacione) sono a dir poco mozzafiato, così come efficace e intelligente è la scelta di un pantheon norreno multietnico, a partire da un Heimdall nero (Idris Elba rulez!) per passare a un Hogun asiatico (Tadanobu Asano, invecchiatissimo rispetto ai tempi di Ichi The Killer e Zatoichi).
La storia orchestrata da J.M. Straczynski è tanto lineare quanto solida e coerente, permettendo a Branagh di lavorare di fino nel modellare la psicologia dei 2 protagonisti del film: Thor e Loki.
A dispetto di quanto temuto, ho trovato Chris Hemsworth perfetto nella parte del dio del tuono: modellato fisicamente sulle sembianze della versione Ultimate, per quanto a volte abbia l'espressività di un leghista durante un comizio di Bossi (ma quella è una colpa imputabile alla Natura, mi sa), riesce ad essere sfrontato e arrogante quanto serve per portare a casa la pagnotta.
E poi, cazzo, è veramente una montagna.
Il Loki di Tom Hiddleston è la cosa migliore del film. L'attore inglese ha fatto bene i compiti a casa, e dona uno spessore ed una tridimensionalità fondamentali per la caratterizzazione del villain (che nei cinefumetti determina un buon 70% di riuscita del lavoro): il dualismo con il fratellastro è fatto di lacrime, bugie, tradimenti e mosse subdole, con i classici piani arzigogolati del Dio dell'Inganno, vincolati però, non tanto ad una banale sete di potere, quanto ad una necessità di attenzione e affetto (e Hiddleston è bravo a non farlo scivolare nel patetico).
Il resto del cast viaggia col pilota automatico e regala al pubblico quello che ormai si attende puntualmente in ogni pellicola di questo tipo: interesse amoroso con gusto per la battutina (Natalie Portman in ferie post-Cigno Nero), vecchio professore secchione e paterno (Skarsgard sr., per la prima volta in vita sua, quasi simpatico), e spalla comica rompipalle che ogni 2-3 fa riferimenti a Facebook, I-pod, Twitter e Google (tale Kat Dennings, totalmente scognita per me, fino ad ora).
C'è pure il tempo per una comparsata di Jeremy Renner-Occhio Di Falco, dello stesso Straczyinski e per l'immancabile cammeo di Stan Lee, più le citazioni disseminate per i fan del fumetto.
Difetti? Non me ne vengono in mente; forse potevano scegliere una più figa per interpretare Lady Sif, ma va bene uguale.
Branagh le azzecca tutte, dosando i momenti ironici senza scadere nel demenziale e dirigendo con maestria le spettacolari scene di combattimento.
Difficile chiedere di più, a fine titoli di coda (e classica scena nascosta) si è gasati e soddisfatti.


Voto 7,5





Il poster che vedete qui sopra è un fan-made.
Ma rimane la cosa migliore del film sul Primo Vendicatore.
Sì, perchè, a conti fatti, tutti quelli (mi ci metto anch'io) che avevano inarcato il sopracciglio alla notizia di Joe Johnston come regista della pellicola avevano ragione da vendere.
Si può sorvolare sul fatto che Cap sia interpretato dallo stesso attore che fa la Torcia Umana, perchè Chris Evans (che a me fa strasimpatia, intendiamoci) ha sì il fisico giusto, ma non il carisma e la presenza scenica necessari per trasmettere quell'aura di leggenda che normalmente accompagna Steve Rogers.
Non si può sorvolare sul fatto che una storia (peraltro con la quantità spropositata di fumetti a disposizione) ambientata nel 1945 non faccia un briciolo di riferimento alla Seconda Guerra Mondiale; poteva essere l'occasione per fare un filmone di guerra, come non se ne vedono da anni, e invece Johnston separa totalmente l'Hydra, il Teschio Rosso e tutto il contesto dal conflitto mondiale.
Maiodicobboh.
Si può accettare (e anzi è forse la parte più carina del film) un Capitan America versione mascotte-attrazione da circo, essendo l'unico momento della pellicola in cui viene resa un filino meglio l'ambientazione anni '40.
Non si può accettare (e qui la colpa è del doppiaggio italiano) di mantenere, con risultati ridicoli, la dizione di "Captain", quando, OVUNQUE (cartoni animati, fumetti, videogiochi etc.), il nome del personaggio è sempre stato italianizzato.
Ma al di là di puntigliosità e di scelte stilistiche più o meno discutibili, tutto sa di già visto fin dalla prima inquadratura e la pellicola, anche agli occhi di chi non ha mai letto una vignetta di Cap, scorre prevedibile come una puntata di Don Matteo o dei Cesaroni, e non bastano le citazioni e le strizzate d'occhio ai nerd fumettofili o Hugo Weaving-The Mask a salvare la situazione, purtroppo.
Insomma, l'impressione è che, più degli altri cinecomics Marvel, Captain America, nella sua mediocre linearità, sia stato pensato come lunga introduzione al film sui Vendicatori (trailer post-titoli di coda da bava alla bocca perenne).
Prendere o lasciare.


Voto 5


giovedì 1 settembre 2011

Revisioni: Nicolas Winding-Refn


Voi non ci crederete, ma il tenerone a destra della foto che abbraccia e sbaciucchia quell'idolo di Ryan Gosling (in un post futuro, espliciterò la portata di quest'affermazione) è semplicemente uno dei registi più violenti, intriganti e promettenti del panorama cinematografico contemporaneo.
In attesa di vedere quel Drive che all'ultimo festival di Cannes ha fatto sbavare un po' tutti, vi consiglio di tenere d'occhio questo coccoloso autore danese, perchè già la sua filmografia attuale mostra parecchi spunti validi, coniugati ad uno stile personalissimo e accattivante, nonostante siano evidenti le influenze tarantiniane e lynchane.
In attesa di progetti futuri come Only God Forgives e Logan's Run (sempre con Gosling protagonista), più un discorso in sospeso per un'eventuale pellicola su Wonder Woman, chi volesse approfondirne la conoscenza può buttarsi su questi film.

Pusher - L'inizio: è il primo capitolo di una trilogia criminale ambientata a Copenaghen. Macchina da presa in spalla, ritmo ipercinetico, violenza e una martellante colonna sonora che spazia dalla techno fino al punk e all'hard rock sono gli elementi di una cifra stilistica che qui viene presentata nella sua forma più grezza, per poi affinarsi nei capitoli successivi. Questo primo episodio ci porta a seguire le vicissitudini di Frank, piccolo spacciatore deciso ad alzare la cresta e racimolare qualche soldo ai danni del suo boss (Milo, protagonista del terzo film). In un susseguirsi di eventi avversi e voltafaccia, Refn mette al centro della storia un protagonista freddo e distaccato, inerte sul piano affettivo (emblematico l'incontro con la madre) ma risoluto nelle sue azioni, nonostante la sempre viva consapevolezza di vivere ed operare in un mondo sbagliato, ma che resta comunque l'unico mondo in cui sarebbe capace di vivere. Voto 7


Pusher II - Sangue Sulle Mie Mani: appena uscito di prigione, Tonny (amico di Frank, visto nel film precedente), è ansioso di mettersi a lavoro per il padre, un boss dedito allo spaccio di droga e al traffico di auto rubate, così da recuperarne la stima e, magari, una parvenza di affetto. Peccato che ogni tentativo risulti così fallimentare da trasformare l'iniziale sconforto in un vero e proprio disprezzo. Parallelamente, Tonny si trova a fronteggiare in prima persona una paternità,
tanto inattesa quanto salvifica, sebbene il bambino sia frutto di un rapporto occasionale con una sbandata mangiasoldi. E' forse il capitolo migliore della trilogia, per la maggiore levigatezza stilistica e per una sceneggiatura più raffinata nel sovrapporre (in modo mai banale) ad una semplice crime story tematiche più "alte" come il rapporto padre-figlio, il concetto di virilità (nel senso malavitoso del termine), sullo sfondo di una ineluttabilità del destino che è il vero leitmotiv dei 3 film: non si può cambiare la propria natura, al massimo la si può accettare e conviverci. Voto 8


Pusher III - L'Angelo Della Morte: il diabolico Milo del primo episodio, circa 10 anni dopo, è un ricordo appassito sotto i chili di troppo e la dipendenza da cocaina. Il tempo passa, il mercato cambia e il vecchio boss serbo, impegnato anche in una terapia di riabilitazione, deve stringere malvolentieri nuovi contatti se vuole sopravvivere nel giro. Qui, più che altrove, emerge la contraddizione intrinseca al mondo criminale dove la spinta a voler essere fautori del proprio destino viene soffocata dall'inevitabile sottomissione al boss più in alto. Milo è un fantasma, che prima reagisce con rabbia e poi comprende ed accetta la vita che si è scelto. In questo senso, il recupero del personaggio di Radovan è un'ulteriore testimonianza di quanto detto prima: si può cambiare pelle, assumendo una parvenza di onestà, ma non Natura. Voto 7,5


Bronson: ovvero il biopic secondo Refn. Michael Gordon Peterson ha una grande passione per Charles Bronson ma è anche uno dei criminali più violenti e folli della storia di Inghilterra. Entrato in carcere per una condanna di 7 anni, dopo una rapina ad un ufficio postale, attualmente risiede ancora in prigione, a seguito di una condotta fatta di omicidi, risse e pestaggi ripetuti. Il regista danese usa l'elemento biografico come pretesto per la messa in scena di un grottesco spettacolo sulla natura animalesca del personaggio. Come ci spiega un fenomenale Tom Hardy (un'interpretazione che promette più che bene, alla luce dei molti punti in comune con il Bane del terzo capitolo nolaniano di Batman), Peterson è sostanzialmente incapace di discernere il bene dal male, in quanto poggia l'intero suo vissuto su un principio tanto semplice quanto limitante: azione-reazione. Picchiare un uomo o un animale sono solo sfumature, viste con gli occhi di un uomo la cui unica necessità è quella di sfogare istinti che non è azzardato definire primordiali. Pertanto, l'unica rappresentazione possibile non può essere che grottesca.
Voto 8-


Valhalla Rising: l'opera più ambiziosa e difficile. I dialoghi si rarefano, per dare spazio alla natura, mentre One-Eye, guerriero muto e spietato, segue l'odissea di un gruppo di vichinghi verso una terra a metà tra il Paradiso e l'Inferno. E' il film meno convenzionale del regista danese e quello che, più degli altri, ne mette in mostra il talento; su tutte, la traversata dell'oceano, in un mare rosso sangue, è senza dubbio la scena di cui è più difficile negare la bellezza, anche solo da un punto di vista stilistico. Perchè, se concettualmente il film può essere attaccabile sotto diversi aspetti (ma, ripeto, a me è piaciuto), è innegabile che almeno visivamente sia un vero e proprio gioiello. Resta da capire se sotto la patina (bella spessa) di un talento visivo non indifferente, ci sia spazio per dei contenuti quantomeno all'altezza. Aspettiamo Drive e i film a seguire per un giudizio definitivo ma, a mio parere, c'è di che essere fiduciosi. Voto 8

giovedì 18 agosto 2011

Popcorn: Green Lantern



Un po' ovunque il povero Green Lantern è stato massacrato. Su Rotten Tomatoes arriva al 30% scarso, idem su Metacritic, dove i critici americani non ci sono andati leggeri, e gli italiani, per non essere da meno, si sono adeguati al trend stelle e strisce.
A me sembra, sinceramente, che questo film non sia molto diverso dal tanto osannato Iron Man (1 e 2): certo, c'è una sostanziale ed evidente differenza tra Robert Downey Jr. e Ryan Reynolds (che qualche espressione in più potrebbe degnarsi di impararla tra una session in palestra e uno sbiancamento dei denti); eppure, tanto lineari e fracassoni sono i due capitoli dedicati alla saga di Tony Stark esattamente come lineare e fracassone è questo Green Lantern.
Oltretutto, se è vero che Iron Man ha il suo punto di forza nell'attore, Lanterna Verde schiera dalla sua un regista vero (non un anonimo mestierante come Jon Favreau), e Martin Campbell fa il suo onesto e divertente lavoro confezionando un film, ok, prevedibile, ma godibile e scorrevole (per quanto qualche volta aleggi la sensazione di una certa fretta in cabina di montaggio), riducendo a 5 minuti scarsi le classiche (per non dire inevitabili) menate su "grandi poteri, grandi responsabilità e bla bla bla".
Il resto del cast non è malaccio con una Blake Lively vivace (e gnocca) nel ruolo del classico interesse amoroso dell'eroe (tra l'altro, sono gli unici momenti in cui Reynolds ha una parvenza di espressività...grazie figapower), un discreto Peter Sarsgard nei panni dello sfigato villain terrestre, un Mark Strong che ormai anche quando è buono sembra cattivo, e un Tim Robbins, per l'occasione, col pilota automatico.
Le tanto temute scene in CGI nel pianeta Oa sono meno peggio di quanto il trailer facesse presagire, anche se rimane comunque difficile entrare in empatia con personaggi palesemente "cartoon" come Kilowog, Tomar-Re e lo stesso villain, Parallax.
In definitiva, dura poco, non chiede molto, ha un paio di momenti divertenti e fa passare la serata.
Mica tutti i cinecomics possono essere come Il Cavaliere Oscuro, Watchmen o V Per Vendetta.



Voto 6-

giovedì 4 agosto 2011

Popcorn: Super


Partendo dal presupposto che per chi vi scrive James Gunn è un mezzo genio, Super è un'altra variazione sul tema del supereroe improvvisato che alberga in ognuno di noi, dopo il divertente Kick-Ass di Matthew Vaughn.
E se il limone non sembra essere spremuto del tutto, il merito è del regista-sceneggiatore che partorisce una commedia nera (stavolta non c'è una base fumettistica), capace di alternare con folle maestria battute di basso/bassissimo livello (e ovviamente esilaranti) a momenti più drammatici e riflessivi.
Si ride parecchio mentre il timido Frank (un ottimo Rainn Wilson) decide di indossare i panni di Crimson Bolt e riconquistare la moglie (Liv Tyler, sempre strafiga), finita nelle grinfie di un eccentrico boss della mala, interpretato da un sempre più gigione Kevin Bacon.
Armato di una sola chiave inglese e ispirandosi alle gesta dell'esilarante Holy Avenger televisivo (Nathan Fillion, sei un genio), redentore di ragazzini interessati al sadomaso e ai video su Youporn, Frank inizia la sua lotta senza quartiere e senza pietà contro criminali, spacciatori, pedofili e furbi nelle code al cinema.
Merita, inoltre, una menzione speciale la divertentissima e logorroica Ellen Page, nel ruolo di una svitata commessa in fumetteria che istruisce il protagonista per poi affiancarlo come aiutante, nei panni di Boltie.
Al netto di un cast affiatato e azzeccatissimo, Gunn si conferma un geniale bastardo per come ti conduca sul suo ottovolante fatto di umorismo slapstick e risate fragorose, per poi sferrarti un micidiale e inatteso pugno allo stomaco così forte da lasciarti senza fiato.
Non contento, chiosa il tutto con un finale splendidamente poetico, capace di insinuarsi nella testa e nel cuore.
Straconsigliato.



Voto 8

venerdì 15 luglio 2011

Popcorn: Super 8


Se mai leggerai queste righe sperdute nell'etere internettiano,
grazie J.J. Abrams.
Grazie per aver realizzato un film che trasuda sci-fi anni '80 fin dalla prima inquadratura e che inevitabilmente fa leva sull'effetto nostalgia dei 20-30enni che sono cresciuti andando al cinema per vedere E.T., Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Star Wars, Indiana Jones, Ritorno Al Futuro, I Goonies eccetera eccetera.
Bambini protagonisti (e, tolta Elle Fanning, interpretati da perfetti sconosciuti), genitori fessi, militari cattivi, alieni che vogliono tornare a casa, c'è tutto quello che può desiderare ogni essere umano nato nel periodo '75-'85 (facciamo '86, così ci entro pure io): Super 8 è una bella storia di amicizia, passione (visto che il motore di tutte le cose è la smania per la cinepresa di uno dei protagonisti), e crescita (sia dei più piccoli che degli adulti, come insegna papà Spielberg), senza ovviamente dimenticare la fantascienza.
Il tutto con una naturale premessa: non è qui che va ricercata l'originalità, dato che l'obiettivo di Abrams è proprio quello di ricreare quell'atmosfera magica e quasi favolistica dei film sopracitati che hanno contribuito a formare l'immaginario di una generazione di cui lo stesso regista fa parte.
E l'omaggio riesce in pieno; la pellicola è un continuo deja-vu di elementi, trovate e sensazioni provate quando i nostri genitori ci hanno accompagnato al cinema per la prima volta nella nostra vita.
Tolto l'aspetto nostalgico, Super 8 diverte nel suo essere anacronistico, mostra i muscoli quando c'è da fare uso degli effetti speciali ed è di una precisione svizzera nel bilanciare minuziosamente le fasi più movimentate a quelle più sentimental-romantiche (anche se, forse, il finale è un po' troppo affrettato).
E se per un attimo la smettessi di ascoltare il cuore che sussurra all'orecchio "E' come quando eri bambino!", probabilmente mi accorgerei che, in fondo, questo film sarebbe passato quasi inosservato se fosse uscito effettivamente negli anni '80; e lo sa anche quel furbacchione di J.J. Abrams, che mira proprio al cuore e ai ricordi dei ragazzini di allora.
Per questi motivi, sono straconvinto che Super 8 non riscuoterà lo stesso successo tra i "kids" di oggi; perchè, negli anni zero (anzi dieci) si vuole vedere e toccare l'alieno con la massima nitidezza possibile (e magari farlo uscire dallo schermo), anzichè mostrarlo di sfuggita facendone solamente intuire la presenza; perchè il teenager attuale è più sgamato e non è disposto a credere che 5 bambini (perdipiù sprovvisti di bacchetta magica e cicatrice in fronte) possano riuscire laddove uno squadrone militare ha fallito; e poi, perchè in Twilight c'è Robert Pattinson, mentre qua non c'è un figone su cui sfogare le prime tempeste ormonali della propria vita.
Noi gggiovani di ieri, invece, rendiamo grazie per averci fatto tornare la voglia di rivedere il vecchio Spielberg e lasciamo i Michael Bay e i licantropi depilati alle generazioni che vengono...già...poveri loro.


Voto 6,5

sabato 2 luglio 2011

Popcorn: Blue Valentine



Io non sono un grande fan dei film sull'Amore; penso di poter contare sulle dita di una mano le pellicole che mi hanno impressionato a riguardo.
E posso dire senza vergogna che mi fa paura la prospettiva di rivederli, tanta e tale è l'empatia che mi trovo a sviluppare quando la rappresentazione della grande A non è mai banale, ma sofferta (che ha tutt'altro significato di "strappalacrime") e realmente vissuta.
Già questo mi sembra un motivo sufficiente per consigliarvi questo Blue Valentine.
Non c'è niente di rivoluzionario nel lavoro di Derek Cianfrance quando alterna, con stile quasi documentaristico, le fasi dell'innamoramento tra Dean e Cindy allo sfaldamento del nucleo familiare costituito tanto faticosamente; eppure, è un film che trasuda autenticità, passioni, tensioni, gioie e dolori.
Vita vera, insomma.
Due persone completamente diverse (il bambinesco candore di Dean contro la disillusa confusione di Cindy), due realtà quasi antitetiche che vanno ad incastrarsi perfettamente con gli alti e bassi vissuti dalla coppia nella cronistoria alternata che il regista porta avanti fino alla fine, arrivando ad una climax che mostra la felicità di un matrimonio tanto umile quanto desiderato, immediatamente seguita dalla sagoma di un Dean stempiato e appesantito che
, distrutto, si allontana da quella famiglia che non aveva mai sognato, salvo poi accorgersi di desiderarla fortemente.
In un film del genere, è ovvio che il 70% (minimo) della riuscita dipenda dai 2 attori principali; e se almeno Michelle Williams ha ricevuto la consolazione della nomination per l'Oscar, rimane un mistero il motivo per cui un gigantesco Ryan Gosling (niente male per uno cresciuto a Disney Club e Young Hercules) sia stato bellamente ignorato dall'Academy.
Ma tant'è, The Millionaire ne ha vinti 8 di pelatini dorati...chissenefunken.
Rimane il piacere di godersi un duetto recitativo veramente convincente; tanto tenero nel descrivere il corteggiamento e i primi giorni felici, quanto nervoso e usurato dal tempo nelle fasi conclusive (il cui centro nevralgico è la tristissima notte nella "Future Room" di un motel).
E se tutto questo non vi basta, calo un altro pezzo da novanta e ci metto una meravigliosa colonna sonora curata dai grandiosi Grizzly Bear.
E se siete realmente incontentabili, non so proprio che farci.
Cazzi vostri, vi perdete un gran bel film.


Voto 8+


"I feel like men are more romantic than women. When we get married we marry, like, one girl, 'cause we're resistant the whole way until we meet one girl and we think I'd be an idiot if I didn't marry this girl she's so great. But it seems like girls get to a place where they just kinda pick the best option... 'Oh he's got a good job.' I mean they spend their whole life looking for Prince Charming and then they marry the guy who's got a good job and is gonna stick around."


lunedì 13 giugno 2011

Popcorn: X-Men L'Inizio


Dopo 3 inizi fallimentari, salterò i preamboli: è forse il miglior film sugli X-Men, nonostante Hugh Jackman compaia solo 10 secondi in scena (ed è uno dei momenti più divertenti della pellicola).
Accantonati e rimossi dalla mente gli scempi di X-3 e del terribile Wolverine:Origins, Bryan Singer torna a supervisionare la produzione cercando di rimettere a fuoco una saga che con i 2 primi capitoli aveva più che convinto, pur senza incantare.
Merito al regista de I Soliti Sospetti per aver scelto gli ingredienti giusti:
-un ottimo Matthew Vaughn, che dopo Kick-Ass confeziona un film pieno di ritmo, senza far pesare i 132 minuti complessivi
-un cast ben assortito con McAvoy e Fassbender perfetti, sia da soli che in coppia, e un Kevin Bacon favolosamente a suo agio nel ruolo di villain.
-uno script vivace e ben calibrato tra introspezione psicologica (viene riesumato il vecchio caro tema dell'integrazione e dell'accettazione del diverso), atmosfere camp e scene action (che, a dispetto dei numerosi detrattori, mi sono sembrate ben realizzate)

Chi temeva che l'assenza di Wolverine avesse avuto il suo peso, beh, si goda la caccia di Magneto agli ex nazisti fuggiti in Argentina e si ricreda a tempo di record.
La sensazione è che l'eventuale trilogia che parte con questo film abbia al suo centro proprio il futuro leader della Confraternita dei Mutanti, esattamente come i primi 3 capitoli avevano in Wolverine il fulcro della vicenda.
E a guardare la performance di un Michael Fassbender ormai in rampa di lancio, c'è da ben sperare.
Ma dicevo, non si rimane incantati.
Dal mio punto di vista, il problema è che i difetti che ci sono (o almeno, quelli che ho trovato io) sono tutti concentrati su un unico personaggio, e per questo amplificati all'occhio dello spettatore.
Da avido lettore del fumetto, avevo aspettative (forse) esagerate sullo sviluppo di Emma Frost; e, come da regola, un hype pazzesco esiste solo per essere puntualmente smentito.
La Regina Bianca del Club Infernale è probabilmente il personaggio tratteggiato più superficialmente del lotto (se la batte con Angel); si intuisce che è una stronza manipolatrice, ma non è abbastanza, e il suo ruolo nella storia principale risulta piuttosto marginale, se paragonata alla controparte a nuvolette.
Aggiungete una resa in CGI della trasformazione in diamante un po' approssimativa ed una recitazione di una sempre figa
, ma tendente alla monoespressione, January Jones (la verità è che soffro dopo aver letto su Wikipedia che l'alternativa era Alice Eve), e avrete un quadro completo dei difetti di questo film.
Se poi in fatto di donne la pensate diversamente da me, X-Men: L'Inizio si può considerare tranquillamente (e insieme al secondo episodio) il miglior capitolo della saga dei figli dell'atomo.




Voto 7,5

sabato 4 giugno 2011

Popcorn: Somewhere


Ieri sera ero molto annoiato.
Parecchio annoiato.
Impossibilitato a giocare alla PS3 per la dipartita del mio televisore di fiducia, mi sono detto:"Toh, guardiamoci un film, và".
Dopo rimuginazioni varie su durata e genere, la scelta cade su Somewhere di Sofia Coppola, una donna da amare (platonicamente) a priori per aver girato Lost In Translation.
Dite che forse facevo meglio ad iniziare a leggere il libro di Pynchon che ho sul comodino da settimane?
Meh.
Prima scena: inquadratura fissa su una Ferrari Testanera che gira in tondo per almeno 4 minuti.
Seconda scena: 2 strafighe gemelle impegnate in un'esibizione privata di lap dance con in sottofondo My Hero dei Foo Fighters, sotto lo sguardo iperannoiato del protagonista.
Avete presente quando vi trovate tra 2 specchi e guardate dentro le varie realtà proiettate?
Ecco, la sensazione è stata simile.
Solo che io non sono Johnny Marco, attore hollywoodiano del momento (un convincente Stephen Dorff), non alloggio in uno spettacoloso hotel losangelino in Sunset Blvd, la sera non ho la possibilità di scegliere tra le gemelle lapdancers e i festini ad alto tasso di abbordaggio (infatti guardo 'sto film), non ho una Ferrari Testanera, elicotteri personali e via dicendo.
Così, la prima metà della pellicola scorre, molto lentamente, illustrandoci la giornata-tipo del protagonista fatta di photocalls con colleghe astiose (ma quanto è bona Michelle Monaghan?), conferenze stampa senza senso, estenuanti sessioni di trucco e trombate serali con una delle tante fiamme a disposizione.
Il discorso è che se il concept di Somewhere ruota intorno alla noiosa e solitaria vita del protagonista, sporadicamente ravvivata dalle visite della figlia (una Elle Fanning a cui è impossibile resistere), è chiaro che non puoi far altro che girare parecchie scene noiose, intervallate da lampi di vita e brillantezza (la scena del massaggiatore mi ha fatto schiattare dal ridere, lo ammetto).
Quindi, l'impressione è quella di vedere un Lost In Translation 2.0, con meno Bill Murray (però a me Dorff non è dispiaciuto affatto) e meno chiappe della Johanssonn; c'è di nuovo l'albergo come rifugio asettico e anemozionale, le fredde luci notturne a fare da sfondo intonato al mood malinconico e triste del protagonista, c'è un broadcasting straniero da dileggiare (stavolta tocca a noi italiani che, tra Simona Ventura e il suo Dustin HOFFNAM, Giorgia Surina versione giornalista de La Vita In Diretta, Valeria Marini soubrette oversize e le penose battute di Nino Frassica, non facciamo grossa fatica a essere presi per il culo) e c'è, per fortuna, il grande gusto della Coppola (o chi per lei, tipo Thomas Mars dei Phoenix) nella scelta delle musiche da abbinare alle immagini.
Sì, perchè, quando non se ne può più della routine di Johnny Marco, la figlia del buon Francis si ricorda di essere pure lei bravina e se ne esce con trovate che ti fanno pensare di aver fatto bene a scegliere questo film: una per tutte, il tenero tea party subacqueo con I'll Try Anything Once degli Strokes in sottofondo.
Perchè, magari 'autrice' è una parola grossa, ma è innegabile che la Coppolina abbia una buona dose di stile.
Ed in effetti, considerato come un elegante esercizio di stile, che, di contorno, riprende il tema della solitudine già visto in Lost In Translation, Somewhere è un film che può essere guardato senza tanti patemi.
Però, Sofia, la prossima volta pensa anche alla storia da raccontare, eh?


Voto 6+

lunedì 16 maggio 2011

Popcorn: RED


Anche i super agenti segreti della CIA vanno in pensione.
Persino Bruce Willis, che, tra una passata di aspirapolvere e l'altra, si innamora telefonicamente della tipa dell' INPS e si cucina un piatto di proiettili.
Roba che neanche Chuck Norris.
Detto questo, Red è un film divertentissimo, girato con tanto tanto stile e che con un cast del genere proprio non poteva riuscire male.
L'età avanza per tutti ma quando si chiede a Bruce di sparare uscendo al volo da una macchina, o di scaraventare al muro il giovane agente FBI che gli dà la caccia, o di stendere in vestaglia i 3 SWAT che gli hanno raso al suolo la casa, non ce n'è per nessuno.
Dopo una simile incazzatura, il minimo che può fare è cercare di capire chi lo vuole morto, ma non prima di vedere che faccia abbia la tipa con cui passa ore e ore al telefono.
E alle fattezze di Mary Louise Parker è così difficile resistere che ringrazi Dio di aver inventato il telefono, le pensioni e persino l'INPS. Oltretutto, il suo personaggio è divertentissimo (almeno nella prima parte) e lei è troppo carina, ma questo credo di averlo già detto.
Intanto, tra una sparatoria e l'altra, il buon Bruce richiama i suoi vecchi compagni di giochi che comprendono un Morgan Freeman marpione (ma poco sfruttato), una regale Helen Mirren (che preferisce uccidere anzichè fare giardinaggio, ed è difficile darle torto), e, dulcis in fundo, un folle e geniale John Malkovich, che gigioneggia come non mai (si vede che s'è divertito un mondo a girare) e strappa risate continue quando è sullo schermo.
Se pensate che sia finita qui, il cast comprende anche gente come Richard Dreyfuss, Brian Cox (che risulta addirittura simpatico) e almeno 10 attori presi da 10 serie tv diverse (McMahon da Nip/Tuck e Remar da Dexter, per dirne due).
Giostrando abilmente tra spy story e comedy, Robert Schwentke tiene ben salde le redini della vicenda, potendo contare su attori che viaggiano col pilota automatico e su uno script (basato sull'omonimo fumetto del grande Warren Ellis) a prova di bomba.
Persino per Bruce Willis.

Voto 7



E se non mi credete, qua c'è il trailer.







venerdì 6 maggio 2011

Popcorn: Machete/Hobo With A Shotgun

Doppia recensione per 2 figli nati dalle costole di quel Grindhouse della coppia Tarantino-Rodriguez tanto snobbato da pubblico e critica quanto riuscito. La storia è nota ai tarantiniani sfegatati: sia Hobo che Machete, infatti, nascono originariamente come fake trailers che introducevano alla visione di Death Proof e Planet Terror. Sulla scia di questi ultimi 2 film, spuntano come funghi una serie di epigoni che cercano di richiamare quell'ottica da b-movie anni '70 pacchiana, esagerata e folle che era nelle intenzioni dell'operazione nostalgia di Rodriguez e Tarantino: alcuni con ottimi risultati (vedi Black Dynamite, di cui ho parlato in un precedente post), altri con pessimi (vedi Bitch Slap); fino ad arrivare a Machete e Hobo With A Shotgun, perlappunto.
Vediamo com'è andata.




Il mio giudizio per questo film è pesantemente condizionato dal mio amore quasi patologico verso Blade Runner: insomma, capirete che Rutger Hauer protagonista non aiuta/aiuta nella valutazione.
La storia è semplice: un clochard giunge in una cittadina in preda al caos, governata da un narcotrafficante, tale Drake, classico cattivone bidimensionale ma dalla sadica ironia, e coadiuvato da 2 figli altrettanto feroci e vestiti da John Travolta in Grease.
Il crimine regna sovrano, la polizia collude, la gente se ne frega e nel barbone si sviluppa una incontrollabile sete di giustizia che lo porta a imbracciare un fucile e a fare saltare teste, in giro per le strade.
Quello che sorprende nell'opera prima di Jason Eisener è la capacità di inserire tra un momento esagerato (donne che sguazzano nel sangue) ed un altro (teste umane usate come decorazioni per auto), immagini che avvicinano, seppur blandamente, il concetto di poesia.
Tutto merito di quel gigante di Rutger Hauer, ovviamente, capace di dosare con classe le espressioni da folle giustiziere, alternandole allo sconforto ed affanno di un vecchio e solitario orso.
Ovviamente, lungi da questo film una critica sociale (anche se i cittadini ci mettono due secondi a decidere, sotto ricatto, di sterminare tutti gli homeless), ma è lodevole, e senz'altro riuscita, l'intenzione di dare uno spessore al protagonista, rifuggendo il clichè dell'uomo tutto d'un pezzo e tratteggiando un sognatore speranzoso di redimere una prostituta e di immaginare un futuro migliore per i neonati cui parla nella nursery di un ospedale.
In compenso sono presenti tutti gli altri clichè del pianeta: la brava bad girl in pericolo, il cattivone di cui sopra, i figli (uno scemo e l'altro malefico) e tutto quello che vi aspettereste da questo tipo di film, sempre nel rispetto di un'estetica più anni '80 che '70 (a partire dalla grandiosa colonna sonora che annovera gente come Lisa Lougheed e la stupenda Run With Us dei titoli di coda, per passare ad un'autocitazione che fa Rutger Hauer riferendosi al mitico The Hitcher), con colori saturatissimi e una fotografia che spruzza sangue su ogni punto dello schermo.
In definitiva, Hobo With A Shotgun è il classico concentrato di violenza estrema, figa e divertimento che ogni amante di b-movie desidera; oltretutto, è un'altra occasione per ammirare ancora una volta quel granduomo di Rutger Hauer.
Che volete di più?

Voto 8






Che volete di più, dicevo? Machete.
Perchè dopo Machete non c'è altro.
Senza dilungarsi troppo, è l'Everest dei b-movies e possiede tutto quello che un cinefilo col testosterone alle stelle possa desiderare: Lindsay Lohan nuda o vestita da suora, Michelle Rodriguez in hot pants e canotte aderenti, Jessica Alba (che a me non è mai piaciuta granchè, però stavolta non è male) in tacchi a spillo e jeans attillati, preti con fucili a canne mozze sotto l'altare, Robert DeNiro versione Borghezio texano (forse il primo ruolo che imbrocca da almeno 5 anni a questa parte, ed è geniale), Tom Savini (mitologico make up artist anni '80, già visto in Dal Tramonto All'Alba e Planet Terror) in un cameo meraviglioso, Steven Seagal con l'accento ispanico, Jeff Fahey (Lapidus in Lost, per intenderci) e Don Johnson splendide macchiette, e poi le crazy twins di Planet Terror tornate per l'occasione, intestini usati come funi per calarsi da un piano all'altro di un ospedale, teste mozzate, battute EPICHE, sangue a volontà, nudi integrali (ma credo di averlo già detto), lame che si infilano ovunque e infine quell'idolo di Danny Trejo, un uomo nato per questo ruolo.
Rodriguez insozza il tutto come può, tra rock tamarro fatto in casa (favoloso il tema principale) e pellicola sgranata à la Grindhouse.
Il risultato è un film che vi farà abusare della parola "figata".
E nonostante questo, vorrete rivederlo.

Voto 9

lunedì 18 aprile 2011

Popcorn: The Fighter




Capire per quale mistero la boxe, a livello cinematografico, sia spesso sinonimo di riscatto sociale è un'impresa ardua.
Ed in fondo, non mi intriga neanche tanto l'argomento.
Eppure, limitandosi a guardare il film, The Fighter è uno dei prodotti più convenzionali mai usciti: c'è un pugile nato fallito, una madre-manager-padrona-bastarda (con tanto di esercito di figlie oversize al seguito), un complicato rapporto col fratello-allenatore crackomane, un difficile amore con la classica bad girl dal cuore d'oro e la riscossa finale.
Cheppalle, direte voi.
Fino a un certo punto, dico io.
Perchè David O.Russell (che in futuro curerà l'adattamento di Uncharted) non sbraca e si mantiene molto sobrio e funzionale alla storia, nella direzione di un cast che è il vero punto di forza del film.
Mark Wahlberg è perfettamente a suo agio nei panni di Micky Ward, passando, a seconda delle situazioni, dal mammone all'uomo tutto d'un pezzo e pugile determinato.
Amy Adams è più che credibile come barista di un locale dove per ottenere una mancia devi farti toccare il culo; e per una che io ricordo solo per Come D'Incanto della Disney, direi che è un grande traguardo.
L'odiosissima madre di Micky, impersonata da Melissa Leo, è la classica matrona dedita al controllo e (più o meno velatamente) allo sfruttamento delle doti del figlio. La bravura dell'attrice, però, sta nel tratteggiare una donna forte e capace ma che sembra effettivamente ferita dai sentimenti di ribellione mostrati dal figlio, dando una coloritura di strano amore materno all'atteggiamento di comando che è alla base del loro rapporto.
Infine, e giustamente premiato con l'Oscar, c'è Christian Bale; anima e corpo (letteralmente) nell'interpretare il fratellastro Dicky Ecklund, sguardo perennemente allucinato, ovvia tendenza al fare casino per sè e per gli altri.
Giustamente, Russell fa dell'alchimia tra i 2 fratelli (ed effettivamente l'intesa tra Wahlberg e Bale è più che buona) il vero snodo centrale del film.
Nonostante la totale inaffidabilità di Ecklund, è un affetto sincero e indissolubile quello che lega due persone così diverse da averne una rappresentazione simbolica nelle rispettive storie parallele: perchè, se da una parte, Micky lotta per l'emancipazione dal regime totalitario e totalizzante imposto dalla madre, dall'altra, Dicky, attraverso la prigione, razionalizza errori e conseguenze di una vita segnata dal crack, riuscendo a redimersi in tempo per la corsa al titolo del fratello.
E se vedete quintali di retorica in queste ultime righe, non preoccupatevi; il film è tratto da una storia vera.
Mi volete trovare qualcosa di più retorico della vita?



Voto 7


sabato 2 aprile 2011

Popcorn: Daredevil




Avevo già espresso il mio odio cordiale verso Ben Affleck, parlando di The Town, dove, nonostante fosse il più scarso degli attori, era riuscito a dirigere il tutto più che bene.
Beh, caro Ben, con Daredevil non la passi liscia.
Sì, parlo a te, brutto figaccione con la stessa espressività di un muro in cemento armato.
A te e a quel coglione che risponde al nome di Mark Steven Johnson, che, non solo osa firmarsi regista di un film che entra di diritto nella lista dei 10 più tamarri di sempre (perchè usare gli Evanescence per la colonna sonora è da tamarri, parliamoci chiaro) ma che ha addirittura la sfrontata ambizione di ritenersi uno sceneggiatore migliore di un Frank Miller qualsiasi, o volando più basso di un Kevin Smith, e, mi voglio rovinare, perfino di quel J.Michael Straczynski
del patto col diavolo di Spiderman.
Il risultato?
Dando per scontata l'infedeltà al fumetto, Johnson se ne esce con una storia sconclusionata in ogni suo aspetto: l'innamoramento Murdock-Elektra è totalmente nonsense da risultare ridicolo, così come l'incontro-scontro con Bullseye prima, e Kingpin poi. Non c'è un intreccio, nè un briciolo di suspense, Devil versione pupazzo in CGI che salta da un palazzo all'altro, fa ridere.
La caratterizzazione dei personaggi, laddove non è assente, è a dir poco patetica: non si capisce perchè Murdock si interroghi sull'essere buono o cattivo, quando dedica la sua vita a pestare i criminali, ma tant'è...
Elektra stessa, che nel fumetto ha le palle tanto quanto Devil, qui, è una ritardata che prende a pugnalate il primo che passa; Jennifer Garner (che obiettivamente è bonissima), in pratica, ricicla la spia di Alias rendendola un pelo più stupida e un attimo più popputa.
Se fate un po' di attenzione, poi, è facile notare come si possa leggere in faccia a Colin Farrell un'espressione da "Ma chi me l'ha fatto fare", mentre porta in scena Bullseye: un cerebroleso col mirino in fronte, gli occhi spiritati e che, in teoria, dovrebbe incutere un certo timore.
Dulcis in fundo, Kingpin: nel passaggio dalla carta alla pellicola diventa nero (e fin qui me ne posso pure fregare), perde il 90% del suo fascino, spuntando nell'ultima mezz'ora dal nulla, e non si capisce per quale motivo ce l'abbia con Devil (dato che il regista/sceneggiatore si dimentica di spiegarcelo nella prima parte).
Era così difficile, fare un copia&incolla del fumetto, basandosi sul taglio noir che è innato nel personaggio e che con il ciclo di Miller e Sinkiewicz raggiunge vette elevatissime?
Per Mark Steven Johnson, evidentemente, sì.
Non lo perdonerò mai per avere accostato My Immortal e quella nefandezza di Bring Me To Life a Daredevil.
Bastardo.
Ah, non ho detto molte cattiverie su Ben Affleck, neanche stavolta. Mi tocca rimediare: qualcuno potrebbe spiegargli che fingere di essere cieco non significa mettersi un'espressione da tonto, please?



Voto 2

giovedì 10 marzo 2011

Popcorn: L'Uomo Nell'Ombra




Quando si parla di Roman Polanski, è difficile capire dove finisce la vicenda personale dell'autore e dove inizia il distacco del racconto rispetto alla posizione del narratore. Specie in questo film, figlio delle vicissitudini recentemente vissute dal regista, che, di fatto, ha ultimato la post-produzione agli arresti domiciliari.
Riprendendo un romanzo di Robert Harris, il protagonista è un ghost-writer (malamente tradotto in italiano come "uomo nell'ombra"), interpretato da Ewan McGregor, cui viene affidato il compito di redigere l'autobiografia dell'ex primo ministro inglese Adam Lang (evidente copia-carbone di Tony Blair, ben tratteggiata da Pierce Brosnan).
Come ogni politico che (non) si rispetti, anche Lang ha i suoi scheletri nell'armadio: un'accusa pendente di crimini di guerra e contro l'umanità e la curiosa morte del precedente ghost-writer.
Così, il personaggio di McGregor (volutamente lasciato senza nome), inizia un viaggio a ritroso nel passato di Adam Lang, tra false verità, contraddizioni e favolette preconfezionate per gli elettori, in un sentiero che inevitabilmente andrà a congiungersi con quello del suo predecessore.
Polanski riprende lo stile hitchcockiano tanto caro fin dai tempi di Frantic e confeziona un thriller perfetto: il ghost-writer di Ewan McGregor è a tutti gli effetti un fantasma che si aggira invisibile prima tra le stanze del gelido rifugio dell'ex premier e poi per la spettrale isola, unico porto franco per l'ambiguo politico.
Con la maestria che gli è consueta, il regista polacco dosa la tensione mantenendola sempre a un livello subliminale, instillando nello spettatore una specie di costante preoccupazione per le sorti del giornalista, costretto a dover fronteggiare una minaccia che è, allo stesso tempo, latente ed evidente.
Fino ad arrivare al magnifico finale, emblematico e acme della tensione, finalmente liberata.
Ewan McGregor è eccellente nel rendere minimale e scarno il suo personaggio, coadiuvato da un cast che definire di contorno è quasi offensivo: Pierce Brosnan (che per me è il peggior 007 di tutti i tempi, beninteso) è abilissimo nel raffigurare l'ambiguità insita in ogni politico, Tom Wilkinson fa una piccola comparsa, ma sufficiente a rappresentare il Mefistofele di turno, e sono splendide, seppur per motivi diversi, Olivia Williams e la sempre strafiga Kim Cattrall.
Forse uno dei più bei thriller degli ultimi anni, attuale, teso, e magnificamente girato.
Sperando non sia l'ultimo film di Polanski...



Voto 8,5