martedì 31 agosto 2010

Bastoni e Carote


"L'estate sta finendo" cantavano i Righeira e già se ne vedono i primi segni: a Palermo, oggi, è un ventoso pomeriggio di pioggia, io da bravo studentello ho ripreso i libri in mano (il prossimo passo è leggerli con un'attenzione continuativa maggiore di 10 minuti) e il campionato è ricominciato coi botti, mentre entro le 19 di stasera il calciomercato sparerà le sue ultime cartucce.
Il colpo dell'estate è indubbiamente appannaggio del Milan col ritorno di Ibrahimovic in Italia.
Ma, onestamente, non è che me ne freghi granchè di questo, se non per il fatto che non vedo l'ora di provare 'sta squadra a FIFA 11.
Volendo essere un po' più seri, invece, ultimamente mi è rimasto impresso un articolo della Gazzetta dello Sport sulla relazione calciomercato del Milan - elezioni.
E' interessante notare come ogni qualvolta Berlusconi annaspi o abbia bisogno di risvegliare l'elettorato sonnacchioso (o combattuto), Silvione cali l'asso e spuntino per magia i soldoni per gente come Rivaldo, Ronaldinho, Ibrahimovic.
Risultato: gli abbonamenti si impennano (in un giorno, +4000 con l'acquisto dello svedese), i tifosi delusi passano da "Presidente lascia!" a "Grazie Silvio!", e chi meditava di fargliela pagare non votandolo alla prossima tornata elettorale, si ravvede e mette la sua bella X sul simbolo del PDL.
Per carità, non vuole essere una generalizzazione su tutta la tifoseria rossonera, ma è indubbio che questo pensiero sfiori (o abbia sfiorato) molti milanisti in passato.
Quindi io mi chiedo: ma per cosa si vota, allora?
Per un buon governo, nell'interesse di una migliore amministrazione della cosa pubblica (so di essere un sognatore...), o perchè non ci vengano a mancare le giostre, i giochi e i gladiatori che gli imperatori romani offrivano al popolo per distrarlo dai malumori della vita reale (che pure continuavano ad esistere)?
Tralasciando il mezzuccio (e chi lo propone) "io vi compro il fuoriclasse e voi mi votate", trovo a dir poco aberrante vedere come questo sistema effettivamente dia i suoi frutti.
E' storia.
Silvio non compra nessuno, perde contro Prodi; qualche tempo dopo, prende Ronaldinho, vince le europee.
Ma del resto, c'è poco di cui stupirsi dopo la vicenda escort e veline in Parlamento; per fare politica, pare che l'unico requisito richiesto sia non saper fare politica.
Già questo ti pone in vantaggio rispetto agli altri.
A quel punto, 2 possibilità: o fai vedere (ma anche toccare) delle belle cosce o metti le banconote giuste nelle tasche giuste, perchè si sa, pecunia non olet.
Il povero coglione elettore, poi, può sempre dirsi contento perchè con l'attacco Pato-Ibra-Dinho, quest'anno non ce n'è per nessuno.
E di chi è il merito?

giovedì 26 agosto 2010

It's Still Their Job To Keep Punk Rock Elite


L'ultimo album dei NOFX che ho comprato è Wolves In Wolves' Clothing di un paio di anni fa.
Pessimo.
Da quel momento, ho deciso di metterci una pietra sopra e passare in maniera definitiva ad altro panorama musicale, salvo sporadici ascolti di quello che, vuoi o non vuoi, è il loro disco che sento più spesso, War On Errorism.

Poi a giugno circola la voce di un loro concerto a Palermo.
Prima reazione: "Se vabbè. Ma chi minchia glieli porta qua? Bufala del secolo."
Qualche giorno di voci, smentite, mezze conferme e annunci ufficiosi finquando la data 08/25/2010 Palermo-Biergarten fa capolino nel loro sito ufficiale.
Lì mi dico: "Ok, non sento un loro pezzo da almeno 2 anni, ma vengono sotto casa mia, cazzo; quasi potrei andarci a piedi se non fosse che dovrei attraversare l'autostrada. E chi se ne fotte se un paio di giorni prima suonano a Brescia e il biglietto costa 14 euro anzichè i 25 che sto sborsando."
E così ieri ero lì.
A cantare ogni singola strofa di questo pezzo della mia adolescenza sempre più lontana. Dei bei tempi in sala prove a suonare Linoleum, Bob, Stickin' In My Eye (ovviamente tutte in scaletta ieri) per poi uscire da quella stanza 3metrix2 sudato ma soddisfatto.
Gli stronzi iniziano sparatissimi con Dinosaurs Will Die mentre El Hefe si fa il giro del palco con la sua camminata da cocainomane sballato e i capelli blu di Fat Mike assecondano la testa che va avanti e indietro. Melvin è il solito urlatore schizzato col panzonello alcolico (che va via crescendo di dimensione) ed Erik Sandin (che è un colosso) picchia sulla batteria con la solita precisione e potenza. Da lì in poi è un susseguirsi di classici che hanno reso questo gruppo la punta di diamante del punk a livello mondiale.
Per fortuna, hanno ignorato quasi del tutto le recenti produzioni (segno che probabilmente neanche loro ne vanno matti), puntando sulle canzoni che tutti abbiamo cantato a squarciagola: dai 40 secondi di Murder The Government (Dio o chi per lui li abbia in gloria per averla messa in scaletta) ai ritmi reggaeton di Eat The Meek passando per The Brews, What's The Matter With Parents Today e Leave It Alone.
Nel mezzo, pause di libero sfogo del loro sfrenato umorismo caustico, con El Hefe particolarmente ferrato sull'argomento sesso (sa riprodurre la forma della vagina con la bocca, un mito) e Fat Mike che ci ha mandato a fanculo almeno 20 volte, promettendo di tornare tra 28 anni ("because I like this island...yes, I love......Sardinia!").
Non c'è stato il sold out come immaginavo (anzi, eravamo poco più di un migliaio, con almeno 900 biglietti invenduti), ma i presenti si sono fatti sentire tra pogo selvaggio, docce a base di birra e champagne (!!!) e "Fanculo bastardi!" e "Pezzi di merda" che volavano a tempesta.
Insomma, uno dei concerti più belli a cui abbia assistito, finora.
Scene che difficilmente si ripeteranno.
Del resto, l'adolescenza passa in fretta.
O magari tornano e mi fanno Champs Elysees, brutti figli di puttana.

domenica 15 agosto 2010

Ghost Town


Che bella che è la città deserta. Sceso per prendere giornale e caffè, nessuna macchina per strada, qualche vecchio mattiniero riunito a parlottare davanti al bar, le saracinesche dei negozi che più chiuse non si può, e il silenzio.
Mai così tanto silenzio a Palermo. Potere del Ferragosto. La gente scappa dalla città, la svuota, lasciandola in balia di sè stessa, quasi addormentata.
Come si evince dalla foto (ok, ho scelto il film peggiore tratto dal romanzo di Matheson, ne sono consapevole), amo questi scenari, quasi apocalittici, alla "Io sono Leggenda". Penso che la bellezza di questo tipo di panorama si trovi nel controsenso che rappresenta una città vuota: un, più o meno ordinato, insieme di palazzi, ville, grattacieli, palafitte e baracche (per gli esperti, "agglomerato urbano") finalizzato ad accogliere più gente possibile.
E' un discorso che si potrebbe applicare per tanti altri luoghi che assurgono a questa funzione: penso ai parchi di divertimento (immaginate Eurodisney vuota, con solo voi lì dentro), ai megacentri commmerciali che ormai spuntano dovunque e potrei continuare ancora; ma la città vuota è la città vuota. E' enorme, ed amplifica il tuo essere "ultimo uomo sulla Terra" (sempre per citare Matheson).
Lasciando perdere questi deliri da deprivazione di sonno e elevata alcolemia, quest'anno sono sfuggito al clichè del ferragostano falò in spiaggia (che mi ha sempre lasciato insonne, scazzato, annoiato, e in bianco, per giunta): comodamente a casa di amici è meglio, decisamente.
Non voglio pensare al fatto che tra un paio di giorni devo riprendere a studiare.
Angoscia.
Mi faccio un giro Palermo Palermo, và.




Update: in una città quasi disabitata, chi poteva interrompere il perfetto silenzio di stamane? Le scampanellate della chiesa qua vicino, ovviamente....

giovedì 12 agosto 2010

Viajar



Considerazioni varie e in ordine sparso di ritorno dal Portogallo e con gli Arcade Fire in sottofondo.
Troppe chiese in terra lusitana. Davvero, per quanto possa apprezzare la validità artistica del monumento in alcuni casi, alla quarta-quinta igreja in un giorno comincio ad avere un filo di orticaria. Aggiungeteci che prendendo il taxi appena arrivati a Lisbona, mi sono dovuto sorbire una disamina del tassista, armato di megacrocifisso pendente dallo specchietto retrovisore, sulle vere origini di Sant'Antonio ("No Padova, Sant'Antonio Lisboaaa!").
Non contento, mi sono sobbarcato anche una "piacevole" gita a Fatima dove, pur avendo provato un misto di paura e incredulità, armato di curiosità pseudopsichiatrica, ho osservato con attenzione il mega esperimento sociale che avevo di fronte: non sono credente, capisco che avere una fede è qualcosa di personale, spirituale. Intimo, in una parola. Sarà un mio difetto, ma non vedo il senso nel fare 2 km in ginocchio (con le ginocchiere, poi) perchè solo così Dio ti ascolta. MAH.
Chiusa la parentesi mistica, la lingua è forse uno dei più brutti idiomi di questo pianeta. Cacofonico, incomprensibile all'ascolto (leggendolo è quasi italiano) e con la curiosa capacità di far sembrare un pirla chiunque parli in portoghese. Anche Mourinho.
Capitolo donne: in 8 giorni non sono riuscito a capire quale sia il prototipo di donna lusitana. Riassumerei le mie osservazioni in 4 categorie: versioni aggiornate e moderne delle idole della fertilità di epoca primitiva, prototipi femminili di Graziello della Gialappa's, modelle travestite da turiste anglo-americane e Adriane Lima in erba.
In conclusione, la Spagna resta finora il top del panorama femmineo urbano.
Dal maschilismo imperante, passiamo a valutazioni più generali: Lisbona mi è piaciuta ma non troppo. Nella mia concezione di vacanza, l'obiettivo è vedere un luogo quanto più diverso dalla città in cui vivo per 350 giorni l'anno, osservarne usi, costumi, comparare ways of thinking.
Ecco, sotto quest'aspetto, Lisbona è una fotocopia di Palermo. In maniera impressionante, per alcuni aspetti. Anche come urbanistica, il centro storico non è molto diverso dai dintorni di corso Vittorio Emanuele e via Roma. Ci sono le viuzze con locali tipo i Candelai (ma senza gli aggaddi tra tamarri), c'è la versione portoghese di Mondello (Cascais, veramente bella, anche perchè è pur sempre dell'Atlantico che stiamo parlando), la "controparte" lusitana di San Martino Delle Scale (Sintra, classico centro minuscolo che fa impazzire i turisti ma che mi ha lasciato freddino), e l'indolenza dei lisboniani-lisbonesi-lisbonici non è molto diversa da quella che contraddistingue noi palermitani.

Il bambino che è in me ha amato alla follia lo zoo e l'acquario, ovviamente. E non menatemela col principio del vero amante degli animali che li vuole liberi. Sì, ok, avete ragione, ma io per vedere una creatura così non ci penserei due volte a violentare le mie convinzione animaliste.
Poi torno in Italia, leggo (e godo) della guerra Berlusconi-Fini, cerco di essere ottimista con la nuova Nazionale di Cassano e Balotelli, e assaporo la sconfinata libertà di una casa interamente a propria disposizione.
A proposito, ora di pranzo. Mi tocca cucinare.
Sono l'uomo di casa.
Adieu.

venerdì 30 luglio 2010

Saudaçoes



Mentre forse è la volta buona che il governo Berlusconi cada una volta per tutte, io mi faccio assalire dalla solita ingiustificata tristezza pre-viaggio. Domani a quest'ora, sarò a Lisbona a cercare di capire cosa si prova a vedere e toccare l'oceano Atlantico.
Nove giorni.
Più che sufficienti per vedere tutto e non tornarci più.
E' strano, ho sempre utilizzato la vacanza più come "pensatoio" che come diversivo (certo, mi diverto anche eh); in fondo, è con l'estate che si chiude un anno di studio, o di lavoro (o entrambi) e si stacca la spina. Capodanno non conta un cazzo, è solo un lunedì che diventa martedì o un giovedì che diventa venerdì e se non lo festeggi sei fuori dalla realtà.
Io odio Capodanno.
Invece, ogni viaggio per me è stato un'occasione per fare una sorta di bilancio, capire cosa correggere e cosa lasciare inalterato, sfruttando questo momento di alienazione come l'astronauta che capisce com'è veramente fatto il mondo solo quando esce dalla sua atmosfera, e si perde a contemplarne la bellezza.
Chissà, forse è arrivato il momento di rendersi conto che nell'interazione con l'altro sesso c'è qualcosa in più del mero aspetto ludico della conquista.
La teoria c'è. E' la pratica che difetta.
Buona estate, qualunque cosa rappresenti per voi.

martedì 27 luglio 2010

Revisioni: Poliziottesco


Che figo che era Maurizio Merli, ragazzi.
Leggendo la biografia su Wikipedia, non ho potuto fare a meno di provare un moto di empatia per un attore, baciato dalla fortuna più che dal talento, simbolo di un genere così tanto massacrato dai parrucconi della critica cinematografica di quel periodo, ma allo stesso tempo adorato dalla gente che andava al cinema, pagandolo, il biglietto.
Ma la fortuna, si sa, seduce e ammalia con la stessa rapidità con cui ti volta le spalle, lasciandoti a mani vuote senza neanche darti il tempo di accorgertene: cercate su Youtube un'intervista con Corrado dove, sostanzialmente, prega gli ascoltatori di andarlo a vedere a teatro e contemporaneamente si offre a un regista ospite in studio con lui.
E pur se stiamo parlando di un uomo che allora andava abbondantemente verso i 50 anni, non ho potuto fare a meno di provare una grande tenerezza per Maurizio Merli, vedendo quel video; per l'enorme dignità che riesce a mostrare un attore consapevole di essere stato ormai superato, di avere fatto il suo tempo. Una compostezza che oggi non ha nemmeno l'ultimo reduce dal Grande Fratello che, esaurito il suo credito con la sorte, non riesce a trovare un ingaggio per una serata in discoteca e capisce che andare da Barbara D'Urso a spiattellare i suoi cazzi è l'unico modo per raggranellare qualche spicciolo.

Chiusa la digressione (e sono consapevole di non avere speso neanche una parola sulla grandezza di Tomas Milian), 2 parole sui film poliziotteschi che ho visto in questo periodo.

Milano Odia: La Polizia Non Può Sparare : inizio da questo per rendere ciò che è dovuto a Tomas Milian, vero protagonista di questa pellicola che, a differenza delle altre sotto citate, concentra le sue attenzioni sul personaggio negativo piuttosto che sul poliziotto (Henry Silva, ispettore senza infamia e senza lode).
Il tossico e instabile Giulio Sacchi, interpretato dall'attore nato a L'Avana, è convincente nella sua selvaggia violenza (tra tutti quelli che ho visto, è sicuramente il più sanguinolento), nell'anarchica istintività che lo fa sembrare vittorioso nel confronto con lo stato, salvo poi finire in rovina. (emblematico il finale tra i rifiuti) Voto 7


Milano Calibro 9 : più che un poliziottesco è una gangster story che si inserisce nel filone di moda in quel periodo. Relativamente appassionante, ha un difetto fondamentale: Gastone Moschin nel ruolo del bandito, per quanto comunque sia bravo, risulta troppo poco credibile, così come Mario Adorf versione bruto faccendiere del boss. Per fortuna che a migliorare la situazione c'è una lap dance da paura di Barbara Bouchet (alla quale si è dichiaratamente ispirato Robert Rodriguez per i titoli di testa di Planet Terror) Voto 6,5

Il Cinico, L'Infame, Il Violento : l'omaggio a Sergio Leone è evidente, ma dello spaghetti western viene mantenuta soltanto la resa dei conti fra le 3 star del genere: Milian bullo di periferia, John Saxon gangster elegantone (ingegnosa la tortura-golf) e il solito incorruttibile Merli. Divertente, ma non il migliore. Voto 7

Milano Trema: La Polizia Vuole Giustizia : il peggiore. Per tanti motivi. In primis, non c'è Merli. In secundis, non c'è Tomas Milian. E poi c'è Luc Merenda. Lui sì che è una schiappa a recitare: assolutamente fuori ruolo come commissario (oltre che realmente inespressivo), leggermente meglio come infiltrato versione pappone; la vicenda è troppo poco verosimile per essere presa sul serio, ed è insopportabile sentire il protagonista parlare in milanese. Stretto, in alcuni casi. Potete evitarlo, se vi interessa approfondire il genere. Voto 5

Italia A Mano Armata : il migliore. IL poliziottesco, senza cazzi. Basterebbe la colonna sonora di Franco Micalizzi a consigliarne la visione; se non dovesse bastarvi, aggiungete gli inseguimenti spettacolari, il finale grandioso, la 124 Sport del commissario Betti, gli abiti color panna e la collanina che esce dalla camicia aperta. Pietra miliare. Voto 8,5

Roma A Mano Armata : bello. Ma è penalizzato dal fatto che l'ho visto subito dopo il film di cui sopra. Tomas Milian solito istrione e capace di rendere odioso anche un gobbo, e Merli che aggiunge al prototipo del poliziotto incorruttibile una venatura di ossessività (il rapporto con la fidanzata sottomesso al desiderio di giustizia , preferibilmente violenta). Micalizzi fa un buon lavoro con le musiche ma non eguaglia Italia A Mano Armata. Voto 7,5

Insomma, è un genere che ha dato tanto al cinema italiano, oggi intrappolato in una specie di bipolarismo commedie-drammoni, citato da fior di registi e cui varrebbe la pena di dare un'occhiata anche solo per saperne parlare.
Magari anche facendosi due risate, senza prenderlo troppo sul serio.
Ho letto, spesso, che uno dei motivi per cui il genere era poco apprezzato, ai tempi, era l'"odore" di fascismo che aleggiava in questa sete di giustizia a tutti i costi.
Personalmente, mi sembrano delle seghe mentali con tanto di eiaculazione esagerata.
Che poi, a sentire che destra e giustizialismo stanno a braccetto, oggi ci faremmo una risata.
E bella grossa, anche.
Cazzo, il cinema è anche catarsi.

lunedì 26 luglio 2010

Danny Trejo è DIO



Voglio questo film.

Ora.


martedì 20 luglio 2010

Popcorn: Broken Flowers






E' difficile essere obiettivi quando si parla di un film con Bill Murray.
Sul serio, per me che nei primi anni '90 ero un pischello quando lui sfornava successi a ripetizione, quest'uomo è un automatico rimando alla mia infanzia, a quando ridevo alle battute di Peter Venkman in Ghostbusters capendone meno della metà (è merito suo se ho scoperto che la parola "spazzola" può indicare ben altro che uno strumento per pettinarsi); e ancora oggi, ogni Natale, spero in una riproposizione in tv di SOS Fantasmi o di Ricomincio da capo.
Capirete, quindi, che sono abbastanza di parte.
Ma credetemi, questo film merita, eccome.
Per quanto obiettivamente possa essere poco credibile come playboy incallito, il buon vecchio Bill costruisce un personaggio tragicomicamente perfetto.
Una lettera anonima, che lo informa dell'esistenza di un figlio, spinge il vecchio Don Johnston a intraprendere una sorta di via crucis delle ex fiamme e potenziali madri.
E' una commedia amara, quella che Jim Jarmusch costruisce intorno all'ex-acchiappafantasmi: un uomo che, improvvisamente, s'imbarca in un revival della vita che fu per capire cosa salvare della vita attuale.
E per quanto la storia regali momenti divertenti (mai però vi scapperà una risata fragorosa), c'è un mood di tristezza, in sottofondo, impossibile da non notare. Lo si vede dall'espressione perennemente fiacca del protagonista (emblematica la scena in cui osserva la strada dal balcone, un po' come ha osservato la vita), dal cromatismo grigio della fotografia (solo a tratti intervallato dal rosa dei fiori e dei mille indizi sparsi nel film), dai lunghi silenzi nei dialoghi con le vecchie fiamme, simbolo dell'usura dei legami e dell'impossibilità di comunicare.
La monoespressione di Bill Murray è pienamente sensata e motivata nel contesto della trama: è manifesto dello smarrimento e della deriva su cui il suo Don ha poggiato la propria vita e basato gli affetti; un vagare senza meta che trova ordine solo quando l'amico con l'hobby dell'investigazione gli predispone per intero un viaggio che, fosse dipeso da lui, probabilmente non avrebbe mai intrapreso, rimanendo sul divano a vedere e rivedere un vecchio film su Don Giovanni.
E le varie rimpatriate, anch'esse non prive di spunti di riflessione sull'infelicità (dalla splendida vedova Sharon Stone all'algida imprenditrice con passato da hippie di Frances Conroy), non fanno che acuire il senso di "occasione mancata" che il protagonista nutre nei confronti della propria esistenza, al punto da indurlo a tentare di porvi rimedio con tentativi maldestri; esemplare è la scena del pranzo offerto al ragazzo in viaggio: una goffa (e tenera) intenzione di essere paterni, sinceramente affettuosi, nel dire "Bene, il passato è passato, questo lo so. E il futuro non è ancora arrivato. Qualunque cosa sia, dunque, l'unica cosa che esiste è questa. Il presente. Così è."
Come in altri film di Jarmusch, il commento musicale è una perla dentro la perla; le musiche di Mulatu Astatke, padre dell'ethio-jazz, e il gusto retrò di Holly Golightly & The Green Hornets, sono un perfetto accompagnamento sonoro per il viaggio di Don, in giro per un'America, raramente così nebbiosa e plumbea, quasi adeguata all'umore del protagonista. Una sorta di meteoropatia all'inverso.
Penso siano sufficienti motivi per consigliarne la visione.
E nonostante le premesse di parzialità, direi che può apprezzarlo anche chi odia Bill Murray (se mai esista qualcuno che non lo trovi simpatico).

Voto 8

venerdì 16 luglio 2010

Restless Syndrome



Datemi una vacanza, una fuga dalla realtà, una libera uscita dalla monotonia che mi circonda e ottenebra la mente, un'ora d'aria fuori dalla prigione dei doveri e delle norme di convivenza civile, una scappatoia dalle incombenze che incessanti martellano sulla schiena, una pausa dal furioso impegno sinaptico dei miei neuroni ipereccitati, un letto dove poter trovare quiete senza rigirarmi ripetutamente alla ricerca di una posizione realmente comoda.
Datemi tregua.
Datemi riposo.

mercoledì 14 luglio 2010

Popcorn: Invictus


Quando si fanno film biografici, uno dei rischi più grandi è cadere nell'agiografia, trasformando il ritratto di un uomo (con tutti i suoi pregi, ma anche con tutti i suoi difetti) in quanto di più vicino ad un santo, col risultato di rendere il tutto meno veritiero (e verosimile) e un po' stantìo.
E devo ammettere che, stante l'enorme caratura di Nelson Mandela, la sensazione di avergli intravisto un'aureola in testa, qualche volta, l'ho avuta. Ma magari è solo colpa mia e del solito dubbioso atteggiamento che nutro nei confronti della bontà pura; e qui entreremmo in un ambito totalmente diverso, che non c'entra nulla.
Detto questo, i difetti di Invictus finiscono qua.
Clint Eastwood, a oggi, è uno dei pochi grandi Maestri del cinema. Uno di quelli che sanno far parlare la telecamera, trasformandola in una mosca che gira per il set, riprendendo tutto ciò che vede in una maniera così naturale e pura, da lasciarti senza parole.
Memorabili le scene che ritraggono le partite degli Springboks durante la Coppa del Mondo; non ricordo di aver mai visto uno sport rappresentato così bene al cinema. Gli stacchi sul pubblico, che a poco a poco si mescola ed esulta insieme, non fanno che aumentare l'impatto emotivo e il sentimento di partecipazione a quell'impresa storica: lì veramente il paese si unisce, diventando tutt'uno con i 15 giocatori verde-oro, a prescindere dal colore della pelle.
Splendido, poi, il momento in cui gli Springboks improvvisano una lezione per i bambini delle bidonville: così autentico, vero, perfetto. E con delle musiche magnifiche a sottolinearlo.
Morgan Freeman, dal canto suo, tratteggia un Mandela impressionantemente identico all'originale che (momenti di santità a parte), pur mantenendo sempre la parvenza di un uomo normale, è di fatto l'unico sudafricano in grado di realizzare qualcosa di straordinario, con la massima semplicità.
Emblematica è la scena del colloquio con i rappresentanti del suo partito: poche parole ma che arrivano tutte al cuore di chi lo ascolta.
Il François Pienaar di Matt Damon è convincente, solido e credibile, specie nella stretta di mano finale, durante la premiazione (scena da brividi) e nella già citata lezione ai bambini africani.
Significativo e tenero il momento in cui regala i biglietti per l'ultima partita ai familiari e alla domestica di colore.
Insomma, in parole povere, meta trasformata per Eastwood.
Ora vi beccate la meravigliosa poesia di William Ernest Henley, citata da Mandela, e che dà il titolo al film.

Dal fondo della notte che sovrasta

Come l’Inferno, polo a polo, nera,
Ringrazio qualunque dio esista
per l’anima mia così fiera.

Nel crudo artiglio degli eventi
Non ho gridato mai nè sussultato.
Sotto i colpi di fortuiti accadimenti
Il capo è ferito e non piegato.

Oltre ‘sto sito di pianto e grida
Incombe delle tenebre l’Orrore.
Eppure negli anni ogni sfida
Mi trova, e troverà, senza timore.

Per quanto angusto sia il cammino,
Per quante pene il cartiglio abbia severe,
Sono maestro del mio destino:

E della mia anima il nocchiere.

Voto 8