mercoledì 22 giugno 2011

The Killing - Stagione 1




Nel magico mondo del tubo catodico, c'è posto solo per un cadavere di ragazza figa trovata morta in circostanze misteriose; perciò, cara Rosie Larsen, mi dispiace, ma ti tocca rimanere in quel bagagliaio pieno d'acqua per molto molto tempo.
Lei vince sempre, non c'è partita.
C'hai provato, hai cercato di renderti interessante, ma se non fosse per questo poster promozionale non mi ricorderei neanche che faccia hai.
Senza rancore, eh.
Crepa in silenzio.
Per amore del vero, va anche detto che The Killing con Twin Peaks, a dispetto di qualche omaggio più o meno sfacciato, non c'entra un cazzo: sì, anche qui la suddetta ragazza incofanata ha tutti i crismi dell'angioletto di casa, salvo poi passarsi costose serate in un casinò al confine e, sì, anche qui c'è un invisibile fil rouge che lega i segreti e gli scheletri nell'armadio di persone apparentemente scollegate tra loro, ma, vi giuro, non c'è altro.
Anche perchè, se paragoniamo quell'idolo di Dale Cooper alla coppia di detective improvvisati di The Killing, si rischia di diventare cattivi.



Oltre ad essere i due investigatori peggio vestiti mai apparsi in tv, Linden e Holder sono così incapaci e privi di intuito da far sembrare Manuela Arcuri un carabiniere credibile. Sì, perchè, ogni progresso dell'indagine, in questi 13 episodi/giorni, è frutto di una proverbiale botta di culo messa lì per far crollare i sospetti e le congetture sul potenziale assassino di puntata e indirizzarli, nella successiva, verso un nuovo insospettabile personaggio (il quale, ovviamente, si rivelerà a sua volta un buco nell'acqua).
Il tutto nasce dall'esigenza, o scelta stilistica, vedete voi, di seguire con attenzione maggiore l'aspetto emotivo della vicenda, focalizzando la macchina da presa sulle reazioni dei familiari della vittima.
Per cui, ok, sacrifichiamo le indagini rendendole il più ingarbugliate, inverosimili e sconclusionate possibile, così ci concentriamo sul drama e facciamo qualcosa di lacrimevolmente apprezzato.
Ebbene, pur disponendo di una materia prima ottima (almeno sulla carta, viste le lodi unanimi riscosse dall'originale danese Forbrydelsen), e di un'aura che furbescamente rimanda a un telefilm che ha fatto epoca, The Killing si rivela per quello che è.
Un insignificante pasticcio.



Avete capito bene, anche la parte lacrimevole e compassionevole ha i suoi grossi problemi; la famiglia Larsen è un frullato di stereotipi e clichè come se ne vedono in qualsiasi telefilm (persino in Italia), e l'indugiare in maniera lenta e pedissequa sulle reazioni alla perdita risulta inevitabilmente pesante e artificioso.
Rosie, di fatto, potrebbe aver trascorso tutta la vita in quel bagagliaio, agli occhi dello spettatore, per quanto poco si sa di lei; da qui, l'errore di fondo.
Mentre in Twin Peaks gran parte del merito andava alla centralità della vittima nelle indagini (rendendo Laura viva, a dispetto di quanto accaduto), The Killing sembra privo di un autentico fulcro, ondeggiando confusamente tra un giallo classico (e sbullonato, come detto sopra), un drama superficiale che cancella dalla scena l'elemento portante (indebolendo l'interesse che si può provare per le dinamiche familiari) e una poco appassionante spy story politica (discutibilmente tenuta slegata dall'omicidio per troppo tempo).
Come se non bastasse, gli ultimi 2 minuti del season finale regalano un plot twist forzato e assolutamente folle, che certifica come questi 13 episodi siano stati soltanto un megabluff.



Voto 5-


Ah, la serie è stata rinnovata per una seconda stagione (che probabilmente seguirò a tempo perso), dove l'autrice principale (tale Veena Sud) ha già annunciato la risoluzione del caso Larsen nelle prime puntate e il contemporaneo affiancarsi di un nuovo omicidio...
Hype?
Zero.

venerdì 17 giugno 2011

Tutti In Piedi!



Alle 21 diretta streaming dell'evento di Bologna con Michele Santoro, Vauro, Marco Travaglio, Serena Dandini, Subsonica and many others!

lunedì 13 giugno 2011

Popcorn: X-Men L'Inizio


Dopo 3 inizi fallimentari, salterò i preamboli: è forse il miglior film sugli X-Men, nonostante Hugh Jackman compaia solo 10 secondi in scena (ed è uno dei momenti più divertenti della pellicola).
Accantonati e rimossi dalla mente gli scempi di X-3 e del terribile Wolverine:Origins, Bryan Singer torna a supervisionare la produzione cercando di rimettere a fuoco una saga che con i 2 primi capitoli aveva più che convinto, pur senza incantare.
Merito al regista de I Soliti Sospetti per aver scelto gli ingredienti giusti:
-un ottimo Matthew Vaughn, che dopo Kick-Ass confeziona un film pieno di ritmo, senza far pesare i 132 minuti complessivi
-un cast ben assortito con McAvoy e Fassbender perfetti, sia da soli che in coppia, e un Kevin Bacon favolosamente a suo agio nel ruolo di villain.
-uno script vivace e ben calibrato tra introspezione psicologica (viene riesumato il vecchio caro tema dell'integrazione e dell'accettazione del diverso), atmosfere camp e scene action (che, a dispetto dei numerosi detrattori, mi sono sembrate ben realizzate)

Chi temeva che l'assenza di Wolverine avesse avuto il suo peso, beh, si goda la caccia di Magneto agli ex nazisti fuggiti in Argentina e si ricreda a tempo di record.
La sensazione è che l'eventuale trilogia che parte con questo film abbia al suo centro proprio il futuro leader della Confraternita dei Mutanti, esattamente come i primi 3 capitoli avevano in Wolverine il fulcro della vicenda.
E a guardare la performance di un Michael Fassbender ormai in rampa di lancio, c'è da ben sperare.
Ma dicevo, non si rimane incantati.
Dal mio punto di vista, il problema è che i difetti che ci sono (o almeno, quelli che ho trovato io) sono tutti concentrati su un unico personaggio, e per questo amplificati all'occhio dello spettatore.
Da avido lettore del fumetto, avevo aspettative (forse) esagerate sullo sviluppo di Emma Frost; e, come da regola, un hype pazzesco esiste solo per essere puntualmente smentito.
La Regina Bianca del Club Infernale è probabilmente il personaggio tratteggiato più superficialmente del lotto (se la batte con Angel); si intuisce che è una stronza manipolatrice, ma non è abbastanza, e il suo ruolo nella storia principale risulta piuttosto marginale, se paragonata alla controparte a nuvolette.
Aggiungete una resa in CGI della trasformazione in diamante un po' approssimativa ed una recitazione di una sempre figa
, ma tendente alla monoespressione, January Jones (la verità è che soffro dopo aver letto su Wikipedia che l'alternativa era Alice Eve), e avrete un quadro completo dei difetti di questo film.
Se poi in fatto di donne la pensate diversamente da me, X-Men: L'Inizio si può considerare tranquillamente (e insieme al secondo episodio) il miglior capitolo della saga dei figli dell'atomo.




Voto 7,5

venerdì 10 giugno 2011

Di Tutto, Mai Più




Sono appena usciti i dati di ascolto di ieri sera ed Annozero chiude superando gli 8 milioni di telespettatori e facendo il 32% di share.
La RAI rinuncia ad una fonte spaventosa di introiti e guadagni pubblicitari, condannando il secondo canale ad un sostanziale oscuramento (perchè, a parte quella porcata di Isola dei Famosi, non so quali altre trasmissioni ci siano) per accontentare finalmente il Signore e Padrone Berlusconi.
Un uomo che, pur disponendo di 3 emittenti televisive (e controllandone di fatto altre 3), addita come principale responsabile delle sue recenti sconfitte politiche un conduttore televisivo e la sua trasmissione a cadenza settimanale.
Un uomo che ha l'impudenza di parlare di "martellamento mediatico", dopo aver rilasciato a reti unificate interviste-comizi a giornalisti compiacenti, in pieno stile sovietico (lui che i comunisti li odia).
Un uomo che già ai tempi del famigerato 'editto bulgaro' aveva condannato l'"uso privatistico del servizio pubblico", salvo poi disporre egli stesso privatamente di quella che è un'azienda dello Stato, rimuovendo i personaggi a lui sgraditi.
Un uomo che..ok, potrei continuare ma mi scoccia, e lascio trarre ai lettori le conclusioni del caso; sparare su Berlusconi, ormai, è come sparare sulla Croce Rossa e la foto qui sopra viene dall'Economist, non dalla redazione di Annozero, Ballarò, Report o Parla Con Me.
Che poi, quello che ieri mi ha fatto gonfiare le vene del collo (oltre ai 4 caffè e alle tonnellate di sale con cui ho condito i miei pasti) è ben altro.
Per spiegarmi meglio, occorre prima soffermarsi un attimo sulla parola 'claque'.

Il termine claque è un francesismo di uso corrente (dal verbo onomatopeico francese claquer, battere schioccando, come per esempio il battimani; analogo all'inglese to clap), che in italiano indica soprattutto un gruppo organizzato di spettatori che applaude o dissente non spontaneamente, ma dietro compenso economico o di altra natura. (Wikipedia)

Che un Ministro della Repubblica (so che fa specie accostare questi termini a un individuo come Brunetta, ma tant'è), si permetta di insultare l'intelligenza e il pensiero degli spettatori, accusando le opinioni contrarie di essere pagate per farlo, è intollerabile, arrogante e paradossale.
Se rimaniamo al significato etimologico del termine, infatti, appare palese che se c'è da parlare di claque, basta guardare al teatro Caprarica e alla manifestazione dei LIBERI SERVI per avere una degna rappresentazione del concetto.
I servi, appunto, sono tali perchè appartengono alla proprietà del Padrone, che ne dispone secondo il proprio piacimento e vantaggio.
Su Castelli, ex Ministro Della Giustizia, che sottintende l'invito a non pagare il canone RAI (consigliando quindi l'EVASIONE FISCALE, una delle principali cause del disastro dell'economia italiana), non penso ci sia molto da dire.
Del resto, Santoro gli ha risposto nel migliore dei modi, così:





E non fatevi fregare: il 12 e 13 andate a votare. E' un dovere, prima ancora che un diritto, ed è l'unico modo per certificare e mettere nero su bianco come gli italiani la pensino veramente sul proprio governo. Sì, è un referendum politico, embè? se Berlusconi dice apertamente di non andare a votare, un motivo dev'esserci, no?

mercoledì 8 giugno 2011

Californication - Stagione 4



Come si fa ad essere obiettivi con una serie tv con David Duchovny protagonista?
E soprattutto, come si può essere obiettivi quando contemporaneamente sullo schermo appaiono il Duchovny di cui sopra e Carla Gugino?

No dico, Carla Gugino: una donna da amare a priori e venerare in maniera incondizionata, lei, MILF del millennio, e cento volte più figa di quelle passere di legno di Megan Fox e di Kristen Stewart, che sia in topless e senza mani o di giallo latex-finto seta vestita.
Ebbene, viste le premesse, converrete con me che l'obiettività è difficile da perseguire, ma non abbiate timori: il giudizio sulla quarta stagione di Californication dipende essenzialmente da un solo fattore: le aspettative.
Più basse sono, e meglio si godono i 30 minuti a episodio, con la solita dose di doppi sensi, tette più o meno finte, soffocamenti autoerotici, depilazioni genitali maschili non propriamente riuscite, e risate varie sulla falsariga delle precedenti annate.
Viceversa, se fate parte di quella schiera di sognatori che ancora si illude che Hank possa cambiare, mettere la testa a posto, finirla di fare cazzate su cazzate e diventare una volta e per tutte un buon padre di famiglia, beh, mi dispiace per voi, ma Californication non si muove di un millimetro.
Il nostro Bukowski dei poveri continua pateticamente a passare da una figa all'altra, a non imparare dai suoi errori (la storyline principale della stagione incentrata sul processo mi sembra una prova evidente di tale immobilità) e a mostrare grande creatività nel commetterne di altri.
Tanto c'è sempre un reset di fine stagione a risolvere tutto.
Insomma, è come vedere una puntata dei Simpson, dove gli ultimi 30 secondi annullano i grandi cambiamenti epocali che costituiscono il centro dell'episodio, ripristinando la quotidiana routine di Springfield.
Solo che questo dura 12 puntate.
E se è vero che nella prima stagione, Hank sembrava mosso da un qualche spirito di rivalsa teso a riconquistare Karen, dalla seconda in poi, l'impressione sempre più netta è che il nostro eroe sia una sorta di barca alla deriva, in balia di venti, eventi e delle fighe che gli cadono tra le braccia, senza una vera progettualità a livello di script.
Basti pensare ai due grossi snodi di questa quarta stagione: il processo e le riprese del film sulla vita di Hank.
Due trame potenzialmente interessanti, gestite male e sviluppate peggio, con personaggi che vanno e vengono (Mia, Sasha Bingham, la Gugino-avvocata, Eddie Nero) facendo periodiche comparsate, senza che al protagonista gliene importi una sega, per quanto è statico.
Intendiamoci, io amo Californication ed Hank Moody e quel folle pervertito di Charlie Runkle e Becca e persino la donna più instabile del globo terracqueo (Karen); però, cazzo, se dopo 4 stagioni comincio a nutrire il sospetto che il protagonista sia più un coglionaccio patetico che un figo artista dannato, è evidente che qualcosa non funziona.
Ed è un peccato, perchè, come detto sopra, visti i 12 episodi in 3-4 giorni, Californication ti strappa le fragorose risate che gli chiedi e riesce persino a chiosare con poesia, in un finale palesemente pensato come chiusura di serie, prima che la SHOWTIME rinnovasse per una quinta stagione.
Insomma, in attesa di tempi migliori, un discreto compitino da cui carpire qualche pillola di saggezza (tipo "texting is for faggots") e nuove fantasie erotiche.


Voto 6-

sabato 4 giugno 2011

Popcorn: Somewhere


Ieri sera ero molto annoiato.
Parecchio annoiato.
Impossibilitato a giocare alla PS3 per la dipartita del mio televisore di fiducia, mi sono detto:"Toh, guardiamoci un film, và".
Dopo rimuginazioni varie su durata e genere, la scelta cade su Somewhere di Sofia Coppola, una donna da amare (platonicamente) a priori per aver girato Lost In Translation.
Dite che forse facevo meglio ad iniziare a leggere il libro di Pynchon che ho sul comodino da settimane?
Meh.
Prima scena: inquadratura fissa su una Ferrari Testanera che gira in tondo per almeno 4 minuti.
Seconda scena: 2 strafighe gemelle impegnate in un'esibizione privata di lap dance con in sottofondo My Hero dei Foo Fighters, sotto lo sguardo iperannoiato del protagonista.
Avete presente quando vi trovate tra 2 specchi e guardate dentro le varie realtà proiettate?
Ecco, la sensazione è stata simile.
Solo che io non sono Johnny Marco, attore hollywoodiano del momento (un convincente Stephen Dorff), non alloggio in uno spettacoloso hotel losangelino in Sunset Blvd, la sera non ho la possibilità di scegliere tra le gemelle lapdancers e i festini ad alto tasso di abbordaggio (infatti guardo 'sto film), non ho una Ferrari Testanera, elicotteri personali e via dicendo.
Così, la prima metà della pellicola scorre, molto lentamente, illustrandoci la giornata-tipo del protagonista fatta di photocalls con colleghe astiose (ma quanto è bona Michelle Monaghan?), conferenze stampa senza senso, estenuanti sessioni di trucco e trombate serali con una delle tante fiamme a disposizione.
Il discorso è che se il concept di Somewhere ruota intorno alla noiosa e solitaria vita del protagonista, sporadicamente ravvivata dalle visite della figlia (una Elle Fanning a cui è impossibile resistere), è chiaro che non puoi far altro che girare parecchie scene noiose, intervallate da lampi di vita e brillantezza (la scena del massaggiatore mi ha fatto schiattare dal ridere, lo ammetto).
Quindi, l'impressione è quella di vedere un Lost In Translation 2.0, con meno Bill Murray (però a me Dorff non è dispiaciuto affatto) e meno chiappe della Johanssonn; c'è di nuovo l'albergo come rifugio asettico e anemozionale, le fredde luci notturne a fare da sfondo intonato al mood malinconico e triste del protagonista, c'è un broadcasting straniero da dileggiare (stavolta tocca a noi italiani che, tra Simona Ventura e il suo Dustin HOFFNAM, Giorgia Surina versione giornalista de La Vita In Diretta, Valeria Marini soubrette oversize e le penose battute di Nino Frassica, non facciamo grossa fatica a essere presi per il culo) e c'è, per fortuna, il grande gusto della Coppola (o chi per lei, tipo Thomas Mars dei Phoenix) nella scelta delle musiche da abbinare alle immagini.
Sì, perchè, quando non se ne può più della routine di Johnny Marco, la figlia del buon Francis si ricorda di essere pure lei bravina e se ne esce con trovate che ti fanno pensare di aver fatto bene a scegliere questo film: una per tutte, il tenero tea party subacqueo con I'll Try Anything Once degli Strokes in sottofondo.
Perchè, magari 'autrice' è una parola grossa, ma è innegabile che la Coppolina abbia una buona dose di stile.
Ed in effetti, considerato come un elegante esercizio di stile, che, di contorno, riprende il tema della solitudine già visto in Lost In Translation, Somewhere è un film che può essere guardato senza tanti patemi.
Però, Sofia, la prossima volta pensa anche alla storia da raccontare, eh?


Voto 6+

lunedì 30 maggio 2011

Dischi Del Mese: Maggio '11




Nonostante, inizialmente, il mio gusto per l'orrido avesse avuto la meglio, dopo un provvidenziale ravvedimento sulla via di Damasco, a spuntarla per la copertina del mese è il nuovo dei Fleet Foxes, con buona pace dei Tv On The Radio, la cui cover è probabilmente una delle più brutte di sempre.


Tv On The Radio - Nine Types Of Light: ebbene ce l'hanno fatta. Prima o poi doveva capitare; voglio dire, quando in un gruppo ci sono almeno tre signore teste pensanti (David Sitek, Kyp Malone e Tunde Adepimbe o Adembimpe o Ambimblè, fate voi) è già un miracolo che non sia successo negli album precedenti. Anzi, è già un miracolo che i dischi finora partoriti siano riusciti più che bene, specie il sopracitato Dear Science. Ma stavolta non si scappa: hanno sbrodolato di brutto. La materia prima su cui lavorano è ottima, come sempre, ma la condiscono troppo, specie Sitek, arricchendola in fase di produzione quasi fino alla pacchianeria. E se è vero che alcuni momenti conservano il fulgore del passato (a me Repetition e Caffeinated Consciousness piacciono assaje, e la stessa Second Song iniziale non è affatto male), in altri si perde un po' di quella vis che caratterizzava il passato (Will Do è carina ma non è Wolf Like Me, per dire). In definitiva, il disco è discreto, ma per i loro standard è il più scarso. Voto 6


Glasvegas - Euphoric///Heartbreak: uno dei dischi peggiori di quest'anno. Senza tanti giri di parole, ridondante, fastidiosamente pomposo, privo di spunti melodici degni di nota e senza un briciolo di personalità. Non perdete tempo neanche a scaricarlo che non ne vale la pena. Magari provate il primo album che un paio di canzoni salvabili ci sono. Qua no. Voto 2

Fleet Foxes - Helplessness Blues: dopo aver sottolineato il gran gusto estetico di Pecknold e compagni in fatto di copertine, passiamo al disco. Helplessness Blues prosegue sulla falsariga del fortunato esordio con aggiunte psichedeliche che vanno a dilatare quel sound sognante ed elegiaco fatto di cori armoniosi e melodie calde. Sono il classico gruppo da tramonti estivi e falò sulla spiaggia e sono il miglior sottofondo possibile in tali occasioni; manca solo la canzone che ti entra subito in testa, com'era stata White Winter Hymnal del disco d'esordio, ma va bene uguale. Voto 7

Elbow - Build A Rocket Boys!: il gruppo di Guy Garvey si conferma su uno standard consolidato di gradevolezza e qualità, a distanza di 3 anni dall'ottimo The Seldom Seen Kid. L'inconfondibile voce del leader è sinuosa ed elegante fin dalle prime battute (dalla lunghissima The Birds al ritmo a battimano di With Love). Teneri gli episodi di Jesus Is A Richdale Girl e The Night Will Always Win cui fanno seguito alcune tracce un po' insipide, a dire il vero, per arrivare alla splendida conclusiva Dear Friends. Più che promossi, comunque. Voto 7-

Okkervil River - I Am Very Far: il problema del rock-folk di Decemberists, Okkervil River e compagnia bella è solo uno: cercare di non enfatizzare troppo la pomposità insita nel genere e, contestualmente, personalizzare lo stile, rendendolo unicamente riconoscibile. Detto questo, I Am Very Far è un disco molto di maniera e che tanto sa di compitino fatto col pilota automatico; loro possono permetterselo e tra qualche incursione pseudoelectro (non particolarmente riuscita) e un paio di insipidi tentativi anthemici, un paio di pezzi da conservare nell'I-pod si possono trovare in We Need A Myth e White Shadow Waltz. Voto 6-

Foo Fighters - Wasting Light:
da amare solo per il video che vedete qui sotto, Dave Grohl e compagni decidono di ritornare alle origini recuperando quell'atmosfera nirvaniana da cui sempre hanno cercato di sfuggire. Così, ritorna Butch Vig alla produzione (ha curato le registrazioni di Nevermind, mica cazzi), viene aggregato in pianta stabile Pat Smear (che era la seconda chitarra nei tour di Cobain e soci) e in un paio di pezzi spunta pure Kris Novoselic. Viene fuori il disco più tirato dei Foo Fighters, tra momenti riuscitissimi (la White Limo di cui sotto o l'apripista Bridge Burning) e altri un po' più fiacchi come Arlandria o il singolo Rope, che non mi entusiasma granchè al primo ascolto. La cosa buona di Wasting Light è la sua natura unitaria: per una volta, Grohl se ne frega di accontentare l'orecchio mainstream e non regala i soliti brani easy che una major può importi; tiene premuto l'acceleratore dalla prima all'ultima traccia per il disco più muscoloso e compatto dai tempi di The Colour And The Shape. Voto 7,5











giovedì 26 maggio 2011

House - Stagione 7



Da un po' di tempo a questa parte (diciamo da un certo punto della sesta stagione in poi), ho via via la sensazione che il confine tra il vero House e quello imitato da Marcello Cesena qui



vada sempre più assottigliandosi.
Del resto, arrivare a 7 stagioni non è da tutti e un medical drama non ti fornisce chissà quali spunti innovativi in un arco di tempo così vasto (ed House è già stato abbastanza rivoluzionario per il genere) e forse è finalmente giunto il momento di chiuderla in maniera quantomeno dignitosa.
Questa season 7 era iniziata con la tanto attesa (dagli altri, io non sono mai stato grande tifoso della coppia) love story tra House e Cuddy, risolvendo quella tensione sessuale trascinata per anni e anni di episodi.
Poteva essere uno sviluppo interessante, ma la prima metà della stagione risulta fiacca, priva di spunti validi e senza una direzione precisa (e per giunta senza Olivia Wilde, impegnata nelle riprese di Cowboy And Aliens).
House rimane fan della sua abilità di manipolatore bastardo e persevera nei suoi giochi, introducendoli nel menage di coppia, la Cuddy fa finta di incazzarsi per poi perdonarlo sempre (in virtù di un non manifesto complesso di inferiorità), e Wilson (ormai ridotto a mera spalla del protagonista) fa la comare di turno.
Insomma, l'unica differenza rispetto alle sei stagioni precedenti è che adesso copulano.
Se a questo aggiungiamo che i casi clinici oscillano costantemente tra 'noia mortale' e 'ai confini della realtà' (si rispolvera persino il vaiolo, malattia eradicata...) e che il nuovo personaggio di Marsters è l'unico a movimentare un po' la situazione avrete un quadro chiaro dell'andazzo delle cose.
Per fortuna, la liason dura poco e la seconda parte della stagione prende la scossa, mostrandoci la reazione dell'House ferito e abbandonato: torna come prima e più di prima, solo un po' più stupido e lassista.
Così, riesuma il vecchio amore mai sopito per il Vicodyn, fa balconing, si imbuca alle feste alcoliche di giovani universitari, sposa una prostituta ordinata su internet, si concede occasionali risse in postriboli non televisivi, recupera Thirteen (e il suo ritorno è oro colato sia per la serie che per i miei occhi) e decide di curarsi la gamba assumendo farmaci sperimentali.
Da qui, l'escalation di idiozie di un uomo col Q.I. di un Nobel diviene sempre più forzata, perchè gli ultimi due episodi (per quanto ben fatti e belli da vedere) sono TROPPO.
Capisco il cuore infranto, la disperazione e tutto quanto, ma il punto di forza di questo personaggio è sempre stata la capacità di vedere le cose da una prospettiva fuori dal comune, di pensare in modo alternativo e creativo per risolvere le cose e manipolarle secondo il suo volere, mentre gli altri brancolavano nel buio e si affidavano a Madonne, San Gennari e Medjugorje.
Ora, partendo dal presupposto che ho sempre trovato abbastanza pretestuoso l'innamoramento improvviso che House nutre verso la Cuddy a partire da metà quinta stagione, vedere questo mezzo genio trasformato in una sorta di bambinone incazzato, dispettoso e folle fino all'autolesionismo mi sembra sinceramente troppo.
Nulla da ridire sulla costruzione degli episodi o sulla recitazione di Laurie e del resto del cast (eccezion fatta per un Foreman formato moquette), ma rimane l'aumentare della dose di sospensione di incredulità richiesta per andare avanti. E stiamo parlando di un medical drama, non di un Fringe qualsiasi.
E se il buongiorno si vede dal mattino, le premesse per l'ottava e (si spera/pare) ultima stagione non sono delle migliori, tra regular che non torneranno (e voglio vedere come verrà gestita la cosa) ed altri disponibili a mezzo servizio.
Già ora si comincia a zoppicare...


Voto 6,5

lunedì 23 maggio 2011

Vola, Colomba Franco, Vola!



E così, ieri è calato il sipario sul campionato 2010/2011 con una delle giornate più scialbe che la Serie A ricordi: tutto deciso, a parte il quarto posto (ma con la sicurezza che il Milan avrebbe regalato la partita all'Udinese), per un clima vacanziero a farla da padrone in almeno 8 stadi su 9.
In attesa della finale di Coppa Italia (Forza Palermo, una volta tanto lo posso dire, se non altro da cittadino), il mio Parma chiude con un anonimo pareggio a Cagliari un'annata che, col senno di poi
(e alla luce dei rischi corsi), può essere definita più che discreta , ma che, in base alle aspettative, non può che essere deludente.
Una squadra sulla carta più forte dell'anno precedente fa più o meno gli stessi punti, e quasi tutto frutto del rush finale impresso dall'arrivo di Colomba, consentendo ai gialloblù di tirarsi fuori in tempo dal pantano della lotta per non retrocedere.
La scelta di Leonardi di ricostruire a Parma il binomio udinese con Marino si è rivelata clamorosamente fallimentare; oltre a non aver costruito neanche un abbozzo di idea di gioco, sotto la guida del tecnico marsalese, la squadra è sembrata spesso svogliata, demotivata e fragile psicologicamente.
Finchè Winnie The Pooh-Ghirardi s'è incazzato (perchè
, a parte il Bologna ieri, fare vincere in trasferta un Bari retrocesso con 37 giornate di anticipo non è da tutti) e ha deciso saggiamente di mandare il buon Pasquale lì, a Los Angeles, per i casting della seconda stagione di The Walking Dead, chè serviva qualche comparsa zombie da maciullare selvaggiamente.
E infine giunse Colomba, si diceva; e, sulle prime, oltre a sentire una sempre più forte puzza di retrocessione, notai con disappunto che il mio sopracciglio destro rimase aggrottato per almeno 10 giorni: ma come, mandi a casa un non-morto (ma neanche vivo) e per rivitalizzare la squadra recluti uno che non ha propriamente la fama di motivatore?
Sul serio devo passarmi FIFA 12 a far risalire il Parma in Serie A? No dai..
Felicissimo di essermi sbagliato, quel gran signore di Colomba non fa altro che due cose semplici semplici: tranquillizzare una manata di ragazzi impauriti per l'andazzo della classifica e impostare un paio di regole base per il gioco (il ritorno al 4-4-2 e lo spostamento di Modesto a centrocampo, su tutte).
Complici un Giovinco così continuo da farmi arrivare dignitosamente 5° su 10 al fantacalcio, senza avere un attaccante che sia arrivato in doppia cifra (Hernandez devi morire pazzo), e un Amauri che sembra finalmente essere tornato da 'sta cazzo di Costa Crociera (evidentemente più distruttiva di una serata ad Arcore, visti i tempi di recupero), il Parma vola nelle ultime giornate, togliendosi il lusso di battere Inter, Udinese, Juve, Barcellona e Real Madrid, con buona pace di Pasquale Marino.
Riposi In Pace.



Qui sopra, un sorridente Pasquale Marino alla sua prima comunione (27/05/1923)

sabato 21 maggio 2011

Play: PS3 So Far...



E come promesso, o minacciato, fate voi, dopo un tuffo nel passato tra retrogaming e nuove pietre miliari che si affacciano prepotentemente all'orizzonte, è il turno del presente.
Con una doverosa premessa.
Non venendo meno al mio status di nerd sfigato, penso di essere uno dei pochi possessori di PS3 a non averla connessa ad Internet.
Potete sfottermi (o potrei ipoteticamente farlo io, visti i recenti sviluppi post-hackeraggio del PSN) e/o rinunciare a leggere il seguito (potreste benissimo imputarmi valutazioni monche su giochi che guadagnano o perdono punti con la parte online), fate pure.
Chiaramente, la non connessione non scaturisce da una mia scelta ma da ineluttabili fattori fisici, sociali e genetici: madri che non vogliono "macchinette" in salotto, router a 10 milioni di km di distanza dalla PS3, pigrizia mentale nell'escogitare soluzioni alternative, riluttanza a spendere più di 50 euro per un ripetitore del segnale wi-fi, etc. etc.
Eppure, ad essere sincero, e senza voler fare la volpe e l'uva, la cosa non mi pesa neanche tanto: per FIFA mi bastano le sfide con mio fratello, per molti giochi non ho l'opzione Internet di default (i 2 Fallout, Metal Gear Solid 4, Assassin's Creed e via dicendo); così conservo i rimpianti per Uncharted 2 e Red Dead Redemption.
Ma in un mondo che non fa che offrirmi distrazioni dalla meta della laurea, direi che rinunciare al multiplayer online è un sacrificio accettabile per il lancio del cappello, il giuramento di Ippocrate e ricchi premi e cotillons.
Detto questo, ed evitando la lunghissima piega alla prolissità del precedente post videoludico, passiamo direttamente in rassegna i giochi che finora ho provato su 'sta benedetta PS3.




Batman - Arkham Asylum: per il principio "la fine è un buon inizio", cominciamo dall'ultimo gioco portato a termine. Da patologico appassionato del personaggio (sono cresciuto con la serie animata degli anni '90, curata dallo stesso sceneggiatore dietro questo progetto, cioè Paul Dini), questo è IL gioco di Batman. E lo dice uno che non è mai stato un grande fan dei giochi action dove solitamente basta premere all'impazzata un tasto per picchiare i 5 ceffi di turno che ti circondano. Anche perchè fare combo non è esattamente il mio mestiere; il merito dei ragazzi di Rocksteady è far confluire una spaventosa immediatezza nei comandi (ebbene sì, anche io sono riuscito a realizzare combinazioni piuttosto variegate) ad un azzeccatissimo approccio stealth (più di una volta ho avuto un deja vu della prima apparizione del Cavaliere Oscuro in Batman Begins; e ovviamente la cosa mi è piaciuta), passando per le oniriche e originali sezioni platform degli scontri con lo Spaventapasseri. Il tutto orchestrato dal sopracitato Paul Dini, che crea ad arte una storia capace di coinvolgere molti villain storici del Pipistrello, senza forzature evidenti e con un Joker ovviamente mattatore. Il trailer del prossimo Arkham City è da bava alla bocca: questo resta un must have, a maggior ragione adesso che è entrato nella linea platinum (e si prende le sue buone 15-20 ore per finirlo). Accattativillo! Voto 9,5







Assassin's Creed I-II: il primo capitolo ha il merito di introdurre uno stile e una meccanica di gioco che verrà copiata da molti altri epigoni di questa generazione; sullo sfondo di una trama che miscela storia a sci-fi in salsa Lost, le avventure di Desmond Miles e del suo alter ego medievale Altair risentono di una certa ripetitività con missioni troppo uguali a sè stesse ed è troppo evidente la superiorità del protagonista rispetto ai nemici. Il secondo capitolo, forte di una base già consolidata, rende sfavillante l'impalcatura in ogni suo aspetto: il fiorentino mediceo Ezio Auditore ha un carisma molto maggiore del suo antenato medievale (e i comprimari, vedi Leonardo Da Vinci, non sono da meno), le missioni offrono una reale possibilità di scelta su quale tipo di approccio prediligere (se stealth o action), la storia è appassionante e l'ambientazione fa il resto: con l'Italia rinascimentale non c'è trippa per gatti. Voto 7 e 8,5






Heavy Rain: finito qualche settimana fa, entrerebbe nella mia top ten all'istante. Pur avendo giocato alla fatica precedente dei Quantic Dream, quel Fahrenheit su PS2 ingiustamente snobbato da pubblico e critici, Heavy Rain mi ha rapito come fossi l'ultimo dei novellini. David Cage e compagni creano una storia strepitosa per intreccio e livello di coinvolgimento (evitando lo svaccamento finale del Fahrenheit sopracitato), lasciando il giocatore in un orgasmico bilico tra interagire e stare a guardare. A molti la logica del Quick Time Event può non piacere ma è innegabile l'adrenalina e il senso di immedesimazione prodotti durante le fasi di gioco: che sia far partire la macchina o fare a pugni con un aggressore. Il resto lo fa una messinscena superlativa (la localizzazione italiana coinvolge fior di doppiatori tra Pino Insegno e Claudia Gerini, per citarne due), una meravigliosa colonna sonora e un taglio cinematografico che mischia Seven, Saw e i noir vecchio stampo. Voto 10




Dead Space: se non era per la demo contenuta nel Padrino II, probabilmente l'avrei bellamente ignorato. Mi sarei perso un riuscitissimo cocktail di Alien e La Cosa in salsa survival horror; EA confeziona un'atmosfera realmente angosciante facendo leva su tutte le componenti a sua disposizione: l'ambientazione spettrale dell'astronave Ishimura, la goffa pesantezza del protagonista e un sapientissimo utilizzo della musica ed in generale degli effetti sonori. Pare che il seguito rispetti le regole considerate per AC e Uncharted, ma, a me, già il primo capitolo ha divertito parecchio. Voto 8




Red Dead Redemption: favoloso. Un gioco che sognavo dai tempi della PSOne e che con John Marston diventa realtà. Un west duro, sporco e realmente selvaggio, fortemente debitore di Sergio Leone e Clint Eastwood, e per fortuna non di John Wayne: cavalcare dal Messico al Texas passando per i boschi e le nevi del Colorado, fermarsi ad ammirare paesaggi che lasciano senza fiato, tra una caccia a una taglia e una partita a poker, un duello e un fortuito incontro con un grizzly, una rapina in banca e un agguato in un pueblo. Il tutto, accompagnati da uno dei personaggi più carismatici mai apparsi in un videogioco: un pistolero disilluso, cinico, ma in fondo dal cuore d'oro. Aggiungeteci un finale che definire epico è riduttivo e vedete che ne esce. Voto 10




Uncharted I-II: potrebbe benissimo valere lo stesso discorso fatto per Assassin's Creed: il secondo capitolo potenzia al massimo quanto di buono fatto vedere dal primo, correggendo piccoli difetti che comunque non intaccano la qualità generale del prodotto. A mio gusto, però, la saga di Uncharted ha qualcosa in più, forse perchè mi faccio abbindolare dal taglio cinematografico, spettacolare e riuscitissimo per come combina Indiana Jones a Tomb Raider, pur essendoci meno tette. Oltretutto, graficamente, penso che Uncharted 2 sia il meglio attualmente a disposizione su PS3. Voto 8,5 e 10




Grand Theft Auto IV: per un giocatore navigato di qualsiasi uscita Rockstar dai tempi di GTA3 in poi, mi aspettavo qualcosa in più. Per carità, il livello è altissimo, Liberty City è impressionante per come somigli sempre più ad una città vera, la vicenda è appassionante e non mancano le solite bordate caustiche e irriverenti della casa di Dan Houser, ma, dopo 6-7 GTA, ti accorgi che la storia è sempre la stessa, le innovazioni poche e, per quanto ti stia simpatico Niko Bellic e il suo accento slavo, e per quanto il gioco comunque ti diverta, Tommy Vercetti resta sempre il più figo. Voto 8-



The Saboteur: molto carino. L'ambientazione nella Parigi occupata dai nazisti ha un indubbio fascino connaturato; se aggiungete una caratterizzazione stilistica peculiare (le zone occupate sono in bianco e nero), una riproduzione fedelissima della capitale in ogni sua componente, missioni tutto sommato abbastanza variegate e una storia divertente, il gioco fa ampiamente il suo dovere, destreggiandosi tra free-roaming, action e puntando su un'impostazione arcade per le sessioni di guida. Personalmente, l'unico difetto riscontrabile è uno scarso bilanciamento della difficoltà, via via che si prosegue nella trama, ma EA porta a casa la pagnotta anche stavolta. Voto 7



Il Padrino II: un po' come per i libri, mi risulta veramente difficile dare un brutto voto a un gioco. Tuttavia, con questo ho toppato senza appello: se è vero che da un lato la pulizia grafica sia lodevole (ma niente di trascendentale, intendiamoci, e il minimo sindacale per una console come la PS3) e la gestione manageriale delle varie attività criminali sia più che discreta, la meccanica di gioco è ripetitiva quasi all'ossessività: stermina le famiglie rivali ed è fatta. Nel mezzo una realizzazione tecnica delle sessioni di guida francamente scadente e una IA dei nemici sostanzialmente ridicola. Finora il mio peggior acquisto. Voto 4




Fallout 3: come si può evincere dal post precedente, sono ovviamente di parte. Sì, è vero, la grafica non è granchè e in alcuni casi si può anche usare la parola "approssimativa" con palazzi che compaiono dal nulla e montagne che si appiattiscono di colpo. E, sì, è vero, ci sono insopportabili bug e il rischio di un freeze del gioco è dietro l'angolo. Ma vagare per la Zona Contaminata in maniera totalmente autonoma, fare quello che ti pare senza alcun freno, è un'esperienza unica e divertentissima. Voto 10



Fallout New Vegas: fanno i furbi quelli di Bethesda. Facendo leva sul botto del precedente capitolo, danno una riverniciatina qua e là e ti vendono la vecchia Punto come la nuova versione (ripensandoci, forse avrei dovuto scegliere un modello più figo, ma vabbè): la quest principale si fa più intricata (offrendo finali alternativi) e intrigante, si aggiungono un paio di novità stuzzicanti (il compagno e la modalità Duro) ma i bug e i freeze si moltiplicano e la grafica è la stessa del terzo capitolo. C'è poi un difetto sostanziale: il deserto del Mojave non ha 1/3 del fascino della zona contaminata di D.C. Un must solo per accaniti come me, per gli altri, un discreto antipasto in attesa di Fallout 4. Voto 7,5





FIFA 10-11: li metto insieme perchè sostanzialmente si parla dello stesso gioco; da un'edizione all'altra le migliorie sono poche e quasi impercettibili ma stiamo parlando del gioco di calcio più vicino alla realtà in circolazione: i ritocchi alla fisica dei contrasti e all'IA dei portieri tolgono qualsiasi appiglio ai detrattori regalando un'esperienza di gioco realistica e divertente. In barba all'online, è l'unico acquisto che mi dura un anno solare, tra campionati e sfide con mio fratello. E sticazzi. Voto 9




Metal Gear Solid 4: ultimo (?) capitolo della saga di Solid Snake, rappresenta la summa dei 3 precedenti episodi, regalando chicche sparse, autocitazioni, migliorie varie nella meccanica di gioco e rattoppando (almeno in parte) una storia che in Sons Of Liberty aveva preso una piega assurda (per non dire ridicola, in certi punti). Mettendo da parte il lato affettivo del giocatore fan della serie, è innegabile che la mole di filmati sia nettamente sproporzionata alle sessioni di gioco (che di fatto, sono dei piccoli intermezzi); fattore che condiziona, non poco, un'eventuale rigiocabilità: io ho paura a sorbirmi di nuovo altre 18 ore di spiegoni e video. D'altro canto, Snake è Snake: quelle rare, poche, ore di gioco sono favolose. Voto 8+