giovedì 28 luglio 2011

Verso L'Infinito e Londra

A Palermo la pioggia è rara, specie in piena estate e con agosto alle porte, ma a me piace proprio tanto quell'odore di terra umida che si diffonde subito nell'aria.
Direi che è il momento ideale per buttare giù 4 righe per il blog, visto che, oltretutto, tira aria di festeggiamenti.
First of all, non sono perseguitato da incombenze universitarie e posso svegliarmi quando cazzo mi pare senza essere divorato dai sensi di colpa, avendo adempiuto al mio sacro dovere di studente.
In secundis, altro evento più unico che raro, sono andato a mare, rimediando una discreta abbronzatura che ha spazzato via quel pallore cereo che mi accompagna solitamente per il resto dell'anno, con un guadagno non indifferente in termini di figaggine, modestia a parte.
Dulcis in fundo, veniamo a questo blog.
Perchè se il contatore non è impazzito, pare sia stata ampiamente superata quota 1000 visitatori: che sia stato un clic sbagliato o un periodico curiosare in questo sperduto angolo di rete, molte grazie e tornate presto a trovarci, che vi aspettiamo a braccia aperte.



E, sì, anch'io lo prenderei a sprangate sui genitali, ma la foto ci stava e non ho saputo resistere.
Detto questo, prima o poi scriverò qualcosa su un po' di robe che ho visto/sentito/apprezzato/disprezzato, tipo Captain America (bellammerda), la serie di Romanzo Criminale (capolavoro, vedetelo subito), il disco degli Help Stamp Out Loneliness (merita) e tante altre amenità.
Ora mi scoccia, è estate anche per me, finalmente, e quindi vado in vacanza.
Per i 1000 e passa presunti aficionados, il blog non mi segue in ferie e continua imperterrito nella sua missione di nonsochecosa: ci sono un paio di post programmati, in attesa del mio ritorno.

Sabato si parte alla volta di Londra (città che bramo visitare da quando avevo 14-15 anni e mettevo le spille da balia ai jeans, memore di Sid Vicious e Johnny Rotten), con la speranza di imbucarsi a qualche concerto, di visitare quanto più possibile e dare una palpatina a Pippa Middleton mentre fa jogging. Poi si passa da Venezia per un giro co' mamma e papà (ogni tanto ce vò) e infine si torna a casa dolce casa.
Che le vacanze passano in fretta e agosto è già tempo di bilanci...altro che capodanno.
Buona estate con la canzone di cui sotto, capolavoro e ideale sottofondo per una pacifica pioggia di fine luglio.


Joy Division - Atmosphere



lunedì 25 luglio 2011

Dischi Del Mese: Luglio '11


E' piena estate, mi scoccia essere originale nella scelta di copertina e quindi vi beccate il gelato rosa dei Battles.


Miles Kane - Colour Of The Trap: esule dai Rascals e tenuto per mano dall'amico Alex Turner, anche Miles Kane si dà al disco solista, tirando fuori un album smaccatamente retrò, richiamando alla mente l'ottimo risultato prodotto dai Last Shadow Puppets. Convincono il rockabilly tenace in apertura di Better Left Invisible (vedere e sentire qui sotto), così come i cori beachboysiani di Come Closer e Quicksand, la jamesbondiana Counting Down The Days e il rock acido di Inhaler. Insomma, con una cura certosina della scaletta e un'estetica del suono molto anni '60, Kane dimostra quanto sia stato palpabile il suo contributo nella realizzazione di quel gioiellino che è stato The Age Of The Understatement. Un ottimo passatempo. Voto 6,5

Friendly Fires - Pala: pur non essendo un grande fan del genere, devo riconoscere di essermi divertito parecchio con la freschezza giocosa del disco d'esordio. Insomma, non spulciavo Google continuamente per news sulla data d'uscita (come ho fatto invece per i Death Cab For Cutie) ma ero curioso per il seguito. Ebbene, anche Pala prosegue sulla scia del pastiche solare e caramelloso del primo album avvicinandosi sempre più alla dance per prendere le distanze dall'indole punk che tanto aveva caratterizzato il disco omonimo. Running Away e True Love, così, diventano gli unici episodi di anarchia compositiva in un regime fatto di note puramente da dancefloor, con la title track a fare da intermezzo quasi dubstep, e a preparare il terreno per le ultime danze. Carino, ma il debutto era meglio. Voto 7--

The Pretty Reckless - Light Me Up: lo giuro. Io non sapevo chi fosse Taylor Momsen. Non ho mai visto neanche mezzo secondo di Gossip Girl. Solo dopo ho scoperto che era la gnocca di Paranoid Park e che ha un'insana passione per il rock (al punto da rendere problematiche le riprese del telefilm per i concomitanti impegni in tour della band); per cui, Taylor, congratulazioni: sei il mio innamoramento mensile.
Anche se hai fatto un disco che, quando va bene (Goin' Down, Factory Girl, Since You're Gone) ricorda Courtney Love ai tempi delle Hole (a voler essere buoni) e i Paramore (a voler essere cattivi) e quando va male, cioè quando si presta a evitabili ballads, si avvicina pericolosamente dalle parti di Avril Lavigne. C'è da dire che la Momsen ci crede, e, quando può, urla manco fosse la vedova Cobain o la desaparecida Brody Dalle dei Distillers; peccato che il sound, nel complesso, risulti troppo pulito: un approccio meno levigato avrebbe sicuramente giovato. Rimandata, ma la amo già. Voto 6--

The Horrors - Skying: che delusione. Abbandonano completamente l'estetica post-punk a là Joy Division in favore di un approccio più solare, rispetto al clima lugubre e tenebroso che avvolgeva il precedente (e splendido) Primary Colours. Il risultato è pessimo: dite addio agli influssi shoegaze targati Jesus And Mary Chain (fatta salva solo Endless Blue, che potrebbe tranquillamente figurare nella scaletta del disco precedente, senza sfigurare) e salutate i figli illegittimi di U2, Simple Minds, Duran Duran (ok, magari la voce è meno gioviale di quella di Simon Le Bon). Lode al coraggio per questo salto nel vuoto, ma io li preferivo più oscuri e darkeggianti Voto 5,5

Battles - Gloss Drop: un ottovolante di post e math rock sapientemente miscelati con grazia, ritmo ed energia. Le incursioni vocali si rivelano azzeccatissime (specie Aguayo in Ice Cream), ma i Battles dimostrano di non aver perso smalto anche nei pezzi solo strumentali: Inchworm è un frenetico saliscendi che si insinua sinuosamente nei padiglioni auricolari fin da subito, Africastle è un manifesto programmatico che dà piena mostra di tutti gli ingredienti che troverete dalla prima traccia a seguire, e la marcia quasi reggae di Sundome chiude un lavoro compatto e di precisione rigorosa. Voto 7+

Foo Fighters - Medium Rare: uscita in occasione del Record Store Day, questa raccolta di cover è un'ulteriore testimonianza dell'ottimo stato di salute di Dave Grohl e compagni, che dopo avere liberato la propria foga nell'ottimo Wasting Light, si dedicano, tra cazzeggio e sentito omaggio, a rivisitazioni riuscite e piacevoli pezzi più e meno noti di band che, evidentemente, sui Foos hanno lasciato il segno; dalla floydiana Have A Cigar, ai Ramones di Danny Says, passando per gli Who di Young Man Blues e la punkeggiante Bad Reputation dei Thin Lizzy (anche se è quella dove ho subito pensato "meglio l'originale") fino ad arrivare addirittura a Prince con una selvaggia rivisitazione di Darling Nikki. Sono cover, sì, ma ben fatte. Voto 6,5






lunedì 18 luglio 2011

Luther - Stagione 2



Curvo, seduto sul logoro divano di casa, mentre impugna una pistola e gioca alla roulette russa.
Così troviamo John Luther all'inizio della seconda stagione.
Sono passati alcuni mesi dal tragico epilogo della prima serie, e il poliziotto londinese interpretato da Idris Elba, dopo un lungo periodo punitivo fatto di duro e noioso "lavoro di scrivania", è tornato a pieno regime alla Sezione Omicidi.
E mentre la stupenda Alice Morgan (Ruth Wilson, ti amo) è detenuta in un manicomio criminale, fa capolino sulla scena la protagonista della nuova storyline principale, Jenny, necroporno attrice invischiata (con la complicità della madre) in torbidi affari di droga e mafia, e figlia di un ex-collega di Luther, suicidatosi dopo essere stato arrestato dal nostro caracollante eroe.
I quattro episodi articolati in 2 minifilm ci consegnano un poliziesco procedurale in stato di grazia, con degli assassini tanto efferati quanto inquietanti, a fronte di un ritmo e di una realizzazione tecnica ineccepibili.
Gli amanti del genere crime avranno di che essere soddisfatti, insomma.
Idris Elba, poi, è semplicemente monumentale nel costruire un personaggio ostinato e tenace, nonostante sembri sempre sul punto di essere schiacciato dai mille problemi che gli piovono addosso; non ci sono gli scatti d'ira della precedente stagione, ma si colgono i segni di una sorta di rassegnazione e accettazione della propria natura, così labilmente in bilico tra Bene e Male, illuminati da una possibilità di redenzione attraverso il salvataggio di Jenny.
Bisogna anche dire, però, che la storyline principale di questa stagione sbiadisce al confronto con la precedente, che toccava direttamente gli affetti del protagonista(del resto, era difficile fare meglio): l'intera costruzione della vicenda risulta troppo arzigogolata, la risoluzione finale molto semplicistica e l'interazione tra Luther e la giovane ragazza, per quanto ben riuscita, è lontana anni luce dall'elettricità vibrante che caratterizzava la liason con Alice, vero punto di forza dello show.
All'irresistibile psicopatica dai capelli rossi, vengono consegnati pochi minuti in questa stagione, comunque sufficienti a stregare nuovamente pubblico e protagonista. Rimane il rammarico per la perdita di uno dei principali elementi di fascino della serie, nella speranza che un'eventuale terza stagione (il finale puzza molto di chiusura, quindi la vedo buia) riporti in auge un personaggio veramente azzecato.
In conclusione, capolavoro la prima stagione (ne ho parlato qui), buon prodotto la seconda.





Voto 7+





venerdì 15 luglio 2011

Popcorn: Super 8


Se mai leggerai queste righe sperdute nell'etere internettiano,
grazie J.J. Abrams.
Grazie per aver realizzato un film che trasuda sci-fi anni '80 fin dalla prima inquadratura e che inevitabilmente fa leva sull'effetto nostalgia dei 20-30enni che sono cresciuti andando al cinema per vedere E.T., Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Star Wars, Indiana Jones, Ritorno Al Futuro, I Goonies eccetera eccetera.
Bambini protagonisti (e, tolta Elle Fanning, interpretati da perfetti sconosciuti), genitori fessi, militari cattivi, alieni che vogliono tornare a casa, c'è tutto quello che può desiderare ogni essere umano nato nel periodo '75-'85 (facciamo '86, così ci entro pure io): Super 8 è una bella storia di amicizia, passione (visto che il motore di tutte le cose è la smania per la cinepresa di uno dei protagonisti), e crescita (sia dei più piccoli che degli adulti, come insegna papà Spielberg), senza ovviamente dimenticare la fantascienza.
Il tutto con una naturale premessa: non è qui che va ricercata l'originalità, dato che l'obiettivo di Abrams è proprio quello di ricreare quell'atmosfera magica e quasi favolistica dei film sopracitati che hanno contribuito a formare l'immaginario di una generazione di cui lo stesso regista fa parte.
E l'omaggio riesce in pieno; la pellicola è un continuo deja-vu di elementi, trovate e sensazioni provate quando i nostri genitori ci hanno accompagnato al cinema per la prima volta nella nostra vita.
Tolto l'aspetto nostalgico, Super 8 diverte nel suo essere anacronistico, mostra i muscoli quando c'è da fare uso degli effetti speciali ed è di una precisione svizzera nel bilanciare minuziosamente le fasi più movimentate a quelle più sentimental-romantiche (anche se, forse, il finale è un po' troppo affrettato).
E se per un attimo la smettessi di ascoltare il cuore che sussurra all'orecchio "E' come quando eri bambino!", probabilmente mi accorgerei che, in fondo, questo film sarebbe passato quasi inosservato se fosse uscito effettivamente negli anni '80; e lo sa anche quel furbacchione di J.J. Abrams, che mira proprio al cuore e ai ricordi dei ragazzini di allora.
Per questi motivi, sono straconvinto che Super 8 non riscuoterà lo stesso successo tra i "kids" di oggi; perchè, negli anni zero (anzi dieci) si vuole vedere e toccare l'alieno con la massima nitidezza possibile (e magari farlo uscire dallo schermo), anzichè mostrarlo di sfuggita facendone solamente intuire la presenza; perchè il teenager attuale è più sgamato e non è disposto a credere che 5 bambini (perdipiù sprovvisti di bacchetta magica e cicatrice in fronte) possano riuscire laddove uno squadrone militare ha fallito; e poi, perchè in Twilight c'è Robert Pattinson, mentre qua non c'è un figone su cui sfogare le prime tempeste ormonali della propria vita.
Noi gggiovani di ieri, invece, rendiamo grazie per averci fatto tornare la voglia di rivedere il vecchio Spielberg e lasciamo i Michael Bay e i licantropi depilati alle generazioni che vengono...già...poveri loro.


Voto 6,5

sabato 9 luglio 2011

Play: Just Cause 2





L'isola di Panau è il classico minuscolo staterello, pieno di petrolio e governato da un dittatore tappo, con l'hobby per il riportino e una passione sfrenata per i bordelli.
Tanto oro nero e un simile stronzo, ovviamente, attirano le attenzioni di tutte le superpotenze mondiali, pronte a rovesciare il regime e accalappiarsi il bottino, ma, come Hollywood ci insegna, gli americani hanno sempre una marcia in più, potendo contare sull'agente Rico Rodriguez che, neanche 10 secondi di introduzione, e si lancia da un aereo a oltre 9 mila metri d'altezza, armato (udite! udite!) di una scorta infinita di paracadute e di un rampino che non sfigurerebbe nella cintura di Batman.
Così comincia Just Cause 2.
E l'impatto iniziale è notevole, va detto.
Panau, oltre ad essere spaventosamente grande, è un vero e proprio paradiso terrestre, per come alterna (in maniera quasi credibile) paesaggi tropicali da cartolina, a montagne innevate con tanto di rifugi e stazioni sciistiche. I centri urbani sono ben caratterizzati e comprendono piccoli villaggi di contadini e metropoli evidentemente ispirate a Hong Kong e ai suoi grattacieli. Le possibilità di spostamento sono molteplici, potendo contare su qualsiasi mezzo di locomozione (auto, moto, barche, elicotteri, jet..) e su un mercenario-tassista che risparmia lunghe (per non dire estenuanti) traversate alla ricerca del sito da cui attivare la missione successiva.
In Just Cause 2 tutto è orientato alla iperspettacolarizzazione, così, non stupisce lo stile di guida prettamente arcade del titolo, con collisioni ad alto tasso di esplosione e una gestione della fisica che spesso rende Rico Rodriguez una sorta di supereroe, in grado di saltare da un'auto in corsa ad un'altra senza problemi (e non dico nulla sul finale) e di uscire quasi indenne da cadute da almeno 10 metri d'altezza.
Il titolo Avalanche, però, è fortemente votato all'azione, incentrando sia le missioni principali che quelle secondarie sulla distruzione delle strutture governative. L'indicatore CAOS è quello che si deve tenere sempre d'occhio e questo la dice tutta sulla quantità di strutture date alle fiamme che vedrete deflagrare sullo schermo.
Infiltrarsi nelle basi nemiche, fare a pezzi i soldati e distruggere ogni serbatoio, ciminiera, gasometro, torre dell'acqua, torre-radio risulta particolarmente godurioso.


Almeno i primi tempi.
Perchè superato l'abbocco estetico, Just Cause 2 è un'iterazione quasi ossessiva di assalto-esplosione-fuga con sporadiche pause legate al viaggio (troppo lungo in molti casi) che vi separa dal punto di attivazione della missione successiva.
Insomma, la puzza di occasione mancata è abbastanza forte, oltretutto con il rimpianto di una realizzazione tecnica ineccepibile (anche la gestione delle sparatorie mi sembra ben riuscita e, quanto ad IA dei nemici, ho visto di molto peggio).
A fronte di una storia stiracchiata e piuttosto banale (e di un doppiaggio in italiano ai limiti dell'indecenza), il titolo Avalanche non mi fa rimpiangere i 19.90 euro spesi (non lo consiglierei se non costasse così poco) e si prende le sue buone 15-20 ore per essere completato (almeno per quel che concerne la trama principale), offrendo poi la possibilità di continuare a seminare panico e fiamme per tutta Panau.
Ma come, ancora!?

Voto 6,5

lunedì 4 luglio 2011

Pausa Pubblicitaria





Ingredienti:
-il faccione tenero di Robin Williams barbuto
-una saga videoludica che ha fatto epoca
-sottofondo musicale che più gidierre non si può

Ogni volta che la becco, rimango incollato allo schermo.

sabato 2 luglio 2011

Popcorn: Blue Valentine



Io non sono un grande fan dei film sull'Amore; penso di poter contare sulle dita di una mano le pellicole che mi hanno impressionato a riguardo.
E posso dire senza vergogna che mi fa paura la prospettiva di rivederli, tanta e tale è l'empatia che mi trovo a sviluppare quando la rappresentazione della grande A non è mai banale, ma sofferta (che ha tutt'altro significato di "strappalacrime") e realmente vissuta.
Già questo mi sembra un motivo sufficiente per consigliarvi questo Blue Valentine.
Non c'è niente di rivoluzionario nel lavoro di Derek Cianfrance quando alterna, con stile quasi documentaristico, le fasi dell'innamoramento tra Dean e Cindy allo sfaldamento del nucleo familiare costituito tanto faticosamente; eppure, è un film che trasuda autenticità, passioni, tensioni, gioie e dolori.
Vita vera, insomma.
Due persone completamente diverse (il bambinesco candore di Dean contro la disillusa confusione di Cindy), due realtà quasi antitetiche che vanno ad incastrarsi perfettamente con gli alti e bassi vissuti dalla coppia nella cronistoria alternata che il regista porta avanti fino alla fine, arrivando ad una climax che mostra la felicità di un matrimonio tanto umile quanto desiderato, immediatamente seguita dalla sagoma di un Dean stempiato e appesantito che
, distrutto, si allontana da quella famiglia che non aveva mai sognato, salvo poi accorgersi di desiderarla fortemente.
In un film del genere, è ovvio che il 70% (minimo) della riuscita dipenda dai 2 attori principali; e se almeno Michelle Williams ha ricevuto la consolazione della nomination per l'Oscar, rimane un mistero il motivo per cui un gigantesco Ryan Gosling (niente male per uno cresciuto a Disney Club e Young Hercules) sia stato bellamente ignorato dall'Academy.
Ma tant'è, The Millionaire ne ha vinti 8 di pelatini dorati...chissenefunken.
Rimane il piacere di godersi un duetto recitativo veramente convincente; tanto tenero nel descrivere il corteggiamento e i primi giorni felici, quanto nervoso e usurato dal tempo nelle fasi conclusive (il cui centro nevralgico è la tristissima notte nella "Future Room" di un motel).
E se tutto questo non vi basta, calo un altro pezzo da novanta e ci metto una meravigliosa colonna sonora curata dai grandiosi Grizzly Bear.
E se siete realmente incontentabili, non so proprio che farci.
Cazzi vostri, vi perdete un gran bel film.


Voto 8+


"I feel like men are more romantic than women. When we get married we marry, like, one girl, 'cause we're resistant the whole way until we meet one girl and we think I'd be an idiot if I didn't marry this girl she's so great. But it seems like girls get to a place where they just kinda pick the best option... 'Oh he's got a good job.' I mean they spend their whole life looking for Prince Charming and then they marry the guy who's got a good job and is gonna stick around."


mercoledì 29 giugno 2011

Dischi Del Mese: Giugno '11






Per dirimere la questione Death Cab-Arctic Monkeys (due gruppi che amo), la copertina del mese va all'insolita presenza di un attore in questa rubrica. Attore che tra l'altro adoro, essendo un fan della prima ora di House, e che col suo primo disco dà prova della poliedricità che nel corso della serie tv era possibile soltanto intuire.

Death Cab For Cutie - Codes And Keys: a Ben Gibbard voglio bene, partiamoci così. Non ha una gran voce ma un grande orecchio e lo ritengo uno dei più bravi nel fare musica pop senza sacrificare nulla in termini di spessore (e Transatlanticism è uno dei miei dischi preferiti in assoluto). Poi è pure sposato con Zooey Deschanel: insomma, è uno che ha capito tutto della vita. Fatta questa doverosa premessa, Codes And Keys è un altro buon disco, non ottimo per un paio di pezzi insignificanti (tipo Home Is A Fire o Underneath The Sycamore), ma con le classiche belle canzoni dei Death Cab For Cutie: dall'allegra marcia della title track passando per lo splendido singolo You're A Tourist (che trovate più sotto), dalla ritmata Doors Unlocked And Open alla melanconica Unobstructed Views fino alla tenerezza conclusiva di Stay Young, Go Dancing. Non è il loro capolavoro (perchè probabilmente hanno già dato col disco sopracitato) ma soddisfa pienamente i palati dell'ascoltatore aficionado proponendo una ricetta meno malinconica, più solare, ma efficace come sempre. Voto 7

Ben Harper - Give 'Till It's Gone: non sbaglia un colpo. Dopo essersi strafogato di rock'n'roll coi Relentless7 (vi consiglio il cd/dvd live al Montreal Jazz Festival, specie ora che è a prezzo stracciato), e aver cazzeggiato coi Fistful Mercy, il vecchio Ben tira fuori un altro ottimo disco fatto di soul (il primo splendido singolo), folk e perfino psichedelia (con la collaborazione di Ringo Starr alla batteria) , senza per questo dimenticare la nuova/vecchia passione per la graffiante chitarra elettrica che fa capolino in più episodi (da Clearly Severely a Rock'n'roll Is Free). Già dal titolo dell'album sembra evidente la voglia di risorgere, di reagire con solarità (Harper è da poco uscito dalla separazione con l'attrice Laura Dern), di non arrendersi e di amare fino all'ultimo momento disponibile. Rimane uno dei pochi a saper conciliare la quantità delle frequenti uscite con una qualità sempre eccellente. Voto 7-

Hugh Laurie - Let Them Talk: che il talento di Hugh Laurie fosse parecchio lo si era capito da tempo. Un antipasto del lato musicale di questo talento lo avevamo avuto con la Band From TV: una specie di supergruppo fatto da attori, provenienti da vari show televisivi, sotto la guida di Greg Grunberg di Heroes e dello stesso Laurie (senza dimenticare Jesse Spencer, insospettabile violinista di livello). Tante cover e qualche live divertente (su Youtube si trova tutto) per un esperimento carino e tutto sommato riuscito. Con questo Let Them Talk, invece, l'attore inglese si prende un po' più sul serio, in un full length fatto di grandi classici (St. James Infirmary su tutti) e rivisitazioni di tesori nascosti (ma niente di imperdibile); forse un po' troppe tracce ne appesantiscono l'ascolto, ma, sfrondati alcuni dimenticabili episodi (Baby Please Make A Change e Winin'Boy Blues, per citarne due), rimane un disco con una sua identità e un preciso valore, non il semplice capriccio di una star dello showbiz. Voto 6,5

Arctic Monkeys - Suck It And See: il precedente Humbug sembrava figlio illegittimo dei Queens Of The Stone Age, per quanto suonava stoner; Josh Homme in cabina di produzione aveva fatto sentire il suo peso confezionando un lavoro tanto affascinante quanto criptico e per certi versi astruso. Così, Turner e compagni tornano al produttore degli esordi cercando di coniugare il suono ruvido ma solare dei primi 2 lavori all'acida durezza impressa dal nuovo guru stoneriano. Il risultato è un disco molto più a fuoco del precedente, dove le sperimentazioni strutturali sono meno azzardate e l'attenzione per la melodia risulta più calibrata. Quindi, se da una parte Don't Sit Down 'Cause I've Moved Your Chair sa di Desert Sessions fin dal primo riff, dall'altra The Hellcat Spangled Shalalala e Reckless Serenade potrebbero benissimo trovare posto nella tracklist di Whatever People Say.. Nel mezzo, un paio di riusciti rallentamenti (la title track), un'aggressività quasi punk in Library Pictures e la solita, ma mai banale, chitarra tagliente come filo conduttore. Magari il prossimo sarà il disco perfetto. Voto 7

Danger Mouse & Daniele Luppi - Rome: registrato in quel Forum di Roma che negli anni '70 ha visto alternarsi gente come Morricone, Bacalov, Trovajoli, Piccioni, Ortolani e tanti altri, Rome è un elegantissimo concept omaggio ai maestri italiani della colonna sonora. Luppi e Danger Mouse mostrano un rispetto quasi religioso nei confronti del genere con cui si cimentano, reclutando musicisti che ai tempi facevano parte delle orchestre dei compositori sopracitati, ed avvalendosi persino del suono caldo e corposo degli strumenti dell'epoca. E se è vero che le guest star vocali (Norah Jones e Jack White) sono perfettamente calate nei panni e nelle atmosfere del disco, i brani strumentali non sono da meno (Roman Blue su tutti), aumentando il rimpianto per la fretta con cui passano i 35 minuti di ascolto complessivo dell'album. Voto 7+




mercoledì 22 giugno 2011

The Killing - Stagione 1




Nel magico mondo del tubo catodico, c'è posto solo per un cadavere di ragazza figa trovata morta in circostanze misteriose; perciò, cara Rosie Larsen, mi dispiace, ma ti tocca rimanere in quel bagagliaio pieno d'acqua per molto molto tempo.
Lei vince sempre, non c'è partita.
C'hai provato, hai cercato di renderti interessante, ma se non fosse per questo poster promozionale non mi ricorderei neanche che faccia hai.
Senza rancore, eh.
Crepa in silenzio.
Per amore del vero, va anche detto che The Killing con Twin Peaks, a dispetto di qualche omaggio più o meno sfacciato, non c'entra un cazzo: sì, anche qui la suddetta ragazza incofanata ha tutti i crismi dell'angioletto di casa, salvo poi passarsi costose serate in un casinò al confine e, sì, anche qui c'è un invisibile fil rouge che lega i segreti e gli scheletri nell'armadio di persone apparentemente scollegate tra loro, ma, vi giuro, non c'è altro.
Anche perchè, se paragoniamo quell'idolo di Dale Cooper alla coppia di detective improvvisati di The Killing, si rischia di diventare cattivi.



Oltre ad essere i due investigatori peggio vestiti mai apparsi in tv, Linden e Holder sono così incapaci e privi di intuito da far sembrare Manuela Arcuri un carabiniere credibile. Sì, perchè, ogni progresso dell'indagine, in questi 13 episodi/giorni, è frutto di una proverbiale botta di culo messa lì per far crollare i sospetti e le congetture sul potenziale assassino di puntata e indirizzarli, nella successiva, verso un nuovo insospettabile personaggio (il quale, ovviamente, si rivelerà a sua volta un buco nell'acqua).
Il tutto nasce dall'esigenza, o scelta stilistica, vedete voi, di seguire con attenzione maggiore l'aspetto emotivo della vicenda, focalizzando la macchina da presa sulle reazioni dei familiari della vittima.
Per cui, ok, sacrifichiamo le indagini rendendole il più ingarbugliate, inverosimili e sconclusionate possibile, così ci concentriamo sul drama e facciamo qualcosa di lacrimevolmente apprezzato.
Ebbene, pur disponendo di una materia prima ottima (almeno sulla carta, viste le lodi unanimi riscosse dall'originale danese Forbrydelsen), e di un'aura che furbescamente rimanda a un telefilm che ha fatto epoca, The Killing si rivela per quello che è.
Un insignificante pasticcio.



Avete capito bene, anche la parte lacrimevole e compassionevole ha i suoi grossi problemi; la famiglia Larsen è un frullato di stereotipi e clichè come se ne vedono in qualsiasi telefilm (persino in Italia), e l'indugiare in maniera lenta e pedissequa sulle reazioni alla perdita risulta inevitabilmente pesante e artificioso.
Rosie, di fatto, potrebbe aver trascorso tutta la vita in quel bagagliaio, agli occhi dello spettatore, per quanto poco si sa di lei; da qui, l'errore di fondo.
Mentre in Twin Peaks gran parte del merito andava alla centralità della vittima nelle indagini (rendendo Laura viva, a dispetto di quanto accaduto), The Killing sembra privo di un autentico fulcro, ondeggiando confusamente tra un giallo classico (e sbullonato, come detto sopra), un drama superficiale che cancella dalla scena l'elemento portante (indebolendo l'interesse che si può provare per le dinamiche familiari) e una poco appassionante spy story politica (discutibilmente tenuta slegata dall'omicidio per troppo tempo).
Come se non bastasse, gli ultimi 2 minuti del season finale regalano un plot twist forzato e assolutamente folle, che certifica come questi 13 episodi siano stati soltanto un megabluff.



Voto 5-


Ah, la serie è stata rinnovata per una seconda stagione (che probabilmente seguirò a tempo perso), dove l'autrice principale (tale Veena Sud) ha già annunciato la risoluzione del caso Larsen nelle prime puntate e il contemporaneo affiancarsi di un nuovo omicidio...
Hype?
Zero.

venerdì 17 giugno 2011

Tutti In Piedi!



Alle 21 diretta streaming dell'evento di Bologna con Michele Santoro, Vauro, Marco Travaglio, Serena Dandini, Subsonica and many others!