skip to main |
skip to sidebar
“Il bello ha dei canoni precisi, il brutto, invece, lascia spazio all’immaginazione, perché può ispirare sia disgusto sia pietà. E ogni epoca ha le sue regole” (Umberto Eco)Cominciare un post sui film della TROMA citando Umberto Eco è tanto ossimorico quanto essenziale.
Lloyd Kaufman (il facciadapirla a destra nella foto) è un regista e produttore cinematografico, portabandiera di quel bistrattato sottogenere di b-movies fatti di sesso, ultraviolenza, demenzialità e volgarità, unificati sotto l'egida della TROMA Entertainment.
Sono film volutamente stupidi, brutti e ridicoli (a volte, arrivare alla fine è veramente dura), dove i nudi integrali possono coinvolgere tanto strafighe con un fisico da pin-up quanto vecchi rattrappiti o grossi obesi; dove gli attori, quando non sono dei cani, sono caricature grottesche e stupide, e dove vomito, merda e sangue, spesso, si confondono in un'unica poltiglia melmosa.
Vegetariani, femminucce, gente con lo stomaco debole e che si aspetta una trama sensata e performance attoriali all'altezza, state alla larga.
Per tutti coloro di tempra forte, cresciuti a pane e b-z-movies, benvenuti nel regno del non-sense, della violenza gratuita, delle tette in primo piano e delle teste mozzate volanti.
La filmografia della coppia Kaufman-Herz è sconfinata, e io stesso non ho avuto la forza e la pazienza di andare oltre queste sei pellicole che, universalmente, sono ritenute le opere imprescindibili per chi volesse approfondire l'argomento TROMA.
The Toxic Avenger: il più grande successo commerciale, tanto da dar vita a giocattoli e cartoni animati. La storia è semplice: uno sfigato addetto alle pulizie di una palestra, per uno scherzo particolarmente bastardo, cade in un barile pieno di scorie nucleari, trasformandosi nel Vendicatore Tossico (per gli amici Toxie); diventerà un super-eroe sui generis con un dubbio senso della giustizia e una fidanzata non-vedente molto "dotata" di petto. Da vedere per il "valore storico" (non posso credere di averlo scritto), ma in futuro Kaufman e Herz faranno di meglio. Voto 6,5
The Toxic Avenger 2: estenuante, senza senso, particolarmente demenziale e poco divertente. Toxie va in Giappone e la trasferta diventa un pretesto per le solite gag fatte di violenza, gore e nudi integrali. Peccato che la noia regni sovrana e la narrazione (se così si può chiamare) sia lentissima e sconclusionata. Un'ora e 40 minuti buttati. Voto 3
The Toxic Avenger 3 - The Last Temptation Of Toxie: idem come sopra: inizialmente concepito col secondo capitolo come un unico mattone di oltre 3 ore, prosegue sulla scia del predecessore; la trovata di Toxie al servizio della Apocalypse Inc. non regge e non si salva neanche lo scontro finale con Satana, articolato su 5 livelli come un videogame. Meno peggio del secondo, ma sempre tempo sprecato. Voto 4
Tromeo & Juliet: James Gunn dà una mano alla sceneggiatura per una geniale trasposizione moderna (e in chiave TROMA, ovviamente) dell'opera shakespeariana: Lemmy Kilmister dei Motorhead fa il narratore (e già questa scelta basterebbe a rendere il film un capolavoro), i Capuleti e i Montecchi sono rivali nel settore dell'industria pornografica, frate Lorenzo è un pedofilo, il sangue e gli smembramenti scorrono in quantità e il finale è una delle cose più divertenti e politically uncorrect di sempre. Se la batte con Terror Firmer per la palma di miglior film TROMA. Voto 8
Terror Firmer: anche in questo caso, l'idea alla base è di per sè geniale: fare un film su come viene girata una pellicola della TROMA, in questo caso Toxic Avenger 4 (con tanto di trailer finale esilarante). Spuntano registi ciechi (Lloyd Kaufman fa semplicemente sganasciare), sceneggiatori improvvisati, incidenti letali e attori reclutati dalla troupe di tecnici, mentre sullo sfondo si aggira un serial killer in gonnella, che ha preso di mira i membri del cast. Cammeo di Lemmy a parte, Terror Firmer è il più bel film della coppia Kaufman-Herz: autoreferenziale, demenziale, selvaggio e violento, ma con stile. Voto 8+
The Toxic Avenger 4 - Citizen Toxie: il migliore della saga di Melvin Junko. Sconfessati i 2 precedenti capitoli da una didascalia ad inizio film, l'espediente di base questa volta è l'esistenza di un universo parallelo da cui proviene la versione cattiva del vendicatore tossico, Noxie (esilarante, e grande merito al doppiatore italiano, una volta tanto). Si ride di gusto, gli eccessi rimangono ma sono sostenuti da una trama quantomeno accettabile e conditi dalla presenza di altri personaggi dei film TROMA come il sergente Kabukiman, Lemmy dei Motorhead e il mitologico Ron Jeremy (ma meritano una citazione a parte due supereroi come Masturbator e l'Uomo Delfino, GENIALI). Insomma, è il più divertente ed è quello che meno vi farà dubitare di aver perso del tempo a vederlo. Voto 7
Mentre in Italia si ride con I Soliti Idioti, con quell'uomo triste chiamato Massimo Boldi,e con l'ennesima puntata di Vacanze in Culonia, in Inghilterra sanno come conciliare grasse risate con stile, intelligenza, ferocia e un pizzico di incoscienza.
Perchè ci vuole anche una bella dose di coraggio per prendere in giro i terroristi islamici, di questi tempi.
E questo lavoro di Chris Morris ci va giù pesante, dipingendo i 5 jihadisti del film come degli inguaribili deficienti ottusamente determinati nel farsi saltare in aria durante una maratona a Londra.
Tuttavia, Four Lions ha il grande merito di muoversi con estrema cautela e circospezione in un campo minato quale è quello del terrorismo, tratteggiando Omar e i suoi "fratelli", ben al di là delle semplici macchiette idiote, e conferendo ad ognuno una personalità e un bizzarro senso dell'onore, che rendono la visione più credibile e fornendo anche inaspettati spunti di riflessione allo spettatore.
Considerazioni pseudopolitiche a parte, stiamo parlando di una delle commedie più esilaranti dell'anno, con gag che richiamano le buffonate non-sense dei Griffin di Seth McFarlane, impreziosite dall'irresistibile sarcasmo in salsa british e da un cast eccellente (con tanto di cammeo di Benedict Cumberbatch-Sherlock,
qui improponibile negoziatore Marlboro Man).
Per cui, la risposta è sì: si può ridere in maniera liberatoria e spensierata, senza per questo dover necessariamente spegnere i propri circuiti neuronali. Anzi, chi scrive è un fermo sostenitore della risata come miglior veicolo per spingere alla riflessione e a farsi qualche domanda in più sulla realtà circostante, senza scomodare Pirandello e la sua definizione di ironia e umorismo.
Oggi più che mai, far ridere è diventato quasi uno strumento di potere, ed è giusto sfruttarlo nel modo possibilmente più nobile e utile: tutti concetti che in Italia ci possiamo solo sognare, finchè al box-office continueranno a dominare puzzette, corna, omofobia e bunga bunga.
Ma voi ci pensate a un ipotetico remake italiano sulle BR o sui Nuclei Armati Rivoluzionari?
Nel nostro Paese?
Seriously?Insomma, un raro film divertente e intelligente, da non farsi scappare. E se non ridete per immagini come questa, avete problemi.
Voto 8
Top 7 con una precisazione: mi sono avvicinato ai comics anglo-americani da un paio d'anni; ho ancora qualche pietra miliare da recuperare (Sandman, Batman: Anno Uno, Killing Joke, L'Ultima Caccia di Kraven, per citarne alcuni) e molti tesori nascosti da scoprire. Allo stato attuale, e con molta indecisione per alcune posizioni (tipo il Conan di Busiek e Cary Nord, Arma X di Windsor-Smith, All-Star Superman di Morrison e tanti altri depennati illustri) queste sono le storie che più mi hanno impressionato.
7- Civil War

6- V Per Vendetta

5- Preacher
4- Kingdom Come

3- Marvels

2- Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro

1- Watchmen
Non c'è storia, Watchmen è IL fumetto, per eccellenza. Un capolavoro indiscutibile per come riesce a conciliare forma e sostanza, per come scava fino alle viscere del concetto di supereroe, per come usa la figura del superuomo allo scopo di ricavarne un saggio sulla natura umana. I disegni di Dave Gibbons non hanno nulla di rivoluzionario, anzi, sono quanto di più classico si possa trovare, ed è un bene, perchè non rubano l'attenzione ad una storia, che definire stupenda è riduttivo.
Sulla scia del lavoro di Alan Moore, il Cavaliere Oscuro di Frank Miller, meno universale e metafisico nel contenuto, ma non per questo inferiore: una feroce critica al mondo dei mass-media (e sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Miller dell'andazzo attuale del settore 'informazione'), mentre un vecchio e malandato Bruce Wayne continua la sua crociata personale contro il crimine e un mondo che non ama.
Terza e quarta piazza per un Alex Ross che sarebbe riduttivo definire 'disegnatore': le tavole dell'artista inglese sono semplicemente spaventose nella loro bellezza fotorealistica. Marvels ha una storia tanto semplice quanto intrigante per come posiziona l'universo Marvel dal punto di vista del lettore, consegnando all'illustratore la possibilità di dare libero sfogo al suo estro grafico, con risultati strepitosi.
Diverso il discorso per Kingdom Come: la storia di Mark Waid ha una portata epica tale che solo Alex Ross avrebbe potuto trasformare in immagini adeguate alla grandezza degli eventi narrati; valga per tutte la spettacolare sequenza dello scontro tra Superman e Capitan Marvel.
E dallo stile iper-realista e michelangiolesco di terza e quarta posizione, si passa al grottesco tratto di Steve Dillon per il predicatore ideato da Garth Ennis: un folle e allucinato viaggio on the road sulle tracce di Dio, tra famiglie cannibali, angeli cocainomani e discendenti ritardati di Gesù Cristo. Una storia che ti entra nel cuore, dei personaggi adorabili nelle loro debolezze e fallibilità, nonostante un finale che è godibile ma non all'altezza dei capitoli precedenti.
Torna Alan Moore, in sesta piazza, con V Per Vendetta, altra grande storia, troppo semplificata dal film (che comunque non nascondo di avere apprezzato), ma che rispetto a Watchmen soffre di una pesantezza più evidente in alcune fasi di lettura. Certo, rimane il rimpianto di avere sostanzialmente perso uno dei più grandi fumettisti di sempre, preso com'è da tutte 'ste boiate alchemico-stregonesche. Mah.
Chiude Civil War, l'unico maxi-evento della Marvel ad avere anche una (quantomeno) parvenza di valore più profondo del semplice riscontro commerciale: lo scontro tra Iron Man e Capitan America, ideato da Mark Millar, nasconde molto più che un semplice pretesto per scazzottate furiose, che tanto fanno sbavare i teenager, ma lo spunto per una riflessione sul valore della libertà e sul concetto di "patente di libertà" (citofonare Santoro-La7). Preso come semplice divertissement, comunque, Civil War diverte, emoziona ed è una gioia per gli occhi con i disegni di un plastico ed efficace Steve McNiven.
Prossima Puntata: SetteFilm

In poche parole, un must per qualsiasi appassionato di fantascienza, uno dei migliori RPG di sempre e uno spettacolo visivo quasi senza pari.
Mass Effect 2 è uno di quei giochi che meglio rappresentano lo stato dell'arte del settore videoludico contemporaneo, per come affianca ad un lavoro "tecnico" mostruoso (dal comparto grafico ad un gameplay intuitivo ed immediato) una narrazione degna delle migliori produzioni hollywoodiane (e anche meglio, sotto certi aspetti).

Confezionando una storia dal respiro epico, e potendo contare su un cast di personaggi mai tanto variegato e composito, formare l'equipaggio della Normandy è un'esperienza indimenticabile e divertentissima, tra missioni secondarie originali e movimentate, ed inserite nel contesto di una trama principale affascinante e capace di disseminare citazioni a quasi tutte le pietre miliari del cinema di fantascienza.
E' la classica storia che ti entra dentro, fatta di simpatie ed antipatie, di umanità e disumanità variamente miscelate, sullo sfondo di un conflitto galattico che mescola Guerre Stellari ad Alien, ponendo al centro della vicenda un personaggio indimenticabile come il comandante Shephard.

Al pari di Uncharted, L.A. Noire, Red Dead Redemption e via dicendo, Mass Effect 2 rientra in quella ristretta cerchia di giochi capaci di conquistare anche chi non ha mai bazzicato il mondo dei joypad, grazie al perfetto mix di trama appassionante-realizzazione superba-giocabilità alle stelle.
L'esplorazione dell'universo a disposizione della Normandy farà la gioia di tutti gli amanti della libertà assoluta, alla ricerca di missioni nascoste e bonus vari, mentre le sessioni action (per quanto, a volte, gravate da una certa ripetitività) sazieranno la voglia di scontri a fuoco selvaggi e movimentati.
Perlustrare tutte le galassie vi porterà via un bel po' di tempo, così come completare tutti gli incarichi (con la possibilità di continuare a viaggiare nello spazio anche dopo lo splendido finale), ma possedere una PS3 o un XBOX 360 e non aver mai giocato a Mass Effect 2 è un delitto, credetemi.
Voto 9,5
Questo mese vince a mani basse la copertina escheriana dei Wilco, per un lavoro che ha tutti i connotati per finire nella top ten dei dischi dell'anno. Intanto, ritorni post-rotture, seconde prove e piccoli passi verso platee più vaste, con una piccola e doverosa parentesi sui Blink-182: l'adolescente con borchie e spille da balia che è in me li ha amati parecchio ai tempi del liceo. Prima di fare il boom su MTV, il trio di San Diego era uno dei gruppi punk più piacevoli e interessanti in circolazione. Poi arrivarono le major, 2 album al servizio di teenager infoiate e discografici mangiasoldi, i side-project e un ultimo disco (quello del 2001) veramente notevole per come lasciava intuire nuove possibilità di sperimentazione all'interno di un genere che sembra essersi giocato da tempo un po' tutte le carte a disposizione. Peccato che pochi mesi dopo l'uscita dell'album omonimo, Mark, Tom e Travis mettano in pausa la band, attirati da progetti personali che si riveleranno più o meno fallimentari.
Fino alla decisione di riunirsi e riprovarci.
Chiusa parentesi, vediamo che è uscito. Wilco - The Whole Love: basterebbe la splendida Art Of Almost di cui sotto a giustificare l'acquisto del cd. Otto minuti sospesi tra un inizio electro-kraut, che farebbe schiattare di invidia gli ultimi Radiohead, e un furibondo e selvaggio assolo di chitarra di quel talento assoluto che è Nels Cline. Poi si torna su binari più convenzionali, ma non per questo banali o meno validi: Dawned On Me, Standing O e la title track suonano orecchiabili e beatlesiane, le tipiche venature folk riemergono inossidabili in Rising Red Lung e Black Moon e spetta ai deliziosi 12 minuti conclusivi di One Sunday Morning chiudere in bellezza un disco solido e di conferma, per una band che finora non ha sbagliato un colpo. Voto 8
Kasabian - Velociraptor!: sono dei furboni. E la mini-recensione potrebbe chiudersi qua: la realtà è che sanno soddisfare tutti i tipi di palati, dal dance rock usa e getta della title-track o di I Hear Voices, a tracce più ambiziose come Neon Noon o Switchblade Smiles che zittirebbero il più intransigente degli hipster. Probabilmente non faranno mai nulla di memorabile, ma non gliene frega niente a nessuno, loro in primis. Prendere o lasciare. Voto 6+
The Drums - Portamento: combinare gli Smiths alle sonorità surf non è un'impresa da poco, ma già col disco d'esordio i Drums avevano mostrato di saperci fare. Manca forse una hit come Let's Go Surfing e il suo fischiettìo maligno, o come We Tried (che al sottoscritto piaceva parecchio), ma la formula non è cambiata granchè e il lavoro è sempre pregevole. Money, What You Were e I Don't Know How To Love sono le punte di un disco che forse è più bello da ascoltare integralmente, che non per singola traccia. Se è un merito o meno, decidete voi. Voto 6,5
Clap Your Hands Say Yeah! - Hysterical: un po' di solarità che riempie il cuore. Gli ingredienti sono i soliti (la voce sgraziata e lamentosa di Alec Ounsworth, le melodie immediate addolcite da tastiere melliflue e chitarre in salsa shoegaze), il risultato è sempre buono, fresco e godibile, con gioielli come Into Your Alien Arms e la sua coda ambient o la verve in apertura di Same Mistake, passando per l'appiccicosa Ketamine And Ecstasy fino alla digressione stramba di Adam's Place. Promossi. Voto 7+
Blink 182 - Neighborhoods: ebbene com'è questo atteso ritorno? Tanto coraggioso quanto nostalgico nel non perseguire necessariamente la melodia immediata e il pezzo radio-friendly (tolto il singolo Up All Night) in favore di una miscellanea (spesso insapore) di ingredienti del recente passato; Snake Charmer riporta alla mente i mai troppo rimpianti Boxcar Racer, Heart's All Gone è un pezzo punk bello tirato e melodico il giusto, Wishing Well prosegue il tour dalle parti di Enema Of The State, ma il problema di fondo è che la voce di Tom (sempre più dominante rispetto a Mark) è diventata, se possibile, ancora più insopportabilmente nasale che in passato, tanto che in alcuni passaggi sembra di ascoltare in FFW. Tolto questo piccolo grande inconveniente (magari c'è a chi piace), tutto sommato mi aspettavo di peggio. Voto 6-
Metà ottobre ed inauguriamo una rubrica dedicata a quei rappresentanti del genere maschile verso i quali nutro un'ammirazione tale che il "ti stimo molto" di fantozziana memoria non basterebbe ad esplicarne la portata.
Con la doverosa precisazione valida per tutte le puntate di questa rubrica, e cioè "non sono gay", cominciamo con Nathan Fillion.
Innanzitutto, chi diavolo è Nathan Fillion?
Dalla foto di copertina che campeggia qui sopra si potrebbe accettare la risposta "un faccia da pirla".
Anche perchè è innegabilmente vero che lo sia.
Ed è da ammirare (anche) per questo.
Volendo essere un po' più esaustivi, invece, parliamo di un attore canadese, nativo di Edmonton e trapiantato a New York, che ha avuto il suo trampolino di lancio in una banalissima soap opera intitolata One Life To Live.
Non fate quelle facce, please.
O devo proprio ricordarvi Johnny Depp agli esordi in 21 Jump Street?

E che dire, allora, di Leonardo DiCaprio in Genitori In Blue Jeans?
Ci sono passati tutti, insomma.
Il tempo scorre, i blue jeans a sigaretta passano di moda, i capelli cotonati pure, e le soap continuano a fare schifo esattamente come allora. Poi c'è chi vince l'Oscar, chi diventa un sex symbol e chi si erge a icona e portabandiera della nerditudine.
E a Capitan Martellone non si può non voler bene a priori.
Se invece siete dei SanTommaso bisognosi di prove di santità/divinità/coolness, eccovi 8 validi motivi per stimare Nathan Fillion:
- tanto per cominciare, per Firefly-Serenity. (ne ho parlato qui e non mi dilungherò oltre)
- perchè Slither (2006) è un gioiello horror dal sapore nostalgico anni '80 con un protagonista (chevvelodicoaffà) perfetto nel rappresentare il prototipo dell'eroe sfigato ma di buon cuore.
- perchè nell'unico episodio di Lost in cui appare se la fa con Evangeline Lilly. Chiamalo scemo.
- perchè Dr. Horrible's Sing Along Blog è l'unico musical che abbia mai amato in vita mia (sia perchè dura poco, sia perchè compaiono contemporaneamente Barney Stinson e il Fillion-Capitan Martellone di cui sopra)
- perchè in Super (2011, ne ho parlato qui) il suo Holy Avenger, anche quando non parla, è una delle cose più divertenti mai viste.

- perchè in Castle salva da solo tutta la traballante baracca di quello che normalmente sarebbe un anonimo procedurale poliziesco, trasformandolo in uno one man show godibile e divertente. E, non contento, riesce a trovare il tempo per flirtare fuori dal set con le 2 fighe del cast.
- perchè, da grande fan dei videogiochi quale è, sta facendo di tutto per aggiudicarsi il ruolo di Nathan Drake nell'adattamento di Uncharted e ha tutte le ragioni del mondo per volerlo fare.
-per il video che trovate qui: PG PORN: NAILING YOUR WIFE, Now in High(er) Definition
Di Steven Soderbergh dicono tutti che è antipatico.
Tutti, persino il tuo vicino di casa che non ha mai visto un film al cinema, se non Vacanze di Natale '99.
Non appena ne pronunci il nome la prima reazione oscilla tra "Marò, che uomo odioso!", "Si sente figo perchè è amico di Clooney", e "Fa tutto il sofisticato ma sotto sotto è scarso"
Ora, io il povero Soderbergh non l'ho mai incontrato di persona; visto da lontano, non mi sembra proprio un fine umorista, ma magari mi sbaglio ed è il più bravo barzellettiere-cabarettista del mondo dopo l'Invincibile (cosa che, in realtà, lo farebbe rientrare a pieno titolo nella categoria 'antipatici', ma vabbè..).
Fatto sta che finora ho apprezzato abbastanza quei pochi suoi film che mi è capitato di vedere; dal criticatissimo remake di Solaris (che è sputtanato un po' ovunque, ma che ha un suo perchè, a mio parere) passando per Traffic e per il recentissimo Contagion, financo alle tre glamourosissime minchiate di Ocean's, credo di poter affermare con ragionevole fermezza di gradire quantomeno lo stile del regista di Atlanta.
Questo è probabilmente il suo film più scognito, dal basso del suo misero milione di dollari di budget complessivo, ma vederlo potrebbe portarvi a rivalutare il buon Steven.
Perchè The Girlfriend Experience è una delle cose più femministe che abbia mai visto; ed è ironico/geniale/paradossale considerato che è una escort a rappresentare l'enorme potere detenuto dal gentil sesso, al giorno d'oggi; così come è geniale/paradossale/straniante che le fattezze di questa self-made woman siano modellate sulle curve sensuali e vertiginose di Sasha Grey, probabilmente la più nota pornostar in circolazione (almeno fino a un paio di anni fa, vista la sua recente conversione al cinema d'autore).
Lungi dal dare valutazioni morali sull'esercizio del mestiere più antico del mondo, il film segue con stile documentaristico la frenetica vita di Chelsea, escort di lusso a Manhattan, tra shopping compulsivo, clienti piagnoni, maschi alfa, depravati e nevrastenici terrorizzati dallo spettro della crisi finanziaria che incombe (elemento costantemente richiamato in scena).
L'ovvio ritratto impietoso che ne esce del genere maschile sembra per un attimo nobilitato dalla figura del fidanzato open-minded di Chelsea, salvo poi uniformarsi, anche quest'ultimo, al grigiore generale del maschio-medio.
A contraltare di un perpetuo massacro del testosterone, Sasha Grey è inaspettatamente brava, convincente e innegabilmente bella nel ritrarre la necessaria maschera di una donna determinata, furba e, ovviamente, abile nel manovrare gli uomini, pur celando a fatica una dimensione più intima e fragile nella sua umanità.
Non c'è una mitizzazione della protagonista, ma un chirurgico punto di vista freddo e neutrale (tipico del regista) mirato a fornire un'istantanea della società e della realtà del momento.
E se da un lato può sembrare tutt'altro che femminista ricondurre il fulcro del potere delle donne alla mercificazione del proprio corpo, dall'altro appare evidente (e sarebbe ipocrita negarlo) che è dalla debolezza dell'uomo che tutto ciò origina.
L'uomo fa schifo, e la donna ne approfitta, senza tante questioni morali su ciò che è giusto o sbagliato.
Non occorre neanche andare troppo lontano.
Voto 8
Altra top 7, altri bagni di sangue, in attesa di recuperare Breaking Bad e Battlestar Galactica. Ero tentato dall'inserimento di House, ma le ultime 2 stagioni di eccessi caricaturali e forzature sentimentali (per me l'ultimo episodio veramente bello è Broken, season opening della sesta) mi hanno indotto al ripensamento.
7- Romanzo Criminale

6- Firefly

5- Six Feet Under

4- Dexter
3- Twin Peaks

2- Lost
1- X-Files
X-Files resta inamovibilmente il telefilm del mio cuore, nonostante le ultime due (evitabili) stagioni. Perchè Fox Mulder è il prototipo ante-litteram del nerd sognatore, perchè ha in parte segnato il mio immaginario, perchè mi ha fatto provare i primi veri brividi di paura e perchè sull'anta destra del mio armadio, accanto al poster di Pulp Fiction, campeggia tuttora la foto di un UFO con la scritta I Want To Believe.
Nonostante un finale alla cazzo, segue Lost, che, oltre ad avere un consistente valore affettivo, è stato anche il motore del ritorno di fiamma per le serie tv; poi Twin Peaks, sul quale mi sembra superfluo dire qualcosa, e Dexter, per il modo in cui affronta un tema che adoro (il sottile confine tra Bene e Male), nonostante una terza stagione non all'altezza e un finale di quinta fastidiosamente resettante.
Una menzione speciale la merita Six Feet Under, in virtù di 5 stagioni meravigliose, e del finale di serie più bello che abbia mai visto: continuo ad adorare l'affascinante controsenso su cui poggia l'intero telefilm, per cui una famiglia di becchini sia la migliore rappresentazione televisiva della Vita.
Due parole su un recente recupero qual è Firefly di Joss Whedon: un'eccellente serie sci-fi misteriosamente troncata alla prima stagione, con personaggi carismatici e per i quali si prova simpatia/affetto fin dalla prima inquadratura; io ancora mi interrogo sui motivi del boom planetario di Buffy (che è l'unica cosa partorita da Whedon che non riesco ad amare), a dispetto di questo piccolo gioiello di fantascienza.
Dulcis in fundo, Romanzo Criminale: la migliore serie tv italiana di sempre. Senza cazzi. Ne è prova l'interesse della HBO per trasmetterla in America, senza remake: così com'è.
Perchè Stefano Sollima e il gruppo di sceneggiatori fanno un lavoro eccellente nel dipingere l'ascesa e il crollo di una banda di ladruncoli da 4 soldi, trovatisi improvvisamente a comandare su Roma.
Perchè gli attori finalmente recitano davvero, la regia non è il solito compitino squallido alla Don Matteo, gli intrecci appassionano e l'uso delle musiche è da maestri (ve lo dice uno che è riuscito ad apprezzare persino l'utilizzo di Vasco nella colonna sonora).
Imperdibile, insomma.
Ripensandoci, forse è stata la top 7 più semplice.
Prossima Puntata: SetteLibri
Il post su Nicolas Winding Refn mi permette di saltare i preamboli ed andare direttamente al sodo.
Ciò che rende Drive uno dei migliori film usciti nel 2011 è il suo essere così spaventosamente anacronistico da potersi permettere di sbattertelo in faccia per tutti i 90 minuti, convincendoti che sia giusto così.
Del resto, c'è dentro così tanta roba in questo debutto hollywoodiano del regista di Copenaghen che a tratti sembra incredibile che sia riuscito a collimare tutto bene: se il solitario e taciturno pilota, interpretato da un Ryan Gosling sempre più idolo, ricorda spesso e volentieri una sorta di Travis Bickle dei giorni nostri (con ovvi riferimenti al Driver di Walter Hill), la lenta e inesorabile discesa nell'abisso della violenza viene elaborata sotto un'estetica noir che, a mio avviso, deve moltissimo al David Lynch di Velluto Blu e Cuore Selvaggio (dai titoli di testa al contributo sonoro di Angelo Badalamenti); non contento, Refn piazza riferimenti vari al cinema action anni '80 di Michael Mann e riesce persino a strizzare l'occhio al poliziottesco italiano (vedasi l'ingerimento del proiettile direttamente da Roma A Mano Armata).
Embè, dove sta il genio, direte voi?
Nel fatto che l'elemento citazionista non è un mero esercizio di copia&incolla, quanto un progressivo stratificarsi di topoi e soluzioni narrative (con annessi clichè tipici del genere) sublimati in un stile totalmente personale.
Laddove un qualsiasi Fast And Furious ipertrofizza tutto ciò che è adrenalina, testosterone e "machitudine", facilitando l'empatia del pubblico con un protagonista un po' guascone e acchiappafighe, Drive rallenta fino a cristallizzare, assorda con un sottofondo musicale vacuo e gelido e ci porta a seguire le gesta di un antieroe taciturno e indecifrabile nelle sue intenzioni dall'inizio alla fine.
Così, una classica vicenda pulp (neanche tanto originale) diventa una terribile fiaba nera, selvaggia e violenta, con punte di lirismo inaspettate e immagini di inappuntabile eleganza formale (si prendano il finale nel parcheggio o la colluttazione in ascensore).
Se ciò non dovesse bastarvi, il cast è da urlo: a Gosling dedicheremo un post futuro, ma sarebbe ingeneroso non citare un grandioso Bryan Cranston, due caratteristi di sicuro affidamento come Albert Brooks e Ron Perlman, una brava Carey Mulligan e, dulcis in fundo, quella strafiga di Christine Hendricks, che non fa vedere neanche qua le tette, ma indubbiamente resta un belvedere.
Se non è il miglior film uscito quest'anno, poco ci manca.
Voto 8,5