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Senza troppi giri tortuosi o ragionamenti cervellotici, Park Chan-Wook è semplicemente uno dei migliori registi in circolazione. Probabilmente ignoto al grande pubblico, questo occhialuto coreano è uno di quei pochi film-maker per i quali non è azzardato utilizzare la dizione di 'autore', magari anche con la A maiuscola. Partendo dal primo capitolo della trilogia della vendetta e arrivando fino al vampiresco Thirst, è impossibile non notare la forza comunicativa di un regista che, disponendo in partenza di un talento visivo smisurato, ha piano piano affiancato all'aspetto estetico (sempre curatissimo) una solidità narrativa crescente e ammaliante, fatta di pugni allo stomaco e trovate quasi fiabesche, di violenza e sentimento, di grosse cadute di stile e di momenti di grandiosa eleganza formale.
In attesa di Stoker, prima opera occidentale in uscita entro il 2011, vedere (almeno) un film di Park Chan-Wook è un passaggio obbligato per ogni cinefilo che si rispetti. Poi si può decidere se amarlo o odiarlo.Mr. Vendetta: è il primo capitolo della trilogia della vendetta, dove si intrecciano le vicende di Ryu, un sordomuto che decide di vendere un rene al mercato nero, così da poter pagare le cure alla sorella malata, e Park Dong-Jin, padre alla disperata ricerca della figlia rapita. Il dolore e la rabbia viaggiano parallelamente, come costanti di una tragedia umana che sembra trovare risoluzione solo nella vendetta, mostrata nella sua integrità, a differenza degli altri eventi narrati, raccontati attraverso piccoli (ma significativi) dettagli. E' il capitolo più debole, ma non per questo un brutto film. Voto 7
Old Boy: lo troverete in una top 7 dei miei film preferiti in assoluto. Girato con uno stile iperviolento e grottesco che spesse volte rimanda al manga omonimo da cui è tratto, mostra una genialità rara nel confondere lo spettatore ribaltando continuamente la prospettiva della vendetta e di chi è il vero vendicatore del film. Aggiungeteci due attori semplicemente grandiosi nei ruoli di Oh Dae-Su e Lee Woo-Jin e otterrete niente di più e niente di meno che uno dei più bei film degli anni zero e, a parere di chi scrive, un capolavoro assoluto. Voto 9
Three Extremes (episodio Cut): sempre incentrato sulla vendetta, questo mediometraggio inserito in Three Extremes (film consigliatissimo anche per gli altri 2 episodi, di Fruit Chan e di Takashi Miike), introduce un elemento di critica sociale, inedito finora per il regista, sia pure con risultati eccellenti. Quello che più risalta agli occhi è la sempre maggiore raffinatezza ed attenzione al dettaglio estetico. Park Chan-Wook, ormai, ha fatto dell'eleganza formale un mezzo espressivo funzionale alla narrazione, e non mero abbellimento dell'opera. Voto 7
Lady Vendetta: idem come sopra, fin dai preziosi titoli di testa, l'ultimo capitolo della trilogia della vendetta mostra di essere il più elegante e il più ricercato, stilisticamente parlando. Per chiudere il cerchio, una protagonista femminile: Geum-Ja, condannata a 13 anni di carcere per aver rapito ed ucciso un bambino, ci viene mostrata come una donna dolce e disponibile, capace di conquistare l'affetto e la simpatia di tutte le compagne di carcere. In realtà, dietro quella maschera di candore e bontà, si nasconde un preciso e fortissimo desiderio di vendetta nei confronti del vero autore del crimine per cui è stata condannata. Rispetto al passato, la furia della vendetta trova un argine nella dimensione affettiva, il sangue (sempre presente) scorre in misura minore che in passato, e l'elaborazione del sentimento di rivalsa perde la sua natura istintiva, subendo un'azione di freno e di sublimazione negli affetti verso chi abbiamo di più caro al mondo. Voto 8
I'm A Cyborg But That's Ok: chiuso il capitolo vendetta, il regista coreano cambia completamente registro con una favola ambientata in un ospedale psichiatrico; è qui che viene ricoverata la giovane Young-Goon, quando, dopo aver appreso dalla nonna di essere un cyborg, decide di conficcarsi dei cavi elettrici nei polsi per ricaricarsi. L'arrivo della ragazza nell'ospedale porterà la conoscenza di altri personaggi stranissimi e l'ovvio stravolgimento di quel piccolo mondo che è un ricovero psichiatrico. Questa volta, Park Chan-Wook incanala il suo talento visivo per raccontare una tenera e romantica poesia, abbandonando la violenza e la rabbia del passato, in favore del candore e dell'ingenuità della protagonista e del giovane sociopatico Il-Sun. Il risultato è un film fuori dai canoni, ma difficile da non amare. Voto 7,5
Thirst: con la consueta classe, stavolta si parla di vampiri; e, nonostante sia un tema di gran moda oggi, Park Chan-Wook riesce ad essere originale, nel raccontare la lenta, progressiva e inesorabile trasformazione di un prete cattolico nel più classico dei succhiasangue. L'elemento nuovo però, è rappresentato dalla parallela storia d'amore intrecciata con una tanto giovane quanto sensuale ragazza. L'ambientazione orrorifica si incastra perfettamente con l'aspetto romantico, arrivando a sovrapporsi quando anche Tae-Ju diventa vampira. Da lì inizia un'escalation di violenza con Sang-Hyun sempre intento a frenare la sete della compagna, fino all'inevitabile risoluzione del conflitto. Probabilmente alcune lungaggini ne appesantiscono la visione, ma resta un (ennesimo) ottimo lavoro. Voto 7+
Con la stessa formula usata per Hobo With A Shotgun e Machete, e con l'approssimarsi di maggio 2012 e dell'uscita di Avengers, vediamo come sta procedendo il lento processo di avvicinamento al film di Joss Whedon.
Una precisazione: ho visto sia Thor che Captain America in 2D, ma, un po' ovunque, ho letto (specie per il secondo) di una sostanziale ininfluenza del 3D nel giudizio della pellicola.
Detto questo, partiamo col dio norreno.
Bello, bravo, bis.
Il film di Kenneth Branagh è uno dei migliori cinecomics degli ultimi anni (e quindi di sempre, visto che come genere è abbastanza recente), in barba a Iron Man 1 e 2 (scusa, Robert, non è colpa tua, ma di quel pippone di Jon Favreau) a Spider-Man 3 e ad altri illustri predecessori. Quello che sulla carta sembrava il personaggio più problematico da trasporre su celluloide si rivela un successo su (quasi) tutti i fronti.
L'intuizione più geniale è sicuramente la realizzazione di Asgard, molto devota alle illustrazioni di Re Kirby: chi ha giocato ad almeno un Final Fantasy avrà qualche deja-vu durante la visione, ma le scene ambientate nel palazzo di Odino (Anthony Hopkins piacione) sono a dir poco mozzafiato, così come efficace e intelligente è la scelta di un pantheon norreno multietnico, a partire da un Heimdall nero (Idris Elba rulez!) per passare a un Hogun asiatico (Tadanobu Asano, invecchiatissimo rispetto ai tempi di Ichi The Killer e Zatoichi).
La storia orchestrata da J.M. Straczynski è tanto lineare quanto solida e coerente, permettendo a Branagh di lavorare di fino nel modellare la psicologia dei 2 protagonisti del film: Thor e Loki.
A dispetto di quanto temuto, ho trovato Chris Hemsworth perfetto nella parte del dio del tuono: modellato fisicamente sulle sembianze della versione Ultimate, per quanto a volte abbia l'espressività di un leghista durante un comizio di Bossi (ma quella è una colpa imputabile alla Natura, mi sa), riesce ad essere sfrontato e arrogante quanto serve per portare a casa la pagnotta.
E poi, cazzo, è veramente una montagna.
Il Loki di Tom Hiddleston è la cosa migliore del film. L'attore inglese ha fatto bene i compiti a casa, e dona uno spessore ed una tridimensionalità fondamentali per la caratterizzazione del villain (che nei cinefumetti determina un buon 70% di riuscita del lavoro): il dualismo con il fratellastro è fatto di lacrime, bugie, tradimenti e mosse subdole, con i classici piani arzigogolati del Dio dell'Inganno, vincolati però, non tanto ad una banale sete di potere, quanto ad una necessità di attenzione e affetto (e Hiddleston è bravo a non farlo scivolare nel patetico).
Il resto del cast viaggia col pilota automatico e regala al pubblico quello che ormai si attende puntualmente in ogni pellicola di questo tipo: interesse amoroso con gusto per la battutina (Natalie Portman in ferie post-Cigno Nero), vecchio professore secchione e paterno (Skarsgard sr., per la prima volta in vita sua, quasi simpatico), e spalla comica rompipalle che ogni 2-3 fa riferimenti a Facebook, I-pod, Twitter e Google (tale Kat Dennings, totalmente scognita per me, fino ad ora).
C'è pure il tempo per una comparsata di Jeremy Renner-Occhio Di Falco, dello stesso Straczyinski e per l'immancabile cammeo di Stan Lee, più le citazioni disseminate per i fan del fumetto.
Difetti? Non me ne vengono in mente; forse potevano scegliere una più figa per interpretare Lady Sif, ma va bene uguale.
Branagh le azzecca tutte, dosando i momenti ironici senza scadere nel demenziale e dirigendo con maestria le spettacolari scene di combattimento.
Difficile chiedere di più, a fine titoli di coda (e classica scena nascosta) si è gasati e soddisfatti.
Voto 7,5
Il poster che vedete qui sopra è un fan-made.
Ma rimane la cosa migliore del film sul Primo Vendicatore.
Sì, perchè, a conti fatti, tutti quelli (mi ci metto anch'io) che avevano inarcato il sopracciglio alla notizia di Joe Johnston come regista della pellicola avevano ragione da vendere.
Si può sorvolare sul fatto che Cap sia interpretato dallo stesso attore che fa la Torcia Umana, perchè Chris Evans (che a me fa strasimpatia, intendiamoci) ha sì il fisico giusto, ma non il carisma e la presenza scenica necessari per trasmettere quell'aura di leggenda che normalmente accompagna Steve Rogers.
Non si può sorvolare sul fatto che una storia (peraltro con la quantità spropositata di fumetti a disposizione) ambientata nel 1945 non faccia un briciolo di riferimento alla Seconda Guerra Mondiale; poteva essere l'occasione per fare un filmone di guerra, come non se ne vedono da anni, e invece Johnston separa totalmente l'Hydra, il Teschio Rosso e tutto il contesto dal conflitto mondiale.
Maiodicobboh.
Si può accettare (e anzi è forse la parte più carina del film) un Capitan America versione mascotte-attrazione da circo, essendo l'unico momento della pellicola in cui viene resa un filino meglio l'ambientazione anni '40.
Non si può accettare (e qui la colpa è del doppiaggio italiano) di mantenere, con risultati ridicoli, la dizione di "Captain", quando, OVUNQUE (cartoni animati, fumetti, videogiochi etc.), il nome del personaggio è sempre stato italianizzato.
Ma al di là di puntigliosità e di scelte stilistiche più o meno discutibili, tutto sa di già visto fin dalla prima inquadratura e la pellicola, anche agli occhi di chi non ha mai letto una vignetta di Cap, scorre prevedibile come una puntata di Don Matteo o dei Cesaroni, e non bastano le citazioni e le strizzate d'occhio ai nerd fumettofili o Hugo Weaving-The Mask a salvare la situazione, purtroppo.
Insomma, l'impressione è che, più degli altri cinecomics Marvel, Captain America, nella sua mediocre linearità, sia stato pensato come lunga introduzione al film sui Vendicatori (trailer post-titoli di coda da bava alla bocca perenne).
Prendere o lasciare.
Voto 5
Sono già pentito di essermi autoimposto 7 opzioni anzichè le canoniche 10; è stata durissima ma, anche in questo caso, hanno prevalso pelledoca, brividi e occhi lucidi.
7- Bloc Party - So Here We Are
6- Neil Young - Like A Hurricane
5- Radiohead - Fake Plastic Trees
4- Joy Division - Atmosphere
3- Franco Battiato - L'Animale
2- Death Cab For Cutie - Transatlanticism/Passenger Seat
1- Pink Floyd - Us And Them
Ho barato, lo so.
Prossima Puntata: SetteDylanDog
Voi non ci crederete, ma il tenerone a destra della foto che abbraccia e sbaciucchia quell'idolo di Ryan Gosling (in un post futuro, espliciterò la portata di quest'affermazione) è semplicemente uno dei registi più violenti, intriganti e promettenti del panorama cinematografico contemporaneo.
In attesa di vedere quel Drive che all'ultimo festival di Cannes ha fatto sbavare un po' tutti, vi consiglio di tenere d'occhio questo coccoloso autore danese, perchè già la sua filmografia attuale mostra parecchi spunti validi, coniugati ad uno stile personalissimo e accattivante, nonostante siano evidenti le influenze tarantiniane e lynchane.
In attesa di progetti futuri come Only God Forgives e Logan's Run (sempre con Gosling protagonista), più un discorso in sospeso per un'eventuale pellicola su Wonder Woman, chi volesse approfondirne la conoscenza può buttarsi su questi film.
Pusher - L'inizio: è il primo capitolo di una trilogia criminale ambientata a Copenaghen. Macchina da presa in spalla, ritmo ipercinetico, violenza e una martellante colonna sonora che spazia dalla techno fino al punk e all'hard rock sono gli elementi di una cifra stilistica che qui viene presentata nella sua forma più grezza, per poi affinarsi nei capitoli successivi. Questo primo episodio ci porta a seguire le vicissitudini di Frank, piccolo spacciatore deciso ad alzare la cresta e racimolare qualche soldo ai danni del suo boss (Milo, protagonista del terzo film). In un susseguirsi di eventi avversi e voltafaccia, Refn mette al centro della storia un protagonista freddo e distaccato, inerte sul piano affettivo (emblematico l'incontro con la madre) ma risoluto nelle sue azioni, nonostante la sempre viva consapevolezza di vivere ed operare in un mondo sbagliato, ma che resta comunque l'unico mondo in cui sarebbe capace di vivere. Voto 7
Pusher II - Sangue Sulle Mie Mani: appena uscito di prigione, Tonny (amico di Frank, visto nel film precedente), è ansioso di mettersi a lavoro per il padre, un boss dedito allo spaccio di droga e al traffico di auto rubate, così da recuperarne la stima e, magari, una parvenza di affetto. Peccato che ogni tentativo risulti così fallimentare da trasformare l'iniziale sconforto in un vero e proprio disprezzo. Parallelamente, Tonny si trova a fronteggiare in prima persona una paternità, tanto inattesa quanto salvifica, sebbene il bambino sia frutto di un rapporto occasionale con una sbandata mangiasoldi. E' forse il capitolo migliore della trilogia, per la maggiore levigatezza stilistica e per una sceneggiatura più raffinata nel sovrapporre (in modo mai banale) ad una semplice crime story tematiche più "alte" come il rapporto padre-figlio, il concetto di virilità (nel senso malavitoso del termine), sullo sfondo di una ineluttabilità del destino che è il vero leitmotiv dei 3 film: non si può cambiare la propria natura, al massimo la si può accettare e conviverci. Voto 8
Pusher III - L'Angelo Della Morte: il diabolico Milo del primo episodio, circa 10 anni dopo, è un ricordo appassito sotto i chili di troppo e la dipendenza da cocaina. Il tempo passa, il mercato cambia e il vecchio boss serbo, impegnato anche in una terapia di riabilitazione, deve stringere malvolentieri nuovi contatti se vuole sopravvivere nel giro. Qui, più che altrove, emerge la contraddizione intrinseca al mondo criminale dove la spinta a voler essere fautori del proprio destino viene soffocata dall'inevitabile sottomissione al boss più in alto. Milo è un fantasma, che prima reagisce con rabbia e poi comprende ed accetta la vita che si è scelto. In questo senso, il recupero del personaggio di Radovan è un'ulteriore testimonianza di quanto detto prima: si può cambiare pelle, assumendo una parvenza di onestà, ma non Natura. Voto 7,5
Bronson: ovvero il biopic secondo Refn. Michael Gordon Peterson ha una grande passione per Charles Bronson ma è anche uno dei criminali più violenti e folli della storia di Inghilterra. Entrato in carcere per una condanna di 7 anni, dopo una rapina ad un ufficio postale, attualmente risiede ancora in prigione, a seguito di una condotta fatta di omicidi, risse e pestaggi ripetuti. Il regista danese usa l'elemento biografico come pretesto per la messa in scena di un grottesco spettacolo sulla natura animalesca del personaggio. Come ci spiega un fenomenale Tom Hardy (un'interpretazione che promette più che bene, alla luce dei molti punti in comune con il Bane del terzo capitolo nolaniano di Batman), Peterson è sostanzialmente incapace di discernere il bene dal male, in quanto poggia l'intero suo vissuto su un principio tanto semplice quanto limitante: azione-reazione. Picchiare un uomo o un animale sono solo sfumature, viste con gli occhi di un uomo la cui unica necessità è quella di sfogare istinti che non è azzardato definire primordiali. Pertanto, l'unica rappresentazione possibile non può essere che grottesca. Voto 8-
Valhalla Rising: l'opera più ambiziosa e difficile. I dialoghi si rarefano, per dare spazio alla natura, mentre One-Eye, guerriero muto e spietato, segue l'odissea di un gruppo di vichinghi verso una terra a metà tra il Paradiso e l'Inferno. E' il film meno convenzionale del regista danese e quello che, più degli altri, ne mette in mostra il talento; su tutte, la traversata dell'oceano, in un mare rosso sangue, è senza dubbio la scena di cui è più difficile negare la bellezza, anche solo da un punto di vista stilistico. Perchè, se concettualmente il film può essere attaccabile sotto diversi aspetti (ma, ripeto, a me è piaciuto), è innegabile che almeno visivamente sia un vero e proprio gioiello. Resta da capire se sotto la patina (bella spessa) di un talento visivo non indifferente, ci sia spazio per dei contenuti quantomeno all'altezza. Aspettiamo Drive e i film a seguire per un giudizio definitivo ma, a mio parere, c'è di che essere fiduciosi. Voto 8
Il concerto di Battiato (splendido, prima o poi ci scriverò qualcosa su) è ormai alle spalle e non mi pare siano uscite cose grosse in ambito musicale, in questo assolato e rilassante agosto.
Quindi, direi che è il momento ideale per mettere in pausa i 'Dischi del Mese' e introdurre qualcosa di nuovo.
Che poi, in realtà, le top ten (in questo caso 7, non c'è un motivo valido sul perchè siano 7 e non 10..) sono una novità nei blog come lo sono i climatizzatori nelle macchine.
Ma una volta tanto, ci può stare vestire i panni del conformista.
E cominciamo dai dischi, và.
Però, intendiamoci subito, tutte le top 7 che seguiranno non vogliono essere scale di valutazione assolute: non sempre inserirò le cose che ritengo oggettivamente più belle, ma semplicemente ciò che più mi ha fatto vibrare le corde dell'anima, se mi passate l'espressione poetica.
Detto questo, se mai naufragassi in un'isola deserta, con botole sotterranee, mostri di fumo e periodici rifornimenti alimentari che piovono dal cielo, gradirei poter mettere sul giradischi questi 7 vinili, perchè di ascoltare Geronimo Jackson o Petula Clark ne avrei le palle piene già al secondo giorno di naufragio.
7- Bloc Party - Silent Alarm
6- Velvet Underground & Nico - S/T
5- Pink Floyd - The Dark Side Of The Moon
4- Bob Dylan - Highway 61 Revisited
3- The Clash - London Calling
2- Radiohead - OK Computer
1- Death Cab For Cutie - Transatlanticism
Senza dilungarmi troppo in spiegazioni/giustificazioni inutili, mancano molti gruppi che adoro (Rolling Stones, Police, Simon & Garfunkel, ma anche Sex Pistols, Nirvana, Beatles, Joy Division e sono solo i primi che mi vengono in mente..); mi sono basato sul valore affettivo/emotivo che ognuno di questi dischi porta con sè, essendo ciascuno legato a momenti diversi e "necessità" diverse (in termini di adeguati sottofondi musicali a determinati stati d'animo). Amo ognuno di questi dischi dalla prima all'ultima nota, dalla prima all'ultima traccia, fino a quando sopraggiunge il silenzio e la voglia di ascoltarlo daccapo è rimasta inalterata.
Forse stupirà la prima posizione di un gruppo scognito ai più, in mezzo a tanti mostri sacri, ma Transatlanticism (tutto il disco, non solo la favolosa canzone) è quanto di più vicino alla rappresentazione in musica del mio concetto di amore: malinconico, candido e sognatore, ma anche ruvido, caustico e fisico, allo stesso tempo.
Semplicemente perfetto.
Almeno per le mie corde.
Prossima puntata: SetteCanzoni.
Un po' ovunque il povero Green Lantern è stato massacrato. Su Rotten Tomatoes arriva al 30% scarso, idem su Metacritic, dove i critici americani non ci sono andati leggeri, e gli italiani, per non essere da meno, si sono adeguati al trend stelle e strisce.
A me sembra, sinceramente, che questo film non sia molto diverso dal tanto osannato Iron Man (1 e 2): certo, c'è una sostanziale ed evidente differenza tra Robert Downey Jr. e Ryan Reynolds (che qualche espressione in più potrebbe degnarsi di impararla tra una session in palestra e uno sbiancamento dei denti); eppure, tanto lineari e fracassoni sono i due capitoli dedicati alla saga di Tony Stark esattamente come lineare e fracassone è questo Green Lantern.
Oltretutto, se è vero che Iron Man ha il suo punto di forza nell'attore, Lanterna Verde schiera dalla sua un regista vero (non un anonimo mestierante come Jon Favreau), e Martin Campbell fa il suo onesto e divertente lavoro confezionando un film, ok, prevedibile, ma godibile e scorrevole (per quanto qualche volta aleggi la sensazione di una certa fretta in cabina di montaggio), riducendo a 5 minuti scarsi le classiche (per non dire inevitabili) menate su "grandi poteri, grandi responsabilità e bla bla bla".
Il resto del cast non è malaccio con una Blake Lively vivace (e gnocca) nel ruolo del classico interesse amoroso dell'eroe (tra l'altro, sono gli unici momenti in cui Reynolds ha una parvenza di espressività...grazie figapower), un discreto Peter Sarsgard nei panni dello sfigato villain terrestre, un Mark Strong che ormai anche quando è buono sembra cattivo, e un Tim Robbins, per l'occasione, col pilota automatico.
Le tanto temute scene in CGI nel pianeta Oa sono meno peggio di quanto il trailer facesse presagire, anche se rimane comunque difficile entrare in empatia con personaggi palesemente "cartoon" come Kilowog, Tomar-Re e lo stesso villain, Parallax.
In definitiva, dura poco, non chiede molto, ha un paio di momenti divertenti e fa passare la serata.
Mica tutti i cinecomics possono essere come Il Cavaliere Oscuro, Watchmen o V Per Vendetta.
Voto 6-
E veniamo alle osservazioni meramente turistiche.
Per comodità (e per una buona dose di pigrizia mentale alle soglie del Ferragosto) semplifichiamo così.
COSA HO AMATO:
- i musei, in tutto e per tutto. Dal fatto che quelli fondamentali sono gratis (e National History Museum e British sono tappe obbligatorie, senza se e senza ma) , al fatto che, pur a fronte di un introito economico apparentemente minore, sono tenuti 100 volte meglio dei carissimi musei italiani (citofonare Bondi-Galan, please). Oltretutto il messaggio di promozione culturale che passa è di una potenza non indifferente
-la disponibilità, la calma, l'aplomb, lo stile di un popolo che riesce ad essere fiero delle proprie origini, tradizioni e radici (perchè le parate giornaliere del cambio della guardia vengono seguite dagli stessi inglesi come se fosse la prima volta), senza per questo scadere in uno pseudonazionalismo snob. Probabilmente, sono gli unici ad aver capito che il concetto di razza è obsoleto da almeno 20 anni (per me non ha mai avuto alcun valore, ma vabbè) e che la vera forza di una nazione è la multiculturalità e l'integrazione sociale.
-i parchi e tutto il microcosmo che rappresentano, oasi di pace in un contesto che, inevitabilmente, non può che essere caotico (Londra è la città più grande d'Europa)
-il wi-fi libero OVUNQUE. Come detto sopra, altra civiltà.
-il fattore F: mi limito a citare un barista italiano beccato casualmente in un locale: "Sono qui da 4 giorni e mi sono innamorato almeno 20 volte! Come devo fare!?" Non vado da molto tempo in Spagna, ma, in Inghilterra, credo di poter affermare, con un minimo margine di errore, di aver visto le ragazze più belle d'Europa: eleganti, sensuali (e quasi mai volgari) e raffinate. Finora il top.
-Soho e Piccadilly Circus: semplicemente la zona più bella della città, con i suoi mille teatri, le stradine piene di negozietti e quell'aria da Swinging London che è ancora possibile respirare. Se siete avidi consumatori di musica, consiglio Berwick Street, sempre a Soho; troverete in rapida successione una serie di music shop fornitissimi ed a prezzi convenientissimi, sia per vinili che per cd (ovviamente, io ho prontamente provveduto a saccheggiarli).
-la metropolitana. Ma questo vale solo se siete anche voi grandi fan delle atmosfere urbane.
-il cibo. Non credete a chi dice che a Londra si mangia male. Entrate in un pub, uno qualsiasi, e ne uscirete sazi e contenti, e perdipiù dopo aver pagato una cifra onesta. Non vi infognate nelle ricerche di ristoranti italiani (che su 10 che ne incontrate, al massimo solo 2 lo sono realmente) e non vi azzardate a provare vietnamiti, indiani, cinesi e quant'altro: ne uscireste con il portafogli più leggero e lo stomaco più pesante.
-la vita notturna. Inutile dire che vengono accontentati tutti i gusti e che le possibilità sono pressochè infinite.
COSA HO ODIATO:
-Harrod's e dintorni. Come detto nel post precedente, rappresentano l'opulenza e lo spreco portati all'eccesso. E' una sorta di paese dei balocchi più volgare e meno divertente, ma che va visto, se non altro per saperne parlare.
-le distanze iperboliche; ma basta armarsi di buona pazienza e buone gambe, per quello.
-Oxford Street, che è la classica zona turistica senza nè arte nè parte, uguale in qualsiasi città, piena dei soliti negozi che trovi ovunque.
-il culto che aleggia intorno a William e Kate (a Buckingham Palace, nella sala più grande, oltre all'abito è esposta la torta nuziale, tenuta in una apposita cella frigorifera...)
-il clima ballerino, per quanto, in 10 giorni, abbia beccato una sola giornata di piena pioggia. Anzi mi è andata bene
-le rotture di palle della Ryanair sull'annosa questione del bagaglio a mano.
-tornare a casa.
STRANEZZE VARIE:
- Tiziano Crudeli (per chi non lo conoscesse, un telecronista tifoso del Milan che farebbe sembrare Carlo Pellegatti un commentatore equilibrato), non si sa come nè perchè, è il principale testimonial di una delle più note agenzie di scommesse inglesi. Se non ci credete, andate su Ladbrokes.com e guardate chi è lo scemo con le cuffie che campeggia sulla pagina principale.
-a Westminster Abbey, ogni 30 minuti, un prete sale sul pulpito e recita una preghiera di 60 secondi, durante la quale, tutta la Chiesa deve osservare un rigoroso silenzio (persino gli impiegati alla biglietteria smettono di darti corda).
-al Tate Modern, troverete l'opera di Umberto Boccioni "Forme uniche della continuità nello spazio", il retro dei nostri 20 centesimi, per chi si fosse mai chiesto cosa fosse.
-ho finalmente collaudato Kentucky Fried Chicken e non ne sono andato pazzo. Considerata la mia passione per il pollo, entra a pieno titolo nella categoria 'stranezze'.
Non mi viene in mente altro. Concerto di Battiato stasera, passo e chiudo.
E si ritorna a Palermo, alla fine.
Il viaggio che sognavo da almeno 8 anni non ha deluso le aspettative (una volta tanto) e Londra balza in vetta alla classifica delle mie città ideali, scalzando Berlino e Parigi, in attesa di visitare Stati Uniti, Australia, Giappone e Islanda, nelle estati a venire.
Prima di dare libero sfogo alle mie impressioni di turista-visitatore (nella parte 2), due parole sulle rivolte degli ultimi giorni (che fortunatamente non ho avuto modo di vivere in prima persona, essendo ripartito subito dopo la prima notte di scontri a Tottenham).
Cominciamo dall'aereo, per darvi un'idea.
E' il 30 luglio e sono seduto sul primo posto che mi ispira simpatia e comodità del volo Ryanair delle 12.20 in partenza da Palermo, e nei 4 posti contigui al mio siede una perfetta, tipica, famiglia inglese. Dopo il decollo e il raggiungimento della quota di traversata, è possibile utilizzare gli apparecchi elettronici (il mio divertissement di volo è American Gods di Neil Gaiman, per inciso) e il più piccolo membro della famiglia di cui sopra alterna in poco più di mezz'ora un Nintendo 3DS, un IPad-2 ed un I-Phone.
E badate bene, non parlo dei gadget tecnologici del padre, del fratello maggiore o della madre, no. Sono tutti suoi, e i restanti membri della famiglia non sono da meno tra Kindle, I-Pod e tablet vari.
Ora, se è vero che i primi scontri sono scoppiati in risposta ad un (pare) omicidio spicciolo di un contestatore da parte delle forze dell'ordine (sto semplificando, eh; lungi da me sparare giudizi random), è anche vero che da lì in poi, ad attirare principalmente l'attenzione di opinione pubblica e media sia stato l'assalto ai negozi e ai grandi magazzini presi d'assedio e dati alle fiamme in piena anarchia.
Non a caso, le immagini più impressionanti mostrano tutte come la caccia al bene di consumo (che non è mai bene primario, ma oggetto ludico o ornamentale) non abbia limiti o freni di alcun tipo: il ragazzo colpito alla testa e letteralmente saccheggiato è difficile da dimenticare.
D'altro canto, io da Harrods ci sono entrato. E ne sono uscito con una forte sensazione di nausea per quanto fastidiosamente opulento, pacchiano e di cattivo gusto l'abbia trovato.
E il limitrofo Harvey Nichols non pensate che sia da meno. (una t-shirt 155 sterline)
Non bisogna essere chissà quanto sgamati per capire che se per le vie del centro non c'è neanche uno zingaro a chiederti gli spiccioli, non significa che a Londra stiano tutti bene e possano permettersi di sganciare quasi 200 sterline per una maglietta.
Ciò non toglie che la si possa desiderare.
Così come l'I-Phone, la borsa Vuitton, le scarpe Gucci, la Ferrari, la Lamborghini e quant'altro.
Il morto del primo giorno, in sostanza, è stato un pretesto per rendere cosciente e furiosamente manifesto un inconscio desiderio di possesso e di lusso, a fronte di una disuguaglianza sociale spaventosa.
Non serve andare a Londra, per capirlo; basta scendere in centro a Palermo e vedere l'ultimo dei posteggiatori, armato di smartphone e occhiali da almeno 100 euro, che si incazza perchè gli lasci 50 centesimi anzichè un euro.
Pubblicità idiote a parte, il lusso sta realmente passando da fattore eccezionale (e opzionale) a diritto, cui tutti vogliono/devono accedere.
A qualsiasi costo.
Partendo dal presupposto che per chi vi scrive James Gunn è un mezzo genio, Super è un'altra variazione sul tema del supereroe improvvisato che alberga in ognuno di noi, dopo il divertente Kick-Ass di Matthew Vaughn.
E se il limone non sembra essere spremuto del tutto, il merito è del regista-sceneggiatore che partorisce una commedia nera (stavolta non c'è una base fumettistica), capace di alternare con folle maestria battute di basso/bassissimo livello (e ovviamente esilaranti) a momenti più drammatici e riflessivi.
Si ride parecchio mentre il timido Frank (un ottimo Rainn Wilson) decide di indossare i panni di Crimson Bolt e riconquistare la moglie (Liv Tyler, sempre strafiga), finita nelle grinfie di un eccentrico boss della mala, interpretato da un sempre più gigione Kevin Bacon.
Armato di una sola chiave inglese e ispirandosi alle gesta dell'esilarante Holy Avenger televisivo (Nathan Fillion, sei un genio), redentore di ragazzini interessati al sadomaso e ai video su Youporn, Frank inizia la sua lotta senza quartiere e senza pietà contro criminali, spacciatori, pedofili e furbi nelle code al cinema.
Merita, inoltre, una menzione speciale la divertentissima e logorroica Ellen Page, nel ruolo di una svitata commessa in fumetteria che istruisce il protagonista per poi affiancarlo come aiutante, nei panni di Boltie.
Al netto di un cast affiatato e azzeccatissimo, Gunn si conferma un geniale bastardo per come ti conduca sul suo ottovolante fatto di umorismo slapstick e risate fragorose, per poi sferrarti un micidiale e inatteso pugno allo stomaco così forte da lasciarti senza fiato.
Non contento, chiosa il tutto con un finale splendidamente poetico, capace di insinuarsi nella testa e nel cuore.
Straconsigliato.
Voto 8